The Whispering Star

The Whispering Star


Sion Sono

Fantascienza | Giappone
(2015)

“Questo è un film sui ricordi”, dice Sion Sono nelle note di regia. “Una preghiera per tutte le genti nel mondo che vivono sotto minaccia ogni giorno”. “The whispering star” è stato girato in gran parte nella regione di Fukushima, colpita dallo tsunami dell’11 marzo 2011. Vi recitano le persone che vivono, oggi, in quei luoghi. Persone le cui abitazioni sono state distrutte o evacuate, che insistono a vivere lì dove sono le loro radici. Gli scenari delle sequenze non ambientate nello spazio, in questo eccentrico film di fantascienza, sono le lande desolate della regione di Fukushima, con le loro abitazioni distrutte, i relitti delle barche ancora dispersi sulla terraferma.

Si respira sempre più aria di post-apocalisse nel Giappone di Sion Sono, e Fukushima è diventata fonte di rinnovata ispirazione per il cineasta. “The whispering star” è la prima produzione della sua nuova compagnia indipendente, la Sion Production: Sion Sono segue le tracce di altri cineasti giapponesi (Nagisa Oshima, Koji Wakamatsu), che fondarono una propria casa dopo aver lavorato per le major. Dopo due film girati nella regione di Fukushima, entrambi innovativi rispetto alla precedente produzione (“Himizu“, “The land of hope”), il regista era tornato al “suo” cinema con “Why don’t you play in hell?” e “Tokyo Tribe”. Adesso, per la prima volta del tutto indipendente, decide di regalarci un film (ambientato in un futuro lontanissimo, in cui le intelligenze artificiali hanno preso il sopravvento sulla razza umana) girato in bianco e nero: un’opera dai tempi dilatatissimi, che non assomiglia a nient’altro della sua produzione precedente. In parte, per gli accenti a tratti elegiaci, c’è un’affinità con “The land of hope”: per il resto “The whispering star” è qualcosa di completamente diverso da tutto, quasi provenisse davvero da distanze siderali.

Protagonista del film è una androide che fa il corriere per gli uomini, viaggiando a bordo di una nave spaziale che ha l’aspetto di una vetusta abitazione del ventesimo secolo (tutto è vintage nel film: la cucina con i fornelli a gas e i rubinetti che perdono, le luci al neon, i nastri magnetici…). Interpretata dalla moglie del regista, Megumi Kagurazaka, la sola compagnia del corriere ID 722 Yoko Suzuki è il computer di bordo 67 MAH Em.

Per consegnare un pacco occorrono anni. La prima mezz’ora del film si svolge tutta all’interno di quella “abitazione” che è la nave spaziale, con una finestra aperta sulle stelle, a descriverci la vita di bordo e la solitudine di Yoko, vissuta con la totale impassibilità di una macchina (la narrazione è resa affascinante dalla nobiltà della regia, capace di parlare quasi esclusivamente attraverso la composizione delle inquadrature, i dettagli e il montaggio, come in un film muto). La androide non sa spiegarsi la ragione per cui gli uomini, dispersi fra pianeti lontanissimi, insistano a preferire la consegna manuale, anziché avvalersi della comodità istantanea del teletrasporto. D’altra parte, Yoko è curiosa del contenuto dei pacchi. Sbirciandovi, scoprirà che ognuna di quelle scatole contiene un solo piccolo oggetto: una fotografia, una matita, un (nostalgico…) frammento di pellicola.

Forse Yoko non capisce, noi sì. Gli uomini vivono in uno stato di solitudine rassegnata, cui è persa anche la disperazione: ma i ricordi, la loro materialità, non cessano di avere una risonanza emotiva. Tutto ciò che ci rimane è la memoria, sembra dirci Sion Sono, in questo che è sì un film “dedicato alle vittime di Fukushima”, ma si estende a farsi metafora, universale – inedita e splendida – della solitudine dell’era digitale. In questo scenario da day-after, per il tramite potentissimo di Fukushima, riecheggiano le tematiche ambientaliste – la nostalgia per la natura – di cui è intrisa la cultura giapponese (da Ozu a Kawase, passando per Imamura e Tsukamoto, Miyazaki e Takahata…). Tutti i pianeti sono uguali, tutti sono lo stesso: la Terra. Abbiamo trasformato l’intero pianeta, anzi l’universo intero, nella regione di Fukushima.

Si tratta chiaramente di fantascienza “d’autore”: un po’ come “Alphaville” di Godard, o “Farenheit 451” di Truffaut, o anche “Sul globo d’argento” di Zulawski. Film che condividono con “The whispering star” l’ambientazione “nel futuro” di scenari, retrò o contemporanei, in ogni caso deliberatamente incongrui con il grado di sviluppo tecnologico che supporrebbero. Pur restando entro le coordinate esteriori di un film di “fantascienza”, Sion Sono riporta sulla Terra il senso di solitudine panica restituito spesso dalla fantascienza dopo “2001 Odissea nello spazio“. Il silenzio è pervasivo: e ossessiona a tal punto che uno dei “superstiti”, per sconfiggerlo, porta attaccata alla suola della scarpa una lattina schiacciata, col cui rumore accompagnare il proprio passo. Anche Yoko, imitando quell’uomo, attaccherà alla scarpa una lattina schiacciata. Segno forse che anche la macchina non è immune al senso di vuoto e solitudine.

Non mancano i tocchi di ironia peculiari del suo autore, di cui sono intrisi ad esempio gli ammiccamenti a Kubrick. Non solo “2001”, con le disfunzioni del computer di bordo, che in “The whispering star” ha preso a confondere l’interno con l’esterno dell’astronave (scambiando per meteoriti le farfalle che si agitano dentro le plafoniere al neon), ma anche “Shining”. Il film, infatti, è, come “Shining”, contrappuntato da cartelli che segnalano incongrue progressioni temporali, narrativamente ininfluenti, utili solo ad amplificare la percezione di un tempo infinito e infinitamente rallentato.

A dominare è un’atmosfera di sospensione totale, un’attesa beckettiana privata della speranza dell’attesa. Eppure, “The whispering star” non è un film disperato. Appena messo piede sulla Terra, alla prima visita di Yoko su un pianeta, il film si accende improvvisamente di toni elegiaci, con un tocco di colore (solo un breve momento; il colore non tornerà più) e uno struggente motivo in minore a fare da accompagnamento.

A differenza del colore, la musica tornerà alcune volte. Un brano suonato al clavicembalo accompagna tutta la sequenza finale, che (anche per l’epoca dello strumento scelto, oltre che per l’illuminazione e l’ambientazione claustrale) strizza vagamente l’occhio, ancora una volta, a “2001” (la stanza rococò). L’importanza dell’ultima sequenza è indicata dal titolo (solo in essa vediamo “la stella dei sussurri”). Si tratta di un altissimo momento di cinema: giunta per una consegna sul pianeta dove ogni rumore sopra i 30 decibel può essere fatale, Yoko percorre un corridoio tra sottili pareti shoji dietro cui si intravede la vita sotto forma ormai di ombre cinesi. Ma è vita, vita vera: intensa, quotidiana, felice. Non più solitudine: vita finalmente, come non l’avevamo sin qui ancora vista. Vita che trionfa sul silenzio a dispetto del silenzio. Una sequenza da pelle d’oca, cui, come di fronte ad ogni metafora ad alto tasso suggestivo, la ragione deve ritrarsi: nessuno sforzo ermeneutico può renderle giustizia.

17/10/2015

Cast e credits

Titolo Originale
Hiso Hiso Boshi
Distribuzione
Nikkatsu Corporation
Durata
100'
Produzione
Sion Production
Sceneggiatura
Sion Sono
Fotografia
Hideo Yamamoto
Montaggio
Junichi Ito
Costumi
Kazuhiro Sawataichi

Trama

Nell'intero universo l’80% della popolazione è composta da intelligenze artificiali. Machine ID 722 Yoko Suzuki è un’androide a bordo di una strana astronave. Con il computer di bordo viaggia da un sistema solare all’altro, facendo il corriere per gli umani. A Whispering Star, la stella dei sussurri, ogni rumore superiore a 30 decibel può uccidere gli abitanti. Yoko cerca l’indirizzo del destinatario, tentando di non far troppo rumore.
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