Tokyo Taxi

Tokyo Taxi


Yōji Yamada

Dramedy, Road Movie | Giappone
(2025)

Tokyo Taxi

Probabilmente nella storia del cinema non sono molte le collaborazioni più longeve di quella fra Yamada Yōji e Baishō Chieko. Il regista e l’attrice si sono difatti trovati a lavorare assieme fin dagli esordi (relativi per il primo e in senso assoluto per la seconda): “Kiri no Hata”, thriller del 1965 e sesta regia di Yamada, vide infatti la ventiquattrenne Baishō esordire da protagonista, dando il via a una collaborazione proseguita con i 50 capitoli (!) della serie di film “Tora-san” e culminata in pellicole premiate come “Kazoku” e “Il fazzoletto giallo”. Pareva quindi quasi fatale che il decano del cinema giapponese e una delle attrici più longeve ancora in attività fossero destinate a reincontrarsi, tra l’altro con una pellicola che riflette sulla vecchiaia e mette in scena decenni di storia nipponica. “Tokyo Taxi” risulta quindi un film di grande interesse cinefilo anche se si ignora il soggetto della pellicola e la sua messa in scena, presentandosi come una sorta di omaggio all’intera tradizione giapponese di piccoli drammi quotidiani arricchiti da comicità di cui Yamada è stato araldo, cosa ancora più curiosa se si considera che si tratta in realtà del remake del franco-belga “Une belle corse”, diretto da Christian Carion nel 2022.

Non stupisce quindi che “Tokyo Taxi” si presenti fin da subito come una pellicola saldamente legata alla quotidianità, con il tassista Kōji che, tornato a casa dopo il turno di notte, si appresta a far colazione, confrontandosi con la moglie e la figlia riguardo alla possibilità che quest’ultima venga accettata in una prestigiosa scuola di musica, tacendo ovviamente delle difficoltà economiche che l’esosa retta comporterebbe. Contattato da un collega che non può occuparsi di una cliente per via di un disguido, il protagonista maschile si trova costretto a rinunciare al meritato sonno e a recarsi dall’altra parte della città, dove accoglie l’ottantacinquenne Takano Sumire e inizia, per lui così come per chi guarda il film, un imprevedibile viaggio, tanto verosimile quanto bigger than life, attraverso l’area metropolitana di Tokyo e attraverso 80 anni di storia del Giappone. Partendo dalla richiesta di Sumire di vedere alcuni luoghi storici della capitale nipponica, dal momento che intende lasciare la città per sempre, la narrazione si squaderna, cominciando ad alternare flashback (addirittura animati all’inizio) che divengono via via più estesi a sequenze nel presente in cui Kōji, lavoratore instancabile ma forse anche per questo piuttosto disinteressato alla storia dei luoghi che attraversa tutti i giorni, si trova a discutere assieme all’anziana della storia del Paese del Sol levante e della sua società, aprendo quindi uno squarcio nella sua visione pacificata della realtà.

Come già avveniva in “Plan 75” di Hayakawa Chie (anche questo visto fuori concorso al FEFF, nel 2023), Baishō Chieko diviene il volto di una nazione in trasformazione e ricca di contraddizioni, che non solo non sa cosa fare dei propri anziani a fronte di un inverno demografico sempre più inevitabile (e in effetti ambedue le pellicole raccontano del viaggio della protagonista verso l’”ultima dimora”), ma anche che pare non voler affrontare i lati oscuri della propria storia. Nel corso di questa traversata per Tokyo, le vicissitudini di Sumire permettono difatti a Yamada di mettere sotto i riflettori i traumi psicologici mai affrontati della seconda guerra mondiale, il trattamento degli immigrati in un paese che si vanta sempre della propria presunta omogeneità etnica, la natura profondamente patriarcale della società nipponica, la delinquenza giovanile e non solo. Ciò permette di trasfigurare una dramedy formalmente semplice ambientata per la maggior parte in un taxi in una rievocazione del Giappone moderno, ma anche in un’esplorazione dei generi cardine del cinema popolare nipponico (il dramma in costume, la commedia sentimentale, il dramma sociale, la storia di riscatto dell’outsider, etc.), e quindi della produzione di cui Yamada Yōji è stato per più di 60 anni uno dei principali protagonisti.

Vi è quindi un indubbio elemento metacinematografico in “Tokyo Taxi”, con i vari flashback che si sviluppano dai racconti di Sumire per divenire vere e proprie finestre su decenni, immaginari e generi che il cinema del paese asiatico ha raccontato a lungo, con la fotografia e lo stile di regia che mutano per adattarsi ai contesti rappresentati, ribadendo ancora una volta la versatilità del regista novantaquattrenne. In questo modo il film del 2025 diviene anche un omaggio e una sorta di aggiornamento di ciò che era stata la serie di film “Tora-san”, una sequela di ritratti di vita quotidiana attraverso gli anni e le ambientazioni, con la allora co-protagonista Baishō Chieko elevata qui a protagonista assoluta (per quanto bravo l’ex-idol K-pop Kimura Takuya si fa sempre rubare la scena da Baishō). Ciò che traspare da quest’inattesa cavalcata è una profonda nostalgia non per quel Giappone ormai remoto (come d’altronde la protagonista ci tiene a rimarcare), quanto per una modalità di racconto associata a esso, piana e capace di evitare le scene madri pur senza edulcorare in alcun modo ciò che sta narrando (e Sumire ne ha di tragedie da raccontare, purtroppo). Apparentemente piatto come la luminosa fotografia del film (in altri tempi si sarebbe chiamata “televisiva”), questo modus narrandi rende possibile bilanciare la serietà dei temi affrontati dalla pellicola con il registro della commedia senza incespicarsi in arditi cambi di tono, ma proponendo una narrazione distesa che può condurre fino al più esagerato dei finali risultando verosimile, coinvolta e rapsodica come appunto sono le divagazioni di una ultra-ottantenne.

Se a primo acchito il finale della pellicola, nonostante le sue tinte agrodolci, potrebbe sembrare consolatorio, uno happy ending buonista che risolve tutte le difficoltà dei personaggi principali, esso appare chiaramente motivato dalla pellicola. Accettando di accompagnare Sumire fino alla fine, Kōji finisce infatti per farsi carico della controversa storia recente del Giappone che lei incarna e non è un caso che in un primo momento ritorni dal viaggio spossato e neppure ripagato (letteralmente) per le sue fatiche. Al contempo il racconto dell’anziana passeggera mostra la forza delle capacità affabulatorie che le hanno permesso di reinventarsi costantemente nella vita, capacità che non pare assurdo assimilare a quelle di ricostruzione e narrazione del mondo proprie della Settima arte, ribadendo così la componente metacinematografica presente sotto traccia in “Tokyo Taxi”. Come la Sumire di Baishō Chieko, che in ultimo si fa così anche riflesso dello stesso regista, Yamada mostra di essere ancora in grado di mettere in scena un mondo e di raccontarlo mentre muta in modi anche imprevedibili, nonostante sia arrivato alla regia numero 91. Sebbene paia in primo luogo un omaggio al medium che ha imparato a padroneggiare per oltre 60 anni, “Tokyo Taxi” finisce per dimostrare anche l’incredibile abilità del suo regista di reinventarsi, non importa quanto siano in apparenza banali le storie che racconta, quanto umili i suoi protagonisti, quanto semplici i mondi che mette in scena.

08/05/2026

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