Ondacinema

recensione di Giuseppe Gangi
8.5/10

Con il cinema facciamo rivivere i nostri ricordi. Con il cinema possiamo perfino reinventare quei ricordi. Con il cinema ricordiamo il passato, il presente e il futuro... adesso. Il cinema ci riporta al passato, al presente e al futuro... adesso. Grazie al cinema ricorderemo il mondo
Lav Diaz

Dire che "Dawson City: Frozen Time" sia "solo" un documentario è come voler asserire che alcune delle più sconvolgenti e sorprendenti opere degli ultimi anni, quale può essere la filmografia non-fiction (e per questo spesso molto più fiction) di Werner Herzog, "The Act of Killing" di Joshua Oppenheimer o i lavori d'avanguardia di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi Lucchi e Michelangelo Frammartino siano "solo" documentari. L'etichetta di genere è quanto mai un gioco convenzionale per un'opera come "Dawson City - Il tempo tra i ghiacci": Bill Morrison partendo dal dato reale, concreto, e rimanendovi aderente per tutti i 120 minuti di durata, compone un'astratta riflessione sull'essenza della Settima arte, continuandosi a porre la fondamentale domanda di André Bazin: che cos'è il cinema?

Nel 1978 a Dawson, una piccola cittadina nord-canadese della penisola dello Yukon, vengono ritrovati circa cinquecento rulli interrati in quella che era la piscina di un'associazione ricreativa che stava per essere demolita per fare spazio a un nuovo edificio. Si scopre presto che la pellicola è celluloide, quindi, altamente infiammabile: Morrison, all'inizio del film, ci tiene a informarci che il materiale di cui era fatto il cinema delle origini non era il sogno - come direbbero Shakespeare e il Bogart del "Mistero del falco" - bensì l'esplosivo. La celluloide non era altro che il fulmicotone usato per gli esplosivi militari, ulteriormente lavorato, e gli incendi nei depositi o negli stessi teatri che ospitavano le proiezioni erano, non a caso, molto frequenti. Il quesito che sorge spontaneo e a cui il regista prova a dare risposta è come mai così tante bobine siano state rinvenute in un minuscolo paesino del Canada. Il filologo sa che il rincorrere l'origine di un'opera, di un lavoro letterario, significa prendere parte a una detection ed è con questo spirito che Morrison intende diradare il mistero che avvolge tale sorprendente scoperta, resa ancora più eclatante dal fatto che dal ritrovamento emersero 372 film, alcuni dei quali ritenuti fino a quel momento perduti.

Salto temporale di 110 anni. È il 1896, il cinema è stato inventato dai fratelli Lumiére da solo un anno e presso il fiume Klondike venne rinvenuto uno dei filoni auriferi più ricchi di sempre. Nel giro di qualche mese la notizia si diffuse e iniziò una selvaggia corsa all'oro, che ispirerà saggi, romanzi e film (pensate appunto a "La febbre dell'oro" di Charles Chaplin o a "Terra Lontana" di Anthony Mann). Il territorio venne essenzialmente espropriato agli indigeni e Dawson, un piccolo borgo, si trasformò nel giro di un anno un'affollata e disordinata città di quaranta mila abitanti. Il regista ricostruisce la fondazione e lo sviluppo della città parallelamente alla corsa dei pionieri per accaparrarsi le vene più ricche. È la nascita della nazione basata sul capitalismo selvaggio tra 800 e 900 e Morrison, in maniera capillare, fa rivivere le varie vite di questa cittadina raccontando la Storia di Dawson. Il film diviene non solo una narrazione storica ma una vera e propria riflessione, un saggio per immagini  con una elaborata fisionomia strutturale che vuole raccontare tante storie quanto ne può contenere una città: la prima parte scandisce le fasi della costruzione, dello sviluppo e del declino, parallelamente, in un moto ondoso che si diparte dal centro (non Dawson, ma la scoperta stessa, quindi le pellicole) seguiamo le storie dei vari personaggi che si intrecciano nella cittadina canadese, i gestori dei locali, dei bordelli, delle sale cinematografiche, avventurieri che diventano imprenditori e poi magnati (la famiglia Trump iniziò a Dawson la propria scalata). Scavando nel passato di Dawson e nelle immagini che ci ha lasciato, il regista dimostra l'inestricabile legame che unisce il capitalismo rampante e la diffusione del cinematografo, in un gioco di echi e di specchi di cui si è nutrita la storia americana tra i due secoli e il successivo mito dell'American Way of Life

Morrison utilizza porzioni delle pellicole ritrovate facendole dialogare tra loro, innestandoli in una narrazione composta da immagini di repertorio, cinegiornali e fotografie d'epoca: il lavoro di ricerca e di montaggio è tanto più mirabile quanto riesce a dare struttura e coesione a materiali nati separatamente e indipendenti. Il regista compie in quest'opera un piccolo grande miracolo poiché il saggio storico, la riflessione filosofica possiede i tempi, il ritmo e la portata del poema. C'è infatti epica nel susseguirsi delle immagini, nella lotta per la sopravvivenza tra i ghiacci dello Yukon, una storia che ha con sé le stimmate della rapacità capitalista, dell'avidità e della folle corsa verso un successo che non tutti avrebbero potuto ottenere. Grazie a quest'archeologia dell'immagine cinematografica, scopriamo ciò che quelle persone vedevano e sentivano attraverso i film e i cinegiornali dell'epoca; le pellicole, arrivando da così lontano, impiegavano anche anni per giungere a destinazione, e la comunicazione con l'immaginario del resto del mondo era in differita: differimento che si propaga anche nel dialogo che lo spettatore intrattiene con queste immagini aurorali, provenienti da quello che è a tutti gli effetti un mondo ormai scomparso. 

Roy Menarini alla fine della sua recensione[1] cede il passo a una interessante suggestione, ossia paragona "Dawson City - Il tempo tra i ghiacci" all'"Antologia di Spoon River". L'analogia è fertile soprattutto per una vistosa differenza: l'opera di Edgar Lee Masters usava la poesia per reinventare un mondo e la vita di persone di cui la parola conserva solo un'ombra, Morrison invece infonde poesia a immagini realizzate da altri di cui si reimpossessa. Non a caso, il regista non aggiunge voci fuori campo, solo didascalie mute che non distraggono dal nitore del bianco e nero. A incanalare le immagini dentro il flusso di un racconto, oltre al montaggio, ci pensa la musica firmata da Alex Somers, che alterna luoghi di distorsione sonora ad altri più eterei, con spirali di pianoforte e archi il cui crescendo ipnotico ricorda quegli Sigur Rós di cui è stretto collaboratore da molti anni. 

In un'intervista di qualche anno fa Franco Maresco[2] affermava: "Il cinema come l'abbiamo conosciuto è finito. Il cinema che abbiamo conosciuto è incentrato nel e sull'uomo, come mi diceva Giuseppe De Santis. Ed è fatto di stregoneria, di artifici, di mestiere e selezione. Non solo di arte. Tutti possono fare un film oggi, ed è una banalità, ma così collassa il senso stesso del cinema. Collassa la sacralità dell'immagine, come sosteneva Susan Sontag". La riflessione dice molto su come viene avvertito il cinema contemporaneo da alcuni artisti (sebbene si possa dire che il cinema sia dato morto da sempre, per alcuni è nato morto) e come "Dawson City" offra una stimolante risposta circa la possibilità di riesumare un corpo morto così debordante da sussumere dal terreno, resuscitare e tornare a nuova luce restando impresso nel corpo fragile della celluloide.[3] Il regista dialoga con l'Aldilà dei morti e riportando il cinema a uno stato naturale di fabbricazione del reale regala una seconda possibilità a chi è stato dissolto dalla Storia livellatrice, alle individualità che, nella transitorietà della vita, non hanno apparentemente lasciato alcun segno. Loro divengono i protagonisti di questo lavoro, insieme a opere filmiche fino a quel momento ritenute scomparse e che, una volta disseppellite, vengono riammesse nel grande corpus della Storia del cinema.
In una breve scena tratta da "The Butler and the Maid" (1912)[4] e utilizzata dal regista si vede un uomo a braccia conserte, forse pensieroso, forse in attesa; è posto a sinistra del quadro mentre la parte destra è rovinata nonostante il restauro: un fascio di graffi scorre fotogramma per fotogramma finché non spunta un braccio femminile la cui mano tocca l'uomo, che si volta e le sorride. È una scena meravigliosa come molte di quelle scaturite dalla collezione ritrovata: ed è una scena resa ancora più affascinante dalla metà graffiata e perduta per sempre, perché metonimia di tutto il film in cui si cerca di scorgere al di là della nebbia del tempo qualcosa che c'è (stato) ma che non si vede più. Sottrattosi al fuoco e al ghiaccio, il cinema ha fermato la storia e la vita su celluloide preservando se stessa e la sua memoria 



[1] R. Menarini, Dawson City - Il tempo tra i ghiacci, http://www.mymovies.it/film/2016/dawsoncityfrozentime/  

[2] G.A. Nazzaro, Il libro palermitano dei morti. Intervista a Franco Maresco, in "Film Tv", n. 35, 2014, p. 5.

[3] Un corpo fragile ma esplosivo, che più volte distrusse la città di Dawson e che per questo veniva scaricato nei fiumi o sotterrato.

[4] Si veda la seconda foto della galleria.


22/07/2017

Cast e credits

regia:
Bill Morrison


titolo originale:
Dawson City: Frozen Time


distribuzione:
Il Cinema Ritrovato


durata:
120'


produzione:
Hypnotic Pictures; Picture Palace Pictures; ARTE – La Lucarne; The Museum of Modern Art


sceneggiatura:
Bill Morrison


fotografia:
Bill Morrison


montaggio:
Bill Morrison


musiche:
Alex Somers


Trama
"Dawson City – Il tempo tra i ghiacci" racconta la storia vera quanto bizzarra di una collezione di 533 film databili tra gli anni Dieci e Venti del '900, considerati perduti fino al loro casuale e rocambolesco ritrovamento