Troppa grazia

Troppa grazia


Gianni Zanasi

Drammatico | Grecia, Italia, Spagna
(2018)
Che Gianni Zanasi sia regista fuori dal comune è un fatto assodato, ma che lo siano anche i film da lui realizzati è tutto un altro paio di maniche. Un po’ come i personaggi dei suoi lavori, il regista di Vignola è abituato a parlare poco e a comparire ancora meno, preferendo che a farlo sia il risultato del suo lavoro e cioè i suoi film, anche questi, come si conviene, centellinati con il contagocce: appena cinque in oltre venti anni di carriera sono un record di parsimonia che per l’appunto fanno di ogni uscita una specie di piccolo grande evento.
In realtà, rispetto alle usanze, “Troppa grazia” rappresenta un’eccezione visto che il film arriva sugli schermi italiani dopo essere passato (e aver vinto un premio) alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo festival di Cannes e quindi, una volta tanto, facendo leva su un ritorno pubblicitario che in questo caso trova terreno fertile in una materia come quella delle apparizioni mariane antropologicamente connaturate alla natura della nostra storia.

In realtà, pur nel suo tratto distintivo, “Troppa grazia” sembra la naturale prosecuzione del film che lo ha preceduto a cominciare dal titolo, “La felicità è un sistema complesso“, il cui significato si addice come meglio non si potrebbe al percorso esistenziale di Lucia (a cui presta corpo e voce una effervescente Alba Rohrwacher), madre di una figlia adolescente e geometra specializzata in rilevamenti catastali, impegnata a barcamenarsi tra la fine della relazione con Arturo (Elio Germano) e i rimorsi di coscienza dovuti alla possibilità di nascondere – per bisogno di soldi – le anomalie presenti sul terreno nel quale dovrà nascere un importante polo immobiliare. A conti fatti, più o meno ciò che capitava all’Enrico Giusti di “La felicità è un sistema complesso”, alle prese con una altrettanto dolorosa consapevolezza sulle implicazioni negative poste in essere dalle risultanze del proprio lavoro. E come nel lavoro del 2015, attraversato da un’anarchia che in entrambi i casi si manifesta, da una parte, come critica fatta a se stessi prima ancora che agli altri, rispetto all’accettazione passiva delle storture del sistema capitalistico, una volta di più combattuto anteponendo a quest’ultimo il primato dell’ambiente e la sua salvaguardia; dall’altra, orientandosi a combinare gli aspetti teorici e pratici della questione con una “chiamata alle armi” che nel caso di Lucia – e come vedremo anche di Arturo – si profila come una svolta personale, indispensabile a farle riprendere in mano la propria vita e quella della sua famiglia.

“Troppa grazia” però ha dalla sua il fatto di portare a compimento alcune delle peculiarità emerse in maniera embrionale nell’ultima produzione del regista, a partire da una certa propensione al metafisico che, se altrove era stata affrontata più sul piano teorico che materiale (e comunque segnalata dalla presenza di distorsioni visive e accentuazioni cromatiche), qui diventa addirittura apoteosi mistica nel momento in cui il risveglio di Lucia avviene per il tramite della Vergine Maria (la Hadas Yaron di “La sposa promessa” e dello stesso “La felicità è un sistema complesso”), disposta a tutto, anche alle maniere forti (in una delle scene più esilaranti sembra di essere nel bel mezzo del “Fight Club” fincheriano), pur di convincere la donna a contrastare le speculazioni economiche dei suoi datori di lavoro.

Detto che quella di Zanasi non è la manifestazione di una professione religiosa bensì l’ammissione di una religiosità laica (testimoniata dall’umanità anche sgraziata di cui la Vergine si fa portatrice come pure della prosaicità del contesto nel quale Zanasi ce la propone) applicata alla bellezza del creato e, nel caso di Lucia, delle sue creature, “Troppa grazia” legittima la pregnante spiritualità dei personaggi zanasiani, i quali, almeno sul versante dei protagonisti, ci appaiono svuotati dei loro bisogni organici (non a caso, qui come altrove la sessualità è assente anche nel fuori campo) e, sulla scia del modello mariano, rivestiti di pura anima. Una mancanza di fisicità, questa, compensata da un surplus emotivo e sentimentale di cui l’espediente del film è materializzazione drammaturgica e insieme narrativa. In tal senso. la scelta della Rohrwacher appare più che azzeccata non solo per la bravura dell’attrice ma anche per l’eccezionalità di un ruolo che, andando contro l’immaginario dei personaggi da lei interpretati, rende ancora più forte lo straniamento della “commedia” surreale in cui la vediamo coinvolta.

La debolezza di qualche nesso logico relativo alle motivazioni della protagonista e, in particolare, di quello che dovrebbe giustificare lo scarto tra l’iniziale scetticismo di Lucia e la successiva adesione alle volontà del sua interlocutrice, così come una certa tendenza a divagare nella parte conclusiva della vicenda, non diminuiscono la bontà del risultato né l’originalità del cinema di Zanasi.

26/11/2018

Cast e credits

Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
110'
Produzione
Pupkin Production, Rai Cinema
Sceneggiatura
Gianni Zanasi, Giacomo Ciarrapico, Michele Pellegrini, Federica Pontremoli
Fotografia
Vladan Radovic
Scenografie
Massimiliano Sturiale
Montaggio
Gianni Zanasi, Rita Rognoni
Musiche
Niccolò Contessa
Costumi
Olivia Bellini

Trama

Se la vita di Lucia è già un inferno le cose si complicano quando la donna inizia ad avere apparizioni della madre di Gesù 

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