CAST & CREDITS

cast:
Mark Rylance, Ruby Barnhill, Penelope Wilton, Jemaine Clement, Rebecca Hall, Rafe Spall, Bill Hader, Adam Godley

regia:
Steven Spielberg

distribuzione:
Medusa Film

durata:
117'

produzione:
Walt Disney Pictures, Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, Walden Media, The Kennedy/Marsha

sceneggiatura:
Melissa Mathison

fotografia:
Janusz Kaminski

montaggio:
Michael Kahn

musiche:
John Williams

Il GGG - Il grande gigante gentile | Recensione | Ondacinema

Il GGG - Il grande gigante gentile

di Steven Spielberg

fantastico, avventura, Regno Unito/Usa/Canada (2016)

di Eugenio Radin

Voto: 6.0

Nonostante i suoi settant'anni e una sempre maggiore canizie, Steven Spielberg è sempre rimasto a Hollywood il Peter Pan per eccellenza: un vecchio bambino nel cui cuore i sogni infantili sono sopravvissuti al rapido scorrere del tempo. E così, nonostante i continui sforzi (per altro spesso riusciti) di costruire un cinema maturo e adulto, la nostalgia del vento magico che soffia nell'isola che non c'è si fa di tanto in tanto irresistibile nel cuore del Nostro e il ritorno all'infanzia diviene allora un bisogno fisiologico. Il cinema per l'infanzia diventa l'oasi di pace in cui ogni grande messaggio morale o politico può essere tralasciato per abbandonarsi totalmente a un cinema di poesia.

Così, ben cinque anni dopo "Le avventure di TinTin", il regista di Cincinnati sceglie di confrontarsi con uno dei giganti della letteratura per l'infanzia qual è Roald Dahl: autore che rappresentava in effetti una singolare mancanza nel campionario dei riferimenti di un regista come Spielberg, ma le cui storie hanno fatto spesso capolino tra i prodotti di altri celebri nomi della Settima Arte (si pensi a "La fabbrica di cioccolato" di Burton, o al bel "Fantastic Mr. Fox" di Wes Anderson).
A ben vedere, comunque, il discorso spielberghiano non è costituito da una serie di punti tra loro scollegati, ma porta avanti, nei diversi generi in cui si manifesta, delle idee e dei progetti comuni.
C'è dunque un sottile filo che collega tra loro il Grande Gigante Gentile e Abraham "Lincoln" (anch'esso in qualche modo gigantesco, "stella polare" della civiltà politica americana) passando per "Il ponte delle spie": nelle diverse pellicole cambiano infatti la tecnica, l'ambientazione, la struttura, ma non cambia l'oggetto della narrazione, non cambia il concetto che ne sta alla base. Lincoln, la spia Rudolf Abel e quest'ultimo "Big Friendly Giant" sono tutti personaggi che condividono un'integrità morale, un'inattuale capacità di sposare dei principi etici, nonostante ciò comporti un non indifferente carico di sofferenza e soprattutto di solitudine. Sono tutti personaggi che vivono al di fuori dell'ideologia del proprio tempo, che si battono cocciutamente contro una mentalità che non condividono. Infine, sono tutti personaggi che si rapportano in qualche modo con l'Altro, sia esso uno schiavo negro, un occidentale americano o una giovane orfana.
Il cinema di Spielberg si conferma un cinema sognatore, che imprime sulla pellicola delle virtù, per sperare di trasferirle, attraverso la visione cinematografica, al mondo reale. Il cinema diventa cioè, in Spielberg, "il migliore dei mondi possibili": un mondo in cui è ancora possibile una certa solidità morale (per lo meno dal punto di vista dello spettatore occidentale).

Inutile discutere poi sulla perizia tecnica del regista, che anche nel percorrere le nuove strade del digitale riesce a costruirsi una compattezza formale inattaccabile, la quale si esprime qui soprattutto nell'abilità di gestione della performance-capture, ma soprattutto nel grande gioco sui rapporti spaziali, capace di mantenere assieme il grande e il piccolo in ottimi long-take che non escludono né l'una né l'altra dimensione; capace di far talvolta diventare il piccolo immensamente grande tramite primissimi piani (l'inquadratura degli occhiali poggiati sul tavolo nella casa del gigante), o di cambiare repentinamente scala di grandezza, introducendo improvvisamente altri giganti, che rendono il protagonista da enorme a minuscolo.

Nel film la dimensione spaziale è cioè estremamente relativizzata grazie a giochi stilistici, che assumono però un'importanza centrale sul piano concettuale: il GGG è anch'esso, come Sofia, un rifiutato, solitario e bullizzato in una comunità di giganti molto più grandi di lui, che si cibano di bambini e che ridono delle sue abitudini vegetariane.
E tuttavia ciò che manca all'opera e che ne inficia inevitabilmente la generale validità, è la capacità di gestione del ritmo: difficoltà dovuta in parte alla scelta del soggetto di Dahl, che poco si presta, nella sua forma letteraria, a una trasposizione cinematografica.

Se la prima metà della storia si sviluppa in tempi eccessivamente lenti, la battaglia finale tra i giganti malvagi e l'esercito inglese si svolge invece in un batter d'occhio, senza darci il tempo di entrare nello scontro e di viverlo con un minimo di tensione. In mezzo si inserisce l'episodio a Buckingham Palace, scritto con toni fortemente comici, a differenza di tutto il resto della storia e che per questo mal si inserisce nello svolgimento generale della narrazione.

Non bastano purtroppo l'ottima colonna sonora di John Williams né la coloratissima fotografia di Janusz Kaminski (ormai entrambi storici collaboratori di Spielberg); non basta la bravura espressiva di Mark Rylance (che proprio con "Il ponte delle spie" si era aggiudicato l'Oscar al miglior attore non protagonista); non basta nemmeno la grande competenza registica o l'altrettanto grande affetto del pubblico verso un regista che ha segnato e sta segnando tutt'ora la storia del cinema americano.

Purtroppo "Il GGG" non può che essere visto come un mezzo passo falso nella lunga filmografia spielberghiana, che, seppur mantenendo intatta una certa visione dell'arte cinematografica, non riesce a reggere il confronto con i suoi precedenti lavori né a immedesimare il pubblico in quell'atmosfera travolgente e sognante che da sempre ne caratterizza la produzione.


PS: Non vogliamo attribuire al film la grande colpa del doppiaggio italiano, che nella voce della protagonista Sofia risulta insopportabilmente urticante e inascoltabile. Forse sarebbe ora di accorgersi della sconvenienza di questa tecnica, che toglie all'opera uno dei suoi tratti più propri, come le voci originali (alle cui spalle c'è spesso tra l'altro un lungo lavoro di preparazione da parte degli attori) e che invece è considerata un aspetto fondamentale dalle tristi distribuzioni dello Stivale.