CAST & CREDITS

cast:
Sam Riley, Samantha Morton, Craig Parkinson, Joe Anderson, Toby Kebbell, Alexandra Maria Lara, Harry Treadaway, Matthew McNulty, Tim Plester, James Anthony Pearson, Nigel Harris, Ben Naylor, Nicola Harrison, Andrew Sheridan, Robert Shelly, Richard Bremmer, Tanya Myers, Martha Myers Lowe, David Whittington, Margaret Jackman, Mary Jo Randle

regia:
Anton Corbijn

distribuzione:
Metacinema

durata:
122'

produzione:
Iain Canning, Anton Corbijn, Deborah Curtis, Todd Eckert, Peter Heslop, Orian Williams, Tony Wilson

sceneggiatura:
Matt Greenhalgh

fotografia:
Martin Ruhe

scenografie:
Chris Roope

montaggio:
Andrew Hulme

musiche:
New Order

Control | Recensione | Ondacinema

Control

di Anton Corbijn

drammatico, musicale, biografico, Gran Bretagna, Australia (2007)

di Rocco Castagnoli

Voto: 7.0
"Wait for the time, something must break"
("Something must break", Joy Division)

Aprire la recensione di un film sul leader di una band musicale con un estratto dal testo di una loro canzone può sembrare banale, eppure parla e spiega più di mille cappelli introduttivi.
Sull'importanza della band Joy Division, pioniera ed apripista del sound new-wave in Inghilterra alla fine degli anni 70, nonché sul ruolo pesantissimo che ha tutt'ora su molta della scena musicale (inglese e non) dei giorni nostri, si è già parlato a dovere ed è inutile soffermarcisi troppo.
Tuttavia, la ragione al perché un film come "Control" esca solo in questo periodo (e finalmente anche in Italia) dopo tanti anni, si trova proprio in virtù del fatto che ultimamente i Division sembrano usciti una volta per tutte dall'ambito underground, sdoganati e riconsiderati ormai da qualsiasi rivista musicale, magari perché banalmente accostati a tante indie-band attuali.

In realtà, all'origine di tutto sta il libro della moglie di Ian Curtis, Deborah, scritto qualche anno fa e già oggetto da tempo di attenzioni per un eventuale adattamento cinematografico. A questo fa il paio anche un interessante documentario di Grant Gee, del 2006, nel quale veniva illustrata quella che era la scena musicale di Manchester in quegli anni, fucina in pieno fermento di band altrettanto epocali. Ci sono voluti però i soldi dei produttori Eckert e Williams, una riscrittura generale della sceneggiatura poi affidata a Greenhalgh per far sì che si attutissero in qualche modo gli sfoghi rancorosi del libro della Curtis e si approfondissero invece altri aspetti o personaggi (la giornalista belga con la quale Ian ebbe una relazione, e che nel libro è descritta solo marginalmente), per far sì che questo progetto prendesse definitivamente vita. 

La regia è stata affidata ad Anton Corbijn, di certo non un nome a caso, se si considera che la sua fama mondiale (fotografo ufficiale e regista di videoclip di band come Depeche Mode, U2, REM e così via, qui al suo primo lungometraggio) ha preso il "la" proprio dalla band in questione, per la quale arrivò a spostarsi dall'Olanda all'Inghilterra e che immortalò in una serie di scatti memorabili che hanno fatto storia.
La sua bravura a livello visivo è quindi indiscussa e qui si traduce in una fotografia in bianco e nero penetrante, nitida, melanconica quanto basta ed estremamente efficace (Corbijn stesso ha detto che non avrebbe mai potuto immaginarsi un film sul suo amico a colori), oltre che in una sequenza di scene live (quelle suonate e cantate veramente dagli attori, senza playback) dal fortissimo impatto emotivo e dalla resa sorprendentemente realistica.  

Ma il fulcro inevitabile del film è la figura romantica, disperata e complessa di Ian Curtis, leader della band, che ha in un modo o nell'altro influito decisamente nel rendere i Division una band storica e cult (emblematica la sua morte prematura che lo paragona, magari un po' forzatamente, ad altri grandi 'bruciati' del rock). È quindi questo, e va sottolineato, un film su di lui, e non sul suo gruppo: a parte le scene live, infatti, i futuri New Order compaiono poco, senza tra l'altro incidere per personalità, e ciò appunto (e con una scelta stilistica coraggiosa) rende "Control" un film non prettamente musicale, diverso ad esempio da tanti altri biopic movimentati e frastornanti, forse proprio perché Curtis in primis era lontano anni luce dal clamore tipico della "rockstar".

Tutto questo a livello filmico si traduce in una intimità quasi maniacale della macchina da presa nei confronti del personaggio e in un effetto statico come di "congelamento" che fa risaltare le pause, i silenzi, i tempi morti: proprio come se di vita reale e non di film rock si trattasse.
L'attore protagonista Sam Riley, già abbastanza simile fisicamente a Curtis e poi calato completamente e magnificamente nel ruolo (si veda per esempio la famosa "danza epilettica" rifatta pari pari), cerca di conferire il necessario spessore psicologico ad una persona che vive il suo dramma senza saperselo spiegare, che soffre, piange, custodisce in sé un dolore talmente inesplicabile da non poter essere risolto né curato (l'ipnosi), e che infine, in modo metodico e meticoloso, progetta e realizza senza appello il suo sucidio.
Brava la Morton nei panni della moglie, ottima la colonna sonora che oltre ai più celebri pezzi dei Division usati nei momenti clou (si veda la struggente anche se scontata "Love will tear us apart") pesca anche a piene mani nel repertorio musicale del periodo (Velvet Underground, Sex Pistols, Roxy Music, Buzzcocks). 

Resta da chiarire quale tipo di pubblico possa in fin dei conti amare un film come "Control", se non quello dei fan più esperti ed interessati (che comunque ad oggi non sono pochi). Ma d'altronde l'operazione non sembrava porsi a monte questo problema, così magari se per alcuni potrà sembrare anche lento e un po' deprimente, per gli altri sarà goduria pura.