To the Wonder

To the Wonder


Terrence Malick

Dramma Sentimentale, Malickianism | Usa
(2012)

Di cosa parla “To the Wonder”? Sarà una domanda che assillerà molti spettatori ed è anche la domanda che si è sentita nella sala stampa della Mostra del Cinema di Venezia dove, nelle pur contrastanti reazioni alle proiezioni, hanno prevalso i fischi e i boati di scherno. Del resto, canzonare cosa non si comprende è la via più facile e sbrigativa…

Terrence Malick a partire dal suo clamoroso ritorno al cinema con “La sottile linea rossa”, dopo vent’anni di silenzio, ha potenziato uno stile di cui era già unico possessore e iniziato una ricerca sul linguaggio cinematografico che ha toccato con “The Tree of Life” il suo apice. A questo punto è certo: Malick ha coniato un linguaggio suo, personale, nel quale la sala montaggio occupa una posizione regina nella gestione del progetto filmico.

L’autore texano è uno dei pochi al mondo che ha il coraggio di stravolgere più volte la propria opera, cominciando a girare da un’intuizione, un’idea e modellandola in base ai risultati e ai risvolti del momento. Parliamo di un regista che ha gli attributi per tagliare non semplici sequenze ma ore e ore di girato e con queste anche vari personaggi: se lo ricordano bene Christian Bale per “The Thin Red Line”, Christopher Plummer per “The New World”, e in questo caso ne hanno fatto le spese Rachel Weisz, Michael Sheen, Barry Pepper, Amanda Pee e Jessica Chastain. Per compiere scelte del genere bisogna avere l’autorità e la consapevolezza di cosa serve ai fini dell’opera a cui si sta lavorando – oltre che avere mano libera sul final cut.

“To the Wonder”, come la non lunga filmografia del suo regista, parla di amore, declinato stavolta secondo quelli che – sintetizzando brutalmente – potremmo definire i canoni del cinema sentimentale. Una coppia si innamora a Parigi: Neil (Ben Affleck) è un uomo in crisi che, a un certo punto, sente il bisogno di tornare negli Stati Uniti, in Oklaoma, dove fa l’operatore ambientale; Marina lo segue con la bambina avuta dal suo primo e giovanile matrimonio. In America l’idillio finisce, manca qualcosa nella loro relazione, lui non la ama abbastanza, lei ama troppo: il visto scade e la donna torna a Parigi. In seguito, il protagonista rincontra una vecchia amica della sorella, Jane (Rachel McAdams), ed esplode una nuova passione; anche in questo caso, dopo un periodo altamente passionale, l’amore si va assopendo e tutto finisce, mentre Marina preme per rientrare negli Usa.

Allo stesso modo in cui “The Tree of Life” dialogava con “The New World”, in un gioco di rimandi e di specchi tra domande retoriche che tornano e immagini che si rassomigliano, “To the Wonder” si stacca come una costola dal film precedente (e ne conserva al suo interno alcune scene), come una postilla su un discorso talmente immenso che, non potendosi chiudere, si rigenera, ampliandosi di quesiti e problematiche. L’amore coniugale è la base del discorso malickiano, ma siamo ben lontani dal film strappalacrime o dall’opera suicida e senile di un vecchio maestro. Il regista texano piega alle sue visioni cliché e tempistiche di questa tipologia di narrazione cinematografica: si pensi a come sono ravvisabili i passaggi dall’innamoramento all’idillio, dalla crisi alla separazione e poi daccapo, come un circolo vizioso dal quale uomini e donne non riescono a uscire.

E se in “The Tree of Life” permanevano ancora sprazzi di dialogo, qui sono negati: l’incomunicabilità degli uomini malickiani è praticamente impossibile da scalfire. È un blocco monolitico di risentimenti e delusioni che costringe i protagonisti solo a ragionare tra sé e sé: immagini e parole si muovono con coordinazione per i 112 minuti della durata dove fluisce potente il flusso del sentimento. Il fatto che le lingue usate dagli interpreti nei loro monologhi interiori siano francese, inglese, spagnolo e italiano (agghiacciante, però, l’apparizione di Romina Mondello)  non lascia spazio a dubbi: la Babele del mondo contemporaneo è al collasso. Gli uomini sono sempre più distanti gli uni dagli altri, non riuscendo ad amare o amando troppo poco, e quella terra che hanno occupato è stata irrimediabilmente infettata (Neil scopre dei terreni non più abitabili). Qui si inserisce la figura di padre Quintana (Javier Bardem), un prete al quale Marina confessa i suoi dubbi; l’uomo che dovrebbe mostrare solide certezze si ritrova nelle insicurezze della donna. Quintana si dedica completamente al suo lavoro, ma è svuotato dall’interno, prega stancamente per un intervento divino al fine di ritrovare una fede che ha perduto e con essa la possibilità di amare realmente. Marina, figlia virtuale della madre/Jessica Chastain, porta in sé un anelare verso la vita che agli essere di sesso maschile è ignoto, una spinta spirituale che ne angelica espressioni e movenze; al contrario, gli uomini sono anaffettivi, dubbiosi, in una parola ignavi e come tali conducono le loro esistenze verso l’infelicità  e la solitudine. La coincidenza del discorso amore/fede permette di dissolvere anche i dubbi sulla presunta indole reazionaria della religiosità in Malick: il senso disperante della consapevolezza di non avere fede è il medesimo del non sapere amare. L’analfabetismo emotivo che denunciava già il Bergman delle opere borghesi (“Scene da un matrimonio” in primis) arriva a saturazione, poiché i protagonisti di “To the Wonder” possono solo accettare la presenza – in absentia – dell’Amore come unica forza motrice della vita, polo d’attrazione che sfiorano ma dal quale non sono travolti. Non sempre, non contemporaneamente. Il sostrato filosofico dei film di Terry Malick è pessimista in maniera commovente, in quanto persevera nel pregare per un’umanità alla deriva, che può solo scendere a compromessi con la realtà per sopravvivere.

Il montaggio dello stesso team che aveva curato “The Tree of Life” (A.J. Edwards Keith, Fraase Shane Hazen, Christopher Roldan, Mark Yoshikawa) si è concentrato meno sul lavoro connotativo per impegnarsi in analogie che rompono la dimensione spazio-temporale al fine di inabissarsi nello stream of consciousness dei protagonisti. Estremizzando le scelte di stile già manifestatisi con “The New World”, Malick usa il cuore del linguaggio cinematografico per farne una macchina di sinestesie, analogie e metafore: una poesia slegata dalla narrazione tradizionale.

La fotografia di Lubezki è capace di catturare cromatismi e di inquadrare immagini di ineffabile splendore, poiché qui risiede il potere del cinema malickiano, quella di dare corpo alle emozioni umane: come accade nell’entusiasmante incipit (la cronaca dell’innamoramento), girato sulle rive di Mont Saint-Michel, luogo magico esaltato anche dalle scelte di una vibrante colonna sonora, in gran parte non originale (si susseguono Berlioz, Wagner, Respighi, Tchaikowsky e Haydin) composta da Hanan Townshend.

Forse solo David Lynch negli ultimi venticinque anni è riuscito a costruire un mondo audiovisivo così denso e originale nel conformismo del cinema americano. Come lui, nemmeno Malick scende a compromessi e segue un cammino che sa di percorrere in solitudine: una luce gli sta facendo strada. Speriamo non si spenga mai. 

28/08/2012

Cast e credits

Titolo Originale
To the Wonder
Distribuzione
01 Distribution
Durata
112'
Produzione
FilmNation Entertainment, River Road Entertainment
Sceneggiatura
Terrence Malick
Fotografia
Emmanuel Lubezki
Scenografie
Jack Fisk
Montaggio
Mark Yoshikawa, A.J. Edwards, Keith Fraase, Shane Hazen, Christopher Roldan
Musiche
Hanan Townshend
Costumi
Jacqueline West

Trama

Dopo essere stati a Mont Saint-Michel (una volta conosciuta in Francia come “la Meraviglia”) all’apice del loro amore, Marina e Neil tornano in Oklahoma, dove nascono presto dei problemi. Marina conosce un prete, anche lui straniero, che non è più sicuro della propria vocazione, mentre Neil riallaccia i rapporti con una sua amica d’infanzia, Jane. Un’esplorazione dell’amore nelle sue molteplici forme.
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