CAST & CREDITS

cast:
Bradley Cooper, Sienna Miller

regia:
Clint Eastwood

distribuzione:
Warner Bros Pictures Italia

durata:
132'

produzione:
Warner Bros Pictures, Village Roadshow Pictures, Mad Chance, 22nd e Indiana, Malpaso

sceneggiatura:
Jason Hall

fotografia:
Tom Stern

scenografie:
James J. Murakami, Charisse Cardenas

montaggio:
Joel Cox, Gary D. Roach

costumi:
Deborah Hopper

American Sniper | Recensione | Ondacinema

American Sniper

di Clint Eastwood

bellico, biografico, Usa (2014)

di Antonio Pettierre

Voto: 5.0

Chris Kyle - il "cecchino americano" del titolo - ha nel mirino del suo fucile un ragazzino con una bomba in mano che si lancia contro un carro armato dei marines mentre sono in perlustrazione in una città irachena devastata dalla guerra. Lui è l'unico che lo vede e chiede conferma al comando via radio che gli dà libertà di azione e di decisione su cosa fare, perché solo lui si è accorto del pericolo. Con uno stacco inizia un lungo flashback introduttivo sulla vita del giovane Kyle e su come è arrivato su quel tetto in zona di guerra a decidere della morte delle persone.

Vediamo così che Chris è un ragazzino dal temperamento forte e risolutivo, con un padre con la passione per le armi e la caccia e che si accorge del talento del figlio nell'uso del fucile; la frequentazione della chiesa e il furto della bibbia che si porterà sempre dietro; i pranzi in famiglia con il padre che illustra la metafora di un mondo diviso tra "pecore, lupi e cani", dove i primi non sanno del pericolo e del male che portano i "lupi" e che ci sono "i cani" che invece hanno questo compito innato e sono chiamati a difendere le "pecore". Quindi fin da subito sono messi in scena i tre pilastri fondamentali di Kyle: Dio, Patria e Famiglia. Il rapporto poi con il fratello minore - descritto come un debole e perdente rispetto alla figura di Kyle designato dal padre come "cane" da guardia del fratello - non fa che rafforzare la personalità messianica del giovane texano che ormai adulto, da anonimo cowboy di rodeo, dopo gli attentati degli anni 90 subiti in Kenya dagli Usa, si arruola nei Navy Seal (il reparto di élite della Marina Militare statunitense) proprio per il suo desiderio di difendere la patria e la famiglia. Si continua poi con l'addestramento militare; l'incontro con la futura moglie, il matrimonio, l'attacco dell'11 settembre alle Twin Towers a New York e l'intervento in Iraq. Fine dell'introduzione. Si ritorna sul tetto, si ripete la scena, dito sul grilletto e Kyle abbatte prima il ragazzino e poi la madre che raccoglie la bomba.

Hollywood e il cinema indipendente americano hanno prodotto negli ultimi anni una serie di pellicole di diversa natura dedicate alla guerra in Medio Oriente. Ovviamente agli Studios interessa la spettacolarizzazione delle avventure belliche e comunque il cinema di genere americano è privo di messaggi espliciti, ma si limita a illustrare temi che possano avere presa su un vasto pubblico. Certo però che alcuni autori e registi hanno messo in evidenza il lato oscuro dell'interventismo americano e rappresentato i conflitti interiori dei reduci in modo interessante come per esempio "Green Zone" di Paul Greengrass, "Nella valle di Elah" di Paul Haggis, "The Hurt Locker" di Kathryn Bigelow, fino ad arrivare alla denuncia esplicita di Brian De Palma con il suo "Redacted" boicottato in patria.

Sotto la presidenza del democratico Barack Obama, la Bigelow ritorna sul tema questa volta prendendo una posizione più chiara politicamente con il suo "Zero Dark Thirty", dove con una messa in scena curatissima e una ricerca formale dell'inquadratura si arriva a giustificare le torture sui prigionieri pur di raggiungere lo scopo della missione di catturare il nemico numero uno dell'America Osama Bin Laden (e le attuali polemiche negli Usa sull'uso della tortura dimostrano la loro dubbia efficacia e comunque una sospensione dei diritti civili e umanitari intollerabile per una società civile e democratica).

Il film di Eastwood si muove su queste coordinate. A una prima visione superficiale "American Sniper" appare essere un nuovo episodio di quanto sia sporca la guerra e di come anche gli uomini giusti siano costretti a combattere per la difesa della democrazia. Ma non è così. Eastwood prende la storia vera di Kyle e ne fa emblema dell'american way of life più profonda ed estesa (cioè l'unica valida per un mondo di pecore dove la "democrazia" deve essere esportata con la forza).  

Suddiviso in un prologo, quattro atti - corrispondenti alle quattro missioni in Iraq di Kyle sempre volontario - e a un epilogo con il suo ritorno a casa dalla famiglia (quella ristretta, composta dalla moglie e dai due figli,  e  quella allargata, dei commilitoni reduci feriti nel corpo e nello spirito che lui aiuta), il regista narra le gesta dell'"eroe americano" che non tentenna mai, forte del suo credo - Dio, Patria e Famiglia, appunto da difendere ovunque e da ogni pericolo immediato o latente - e il cui unico scopo è quello di salvare la vita dei propri compagni in combattimento.

Kyle è un uomo tutto d'un pezzo che diviene il cecchino più letale della storia militare americana (ufficialmente gli sono accreditati 160 uccisioni, lui ne rivendicava 255) e al colloquio con lo psicologo, dopo il ritorno definitivo a casa, afferma che non lo tormentano le uccisioni effettuate in battaglia (che davanti a Dio può giustificare ogni colpo sparato), ma tutti quei compagni che non è riuscito a salvare.

Potrebbe essere una rappresentazione interessante di una certa cultura americana, ma a conti fatti Eastwood semplifica la complessità di una guerra ancora in atto, concentrandosi sul personaggio e sull'uomo Kyle (interpretato da Bradley Cooper, a dire il vero, con una certa fissità di sguardo che limita la recitazione dell'attore, anche se è straordinaria la somiglianza con il vero Kyle). I quattro atti di guerra quindi, pur girati con la solita maestria e solidità dal regista americano, come ci ha ormai abituato, diventano ripetitivi, ossessionanti, sempre con una messa in quadro che mette in evidenza il coraggio di Kyle rispetto ai molti commilitoni che rimangono uccisi o feriti perché "perdono la concentrazione sulla loro missione" (e in un certo senso hanno una parte di colpa).

Ci sono due sequenze emblematiche dello sguardo del regista. La prima l'abbiamo quando Kyle incontra il fratello alla fine della sua prima missione, richiamato nei marines per combattere anche lui, e che ritorna finalmente a casa. Un breve saluto e il fratello dice che la guerra è uno schifo, con una smorfia di dolore sulla faccia. Il controcampo sul primo piano di Kyle è di stupore e di attonita incredulità. In un primo momento sembra che all'inquadratura sia attribuibile una condanna della guerra, ma nello sviluppo diegetico è la prima di una serie dove al contrario è la disapprovazione di Kyle nei confronti di quei militari che rifuggono le responsabilità per difendere i valori fondamentali. Insomma il "cane da guardia" oltre a combattere i "lupi" inizia a disprezzare le "pecore" che non capiscono lo sforzo a combattere una guerra sì sporca, ma necessaria. L'altra sequenza è nell'ultima missione di Kyle che torna per uccidere il cecchino della parte avversa, un campione olimpionico siriano che uccide i soldati americani. Kyle pur di abbatterlo mette in pericolo le vite dei suoi compagni e l'inquadratura che segue il dettaglio del proiettile in volo ha un compiacimento estetizzante di cui Eastwood poteva fare sinceramente a meno.

Kyle torna alla fine a casa, ma non perché sia stanco di uccidere e difendere la patria, ma perché si accorge che è venuto il momento di dedicarsi alla famiglia (altro pilastro del suo credo personale). L'epilogo termina con la morte di Kyle per mano di un reduce che cerca di aiutare. Eastwood evita di mostrare la morte dell'eroe e non gli interessa nemmeno spiegare e capire perché un reduce uccide un amico che lo vuole aiutare. Ed è semplicistico dire che il Male è all'interno dei confini visto che per tutto il film non ci sono elementi né diegetici né cinematografici per sostenere questa tesi assolutoria a un film più che bellico, belligerante.

L' ultimo film di Clint Eastwood è lontano dalla grande stagione dei suoi capolavori - "Mystic River", "Million Dollar Baby", il dittico sulla Seconda Guerra Mondiale "Flags of Our Fathers" e "Lettere da Iwo Jima", "Changeling" e "Gran Torino", in cui racconta il cuore di tenebra dell'America del presente e del passato con grande sensibilità e profondità. Al contrario, con "American Sniper" - andando al di là di ogni deludente aspettativa - Eastwood si accontenta di dirigere un'algida agiografia senza se e senza ma, semplificando i temi complessi di uno scenario politico-militare-economico tutt'ora in evoluzione, e affidandosi alle sue indiscusse capacità registiche per creare uno spettacolo a uso e consumo propagandistico.