CAST & CREDITS

cast:
Sam Rockwell, George Clooney, Drew Barrymore, Julia Roberts, Rutger Hauer, Michael Cera, Maggie Gyllenhaal

regia:
George Clooney

durata:
113'

sceneggiatura:
Charlie Kaufman

fotografia:
Newton Thomas Sigel

scenografie:
James D. Bissell

montaggio:
Stephen Mirrione

musiche:
Alex Wurman

Confessioni di una mente pericolosa | Recensione | Ondacinema

Confessioni di una mente pericolosa

di George Clooney

drammatico, thriller, biografico, Usa/Gran Bretagna/Germania (2002)

di Giorgio Magni

Voto: 7.5
Charlie Kaufman ci sa davvero fare, questo era chiaro. Da una mente di straripante creatività, genitrice di idee come "Essere John Malkovich" e "Il ladro di orchidee", non ci si poteva che aspettare uno script allo stesso tempo raffinato e graffiante: "Confessioni di una mente pericolosa" è ancor prima che un ottimo film, una grande sceneggiatura.
La storia è basata sull'autobiografia omonima di Chuck Barris: un produttore televisivo (Sam Rockwell) di successo si vede avvicinare da un tipo losco, Jim Byrd (George Clooney), il quale gli propone di entrare a far parte della CIA in qualità di agente segreto. Chuck accetta, con tutti benefici e i problemi che questa scelta può comportare.

Il film è tutto giocato su una forza comunicativa che ha come centro principale il tema del doppio, e una instabilità psicologica che stringe gradualmente la sua morsa sul protagonista. Detto questo, non sorprende che la scelta per la stesura dello script dovesse ricadere proprio su Kaufman, che nella creazione di giochi psicologici è maestro, e in un certo senso anche avanguardista (la visione di "Synecdoche New York", sua prima opera da regista, sarà chiarificante da questo punto di vista).
La qualità della scrittura è tale che, pur non presentando punti oscuri o caotici, ci si ritrova a non avere più una chiara visione di quella che possa essere la realtà dei fatti; ci si chiede se tutta questa concatenazione di avvenimenti non sia un po' eccessiva per capitare tutta a un solo uomo, per di più a un produttore televisivo.
Questa situazione rispecchia quella che è la condizione reale di Chuck Barris: la CIA ha sempre negato la veridicità dei contenuti della sua autobiografia, e nessun altro all'infuori di lui stesso può provare che tutto ciò che viene narrato non sia mero frutto della sua immaginazione.
La nostra disponibilità ad accettare la realtà di quello che ci viene proposto viene messa a dura prova, il sottile filo della credibilità viene tirato, stressato, maltrattato, senza però mai spezzarsi, lasciando alla fine un sapore di inconsueta ambiguità, cifra stilistica che già si è vista più volte nelle aberrazioni cinematografiche di Kaufman.

Ma se il merito per la forza narrativa della pellicola va tutto a Kaufman, quella per la potenza visiva e, soprattutto, evocativa va a George Clooney che, nonostante qui sia alla sua prima prova registica, mostra di sapere usare la macchina da presa con creatività impressionante, a tratti naïf: azzarda inusuali movimenti di camera, inquadrature particolari, sembra che giochi a sperimentare, senza mai dimenticarsi della serietà del compito che gli è stato affidato.
L'aria che si respira (non trascurabile il supporto della fotografia di Newton Thomas Sigel) è chiaramente 70s: tinte calde, colori sgargianti, luci intense. L'ambientazione principale in un ambiente televisivo permette a Clooney di creare un'atmosfera spensierata, leggera ma terribilmente sarcastica nell'illustrare l'ingenuità della gente americana nel guardare il mondo fuori. Per contrasto diretto il regista infila con nonchalance un sotteso commento politico alla situazione di tensione palpabile in pieno periodo di Guerra fredda, mettendo il personaggio di Chuck esattamente in bilico tra questi due mondi: il paese delle meraviglie, il locus amoenus dello studio televisivo (nel quale spuntano in un simpatico cameo Brad Pitt e Matt Damon), della casa, dell'amante Penny (Drew Barrymore) e i "loci terribili" (caratterizzanti qui sono le atmosfere sonore blueseggianti e la presenza di una inquietante Julia Roberts) dove per l'atipico impiego è obbligato a recarsi per perpetrare gli omicidi.

Fin qui nulla abbiamo detto di quello che è il pilastro recitativo della pellicola, Sam Rockwell. Prima di "Confessioni di una mente pericolosa" lo si era visto per almeno un decennio vagare attraverso produzioni tutto sommato trascurabili, nella quali tutt'al più era riuscito ad ottenere ruoli marginali ("Il miglio verde", "Charlie's angels") e francamente poco interessanti. Questa pellicola segna invece la sua consacrazione definitiva: un'interpretazione d'eccezione, dove i suoi tratti tipici di bello ma non troppo, tormentato ma ironico, giocano un ruolo chiave e lo portano a vedersi assegnare un Orso d'oro al miglior attore al Festival di Berlino 2003.
Dopo questa interpretazione verrà notato da Ridley Scott per "Il genio della truffa", cui seguiranno anni particolarmente floridi per la carriera di Rockwell, sempre più o meno sulla cresta dell'onda, sempre in ruoli importanti e, ovviamente, sempre ottimamente interpretati.