CAST & CREDITS

cast:
James Dean, Natalie Wood, Sal Mineo

regia:
Nicholas Ray

distribuzione:
Warner Bros

durata:
111'

produzione:
David Weisbart

sceneggiatura:
Stewart Stern

fotografia:
Ernest Haller

scenografie:
Malcom Bert, William Wallace

montaggio:
William Ziegler

costumi:
Moss Mabry

musiche:
Leonard Rosenman

pietra miliare

Gioventù bruciata | Recensione | Ondacinema

Gioventù bruciata

di Nicholas Ray

drammatico, Usa (1955)

di Alessandro Corda

"Gioventù bruciata" ("Rebel Without a Cause"), prima di tutto, è un fondamentale  punto d'incontro tra due concezioni del cinema speculari e, allo stesso tempo, convergenti: dove la messa in scena si amalgama perfettamente ad una profonda analisi e ad una denuncia sociale. Le due figure che permettono questo sposalizio sono quelle di Nicholas Ray, regista dalla carriera multiforme e capace di passare per più generi senza perdere la propria identità autoriale, e quella di James Dean, il divo per eccellenza che era in quel momento qualcosa di più di un attore: un corpo simbolo, l'immagine di una generazione. L'incontro cruciale, per i due, avvenne per opera di Elia Kazan, amico di Ray dai tempi del Group Theatre (1931), laboratorio teatrale che calamitò grandi talenti, come Irwin Shaw, Clifford Odets e Martin Ritt. Kazan aveva scelto Dean come protagonista de "La valle dell'Eden" e, grazie a questo film, anche Ray ebbe modo di conoscerlo.
In principio ci fu il libro, "Rebel Without a Cause", dello psichiatra Robert Lindner che era scritto sotto forma di diario giornaliero della psicanalisi di un giovane detenuto.  Ray non voleva seguire le vicende raccontate sul libro, perché voleva fare un film sul tipico ragazzo della porta accanto, incapace di mantenere un giusto controllo sulle proprie pulsioni. Il lavoro di stesura, insieme allo sceneggiatore Stewart Stern, fu molto difficoltoso. Inizialmente il titolo doveva essere "The Blind Run", poi, grazie al risolutivo incontro con il giovane attore dell'Indiana, il progetto decollò, impostando tutta la storia addosso al personaggio di Jim Stark.


Ribelli si nasce
Chi è Jim Stark? È un ragazzo, all'apparenza, come tanti: di buona famiglia, con una bella macchina sportiva, iscritto all'università, ma attraversato da un male di vivere che lo porta ad ubriacature e a compagnie pericolose. Nel 1955 il suo personaggio è di estrema attualità nell'America di Eisenhower e riesce a leggere le ossessioni di un'intera generazione, con qualche anno d'anticipo. La famiglia Stark ha cambiato da poco città e il giovane Jim incomincia una nuova vita cercando di inserirsi tra i suoi coetanei. Il primo giorno di università ritrova Judy (Natalie Wood), una ragazza incontrata di notte al commissariato. Stringe amicizia con Plato (Sal Mineo) ed entra in collisione con Buzz, il capo di una banda di ragazzotti. L'ostilità tra i due culminerà con un duello, la "corsa del coniglio", che trascinerà il gruppo verso un tragico epilogo.
Come si diceva, "Gioventù bruciata" coniuga l'aspetto più classico e spettacolare del cinema di metà anni 50 con il lato più profondo e intimo. Il film è una complessa stratificazione di tematiche da quelle più evidenti fino ad arrivare a piccoli particolari in grado di raccontare molto più di tante scene.
Di sicuro il tema della ribellione è il principale, non a caso citato dal titolo originale. Lo stesso Ray aveva già raccontato e racconterà ancora figure di giovani ribelli come il ragazzo bandito Bowie ("La donna del bandito") e l'assassino faccia d'angelo Nick Romano ("I bassifondi di San Francisco"), ma la ribellione di Stark si differenzia perché senza una giustificazione ("without a cause"). Non ci sono cause di natura economica, Jimmy è benestante e vive una condizione di serenità. La ragione vera è più di natura sociologica: la generazione che negli anni cinquanta compiva cinquant'anni (i genitori di Jimmy) aveva conosciuto in età adulta i disagi della guerra e ora sognava un'America come quella di un tempo. La generazione di Jimmy-James prova un disprezzo per queste ambizioni, viste come frivole e volgari. Non nutre nostalgia per un passato che non ha conosciuto e non riesce ad aderire alle aspirazioni dei padri.  
Il seme della ribellione germoglia senza una ragione apparente e rimane dentro. In fondo anche il Jesse James di "La vera storia di Jess il bandito", tredicesimo lungometraggio del regista, è spinto da una ribellione dettata da motivi, apparentemente, contingenti, da un'infanzia infelice e dalle angherie patite dai suoi ad opera dei nordisti, ma quando queste motivazioni cadranno, Jesse continuerà ad essere un bandito, un ribelle, perché il seme della ribellione è dentro e non si può estirpare. Per Stark sarà diverso, la rabbia verso il mondo adulto cesserà alla fine quando passerà, pure lui, dall'altra parte, nell'età della maturità.
Dopo la lunga notte di sofferenza e morte, Jim acquista la consapevolezza di essere diventato adulto. Per la prima volta, dall'inizio del film, si rivolge ai genitori con un tono diverso e lo fa per presentare loro Judy. Il ragazzo è diventato un uomo, fino a quel momento la rabbia e la durezza non avevano fatto altro che nascondere ancora un animo da fanciullo, quasi infantile. Quest'ultimo aspetto viene sottolineato in modo geniale da alcuni particolari: i calzini spaiati di Plato oppure il latte che beve Jim. Piccole disattenzioni e abitudini più legate al mondo dell'infanzia.


Un figlio che diventa padre
Un altro perno fondamentale è quello del rapporto padre/figlio. Più precisamente, i personaggi di  "Gioventù bruciata" sono alla ricerca di modelli che non trovano all'interno del perimetro della famiglia, o per averla persa (come Plato) o per la mancanza di ascolto da parte dei rispettivi genitori (Jim e Judy). Resta inevitabile la ricerca di una famiglia al di fuori delle mura domestiche; in fondo la paternità, nei film del regista del Wisconsin, è solo di rado un rapporto di sangue.
Jim Stark interpreta il doppio ruolo di figlio e padre. Come figlio vorrebbe avere un padre più deciso e meno subalterno alle decisioni della madre. È emblematica la scena di Jim che rientra a casa e trova il padre con il grembiule della mamma, chino a raccoglie i pezzi  di un vassoio caduto a terra. Basterebbe la prima inquadratura per rendersi conto della grandezza di Ray, capace di raccontare il rapporto tra i due con la sola forza delle immagini. È cinema allo stato puro: il padre è in una posizione di ridicolo e ha perso ogni autorità. Il grembiule della moglie, che indossa, non fa altro che ricordare chi comanda in realtà in quella casa.
Quando è nelle vesti di "padre", Jimmy si comporta con Plato come vorrebbe che suo padre facesse con lui: diventa il padre perfetto per quella generazione. Quando Jim, Judy e Plato fuggono nella villa abbandonata, una sorta di isola-che-non-c'è dove il tempo si è fermato,  vivono qualche ora come una famiglia ideale. L'immagine di loro tre seduti in terrazza sembra un dipinto a metà strada tra una Pietà e una Natività, un'immagine di sacralità che non deve essere violata.
In fondo anche la differenza d'età tra Nicholas Ray (classe 1911) e James Dean (1931) si avvicina più a quella di un padre con un figlio. Dean si immedesimò molto nella figura di Jim Stark a tal punto da improvvisare molte volte. Ray, dal canto suo, lo lasciò fare senza imporre una direttiva precostituita. La famosissima prima scena di Jimmy e la scimmietta fu improvvisata dall'attore e Ray la montò all'inizio così da legarla con il finale, in una sorta di chiasmo premonitorio. Qui Jim, ubriaco, copre con un pezzo di carta il pupazzo, usandolo come coperta; alla fine della storia, questa volta sobrio e più maturo, copre il corpo di Plato con la sua giacca rossa. Questa sequenza con i titoli di testa racconta il senso vero della storia, quella cioè di un ragazzo che cerca un padre ma alla fine il padre è dentro di lui.


Un architetto dell'immagine
La fascinazione giovanile di Ray per l'architettura, sviluppata grazie alle lezioni di Frank Lloyd Wright, creatore dell'architettura organica, è evidente in molte ambientazioni. Il planetario "David Wark Griffith", per esempio, diventa uno scenario perfetto per il sacrificio finale: è una rievocazione della tragedia greca e acquista un forte valore simbolico che rimanda all'architettura classica. La morte di Plato avrà luogo sui gradini bianchi del planetario, come fossero quelli di un tempio.
L'uso del formato orizzontale del cinemascope permette a Ray di spaziare nello spostare i personaggi all'interno dello stesso fotogramma. Nella sequenza della "corsa del coniglio" le automobili degli spettatori sono disposte su due file convergenti e, coi fari accesi, delimitano lo spazio nel quale avrà luogo il confronto. Judy sta nel mezzo e, con le braccia alzate, dà il segnale di partenza. Un altro esempio di questo modo di disporre l'immagine è la scena al commissariato, appena dopo i titoli di testa. Con una sola inquadratura, Ray riesce a mettere insieme i tre ragazzi, ancora prima di conoscersi.
Sono una chiara firma del regista che raggiunse, film dopo film, una sempre maggiore astrattezza dell'immagine e una maggior attenzione alla disposizione architettonica del fotogramma.
A sessant'anni di distanza dal tragico schianto in macchina del 30 settembre del 1955 che portò via dalla vita e dalle scene un ragazzo di soli ventiquattro anni e un attore che, con solo tre film, riuscì a segnare un'epoca, resta vivo e immortale il talento di James Dean. E il giubbotto rosso scintillante non è solo uno dei tanti esperimenti cromatici di Nick Ray, ma diventa l'icona di un Mito intramontabile.