CAST & CREDITS

cast:
Felix De Givry, Pauline Etienne, Hugo Conzelmann, Roman Kolinka, Greta Gerwig, Vincent Macaigne, Laura Smet, Golshifteh Farahani, Vincent Lacoste, Arnaud Azoulay

regia:
Mia Hansen-Løve

distribuzione:
Movies Inspired

durata:
131'

produzione:
CG Cinema

sceneggiatura:
Mia Hansen-Løve, Sven Hansen-Løve

fotografia:
Denis Lenoir

scenografie:
Anna Falguères

montaggio:
Marion Monnier

musiche:
Daft Punk, Joe Smooth, Frankie Knuckles, Terry Hunter

Eden | Recensione | Ondacinema

Eden

di Mia Hansen-Løve

drammatico, Francia (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0

One more time                                          Ma perché vola il tempo e fuggon gli anni,                           We're gonna celebrate                               sì ch’a la morte in un punto s’arriva

Oh yeah, all right                                      o colle brune o colle bianche chiome,
Don’t stop the dancing                              seguirò l’ombra di quel dolce lauro 
(Daft Punk, One More Time)                      (Petrarca – Canzoniere, XXX)                 

 


Attenzione, il rischio che "Eden" venga pubblicizzato come un film sui Daft Punk è altissimo. Non si racconta, però, della fortuna di un duo destinato a divenire star e punto di riferimento di un intero movimento, bensì la nascita, la crescita e la conseguente morte di una scena musicale nella Parigi a cavallo tra anni 90 e primissimi anni 2000.

La riscrittura autobiografica attraverso il mezzo-cinema è il leitmotiv dei numerosi autori che si sono ispirati ai numi tutelari della Nouvelle Vague, e Mia Hansen-Løve ha dato prova nei suoi lungometraggi della medesima vocazione. Il suo cinema esprime in diverse forme il sentimento della nostalgia, quel nostos doloroso che risale la corrente della memoria, viaggio che compie qualunque individuo su questa Terra. Tale movimento si è cristallizzato in modo mirabile in "Un amore di gioventù", centrato sul lancinante primo amore adolescenziale che, pur morendo, cicatrizza il suo ricordo nella restante vita sentimentale della protagonista. In "Eden" la regista francese si fa aiutare dal vissuto biografico del fratello Sven, dj e protagonista della scena parigina conosciuta per aver coniato il French Touch (il ragazzo protagonista, Paul, ricalca verosimilmente la sua esperienza). Degna allieva del suo mentore e compagno Olivier Assayas, si percepisce il tocco della Hansen-Løve sin dalle prime battute dell'opera: sapientemente colora il mood con una manciata di inquadrature e con la steadicam che passa tra i ragazzi che saltano e ballano, in perfetta sintonia col ritmo del divertimento. "Eden" ha diverse assonanze con "Desordre", notevole esordio di Assayas, che narrava la parabola di una band new wave: alcuni temi sono rispettati, come il maledettismo dell'artista (in quel caso si percepiva vago l'eco della storia di Ian Curtis), il viaggio a New York quale ratificazione di un successo che si rivelerà transitorio. Ma se "Desordre", tramite la sincera passione musicale del suo autore, si poneva per lo più dilemmi di natura morale, il film della Hansen-Løve evita tali insidie concentrandosi su un cronotopo lineare che scorre per più di vent'anni, raccontati per episodi ed ellissi in presa diretta.

Diviso in due sezioni, "Paradise Garage" (in ossequio al club di Larry Levan) e "Lost in Music" (come una canzone delle Sister Sledge), "Eden" possiede i colori fluo e pop del racconto adolescenziale, l'eccitazione ingenua di un periodo vitale che si reputa irripetibile, nonostante la si rappresenti senza limarne gli spigoli. È il 1992, e vediamo un gruppo di ragazzi inoltrarsi per un bosco, nell'oscurità della notte: la macchina da presa sceglie di seguire Paul che, invece di raggiungere il luogo concordato, si allontana da solo, stendendosi sotto un albero ad aspettare l'alba e ad ascoltare il canto degli uccelli notturni. La destinazione è una vecchia e arrugginita imbarcazione sulla quale si stanno facendo preparativi per una festa; tra la clandestinità innocua dei rave-party, Paul e il suo amico Cyrill conoscono i ragazzi che gli accompagneranno negli anni a venire, entrambi con ambizioni artistiche, equamente divisi tra musica e disegno. Dopo pochi anni, Paul, insieme a un altro giovane dj, fonda i Cheers (stesso nome del duo formato da Sven Love col socio Greg Gauthier), animando le serate parigine con la musica garage che descrive sinteticamente come un connubio di macchine e voci, mix di caldo e freddo. La regista riprende la fame ossessiva di musica e di vita che vanno, quasi sempre, di pari passo, accarezzando i protagonisti con alcuni calibrati primi piani di una macchina da presa curiosa di scoprire i dettagli del lavorio dietro la creazione di un tempo che batte in 4/4. Il suo sguardo è sensibile ai cambiamenti, dagli spazi privati, palcoscenici di sfoghi liberatori e giocosi, agli affollati club, dove si consuma il rito della felicità collettiva, oltrepassando con discrezione i vizi mutare in dipendenza, i solidi rapporti diventare friabili: descrive molti aspetti anche solo con un piano fisso, o per mezzo di un dialogo tra campi medi e lunghi, con un rapido movimento di macchina che si sostituisce al montaggio. La Hansen-Løve sa che non c'è quasi mai tempo per fermarsi: i personaggi, pulsanti come i battiti della house, scompaiono e poi riappaiono, uguali a se stessi, nella festa successiva. Finché, a ballare, non rimane più nessuno.

L'eterno viaggio verso l'eden del titolo si sostanzia quindi come astratto ritorno al paradiso perduto della giovinezza. In "Eden" la cicatrice è quella lasciata dall'ossessione artistica che costringe a voler essere rivoluzionari ed eternamente giovani per poi, spesso, naufragare di fronte al tempo inarrestabile che non si stanca mai di dissipare gli attimi delle vita. Difficile, in tal senso, trascurare l'apparizione degli astri nascenti Daft Punk, rigorosamente senza casco, nelle vesti umane di Thomas e Guy-Man: il loro passaggio schivo e intermittente ai party significa la differenza tra un successo, il loro, che si perpetua tramite una ricerca tesa verso il rinnovamento di se stessi, e l'evanescenza di chi, forse, diviene invisibile di fronte al tribunale della Storia. È il destino di Paul che si attesta a un sogno, bruciandolo quotidianamente tra beat invecchiati, cocaina e fugaci amori, che lo fanno sprofondare in difficoltà economiche sempre meno aggirabili. In lui non c'è alcuna spinta ascensionale, se non quella effimera che lo porta a suonare sul palco rialzato del terrazzino del PS1 al MoMA di New York. Il suo è un percorso che si tiene costantemente sulla medesima linea, ricordando da vicino Llewyn Davis, ultimo antieroe coeniano: se però i fratelli Coen lavoravano sulla contrazione del tempo, seguendo il personaggio per una settimana così da disegnare una parabola esistenziale circolare, la Hansen-Løve distende la sua cronaca, lambendo il ritratto generazionale. E quando Paul, finalmente, si ferma e immagina, a letto, la sua ultima amica leggergli una poesia, "The Rhythm" di Robert Creeley, "Eden" si eleva ad allegoria del tragitto esistenziale che porta alla consapevolezza della finitudine delle cose umane, piombando di malinconia un bilancio che commuove per un pessimismo mai insistito, eppure, irreversibile. Come il tempo.