La nostra storia | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Alessio Cossu
7.0/10

È notte, in una uggiosa Torino in bianco e nero. Una coppia di universitari esce da un cinema e passeggia dopo aver assistito a "Scarface" di Brian De Palma. La motivazione della sequenza metacinematografica diventa chiara alla fine del film, in quanto gli spettatori, e cioè noi, vengono implicitamente portati a confrontare i protagonisti delle rispettive pellicole.

Tornando ai due giovani, lui è colombiano, lei solo per parte di un genitore. Lui si chiama Hector Abad Faciolince, ma si fa chiamare Hector Abad III, perché – come dice – il padre vale per due. Il giovane, pur non essendo il protagonista, è il personaggio dal cui punto di vista si raccontano le vicissitudini di Hector Abad Gomez, padre di famiglia, medico, docente universitario e attivista per i diritti umani, assassinato dalle forze paramilitari in Colombia nel 1987. Il protagonista è ottimamente interpretato da Javier Camara, affidabile veterano della cinematografia di Pedro Almodovar ("Parla con lei", "La Mala Educaciòn", "Gli amanti passeggeri"), con alle spalle anche le due serie televisive "The Young Pope" (2016) e "The New Pope" (2020). La sceneggiatura del film è tratta dall’omonimo libro scritto una ventina d’anni dopo da Hector Joachim Faciolince per ricordare appunto la figura del padre. Rispetto al libro, che contiene un ritratto più dettagliato della famiglia di Hector, soprattutto per quanto riguarda i parenti che fanno parte della gerarchia ecclesiastica, il film è per forza di cose più sintetico, ma non per questo meno evocativo per quanto riguarda il clima storico del tempo.

Uno dei pregi del film è quello di ripercorrere la biografia di Hector Abad Gomez rendendo il suo contesto familiare un microcosmo che osmoticamente assorbe le problematiche della Colombia diventando di fatto la cartina di tornasole del macrocosmo latinoamericano. Ecco come va inteso il "nostra" presente nel titolo italiano: alla stregua del diario di una determinata famiglia, certo, ma anche come spaccato della realtà colombiana, almeno fino agli anni 80. Quanto al titolo originale della pellicola, oltre che del libro alla base della sceneggiatura, "El olvido que seremos" (l’oblio che saremo), è il verso di una poesia di Luis Borges che allude alla precarietà, all’incertezza, all’instabile equilibrio della condizione umana, aspetto tanto più incontrovertibile se calato nella realtà della Colombia, uno dei paesi dell’America Latina più ricchi di risorse naturali, che tuttavia ancora oggi sconta le scorie del più lungo e sanguinoso conflitto interno che l’uomo ricordi. Non è questa la sede per ripercorrere gli antefatti di tale conflitto, anche perché, oltretutto, ciò tradirebbe alquanto lo spirito del film di Victor Trueba. Sia bastevole ricordare che la guerra civile, scoppiata nel 1964, ha visto contrapposti lo stato, l’esercito e le forze paramilitari da un lato, e le F.A.R.C dall’altro. Un quarto attore è stato costituito dalle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico che, a vario titolo, hanno proliferato nel corso degli anni lucrando sul conflitto  ed esasperando il quadro sociale.

Tornando al film, molti dei problemi della società colombiana emergono indirettamente grazie al dialogo dovuto allo straordinario rapporto educativo tra padre e figlio. La regola delle cinque A che il protagonista del film impartisce ai figli (aria, acqua, alimentazione, abiti e affetto) costituisce  da un lato il fondamento di una sana crescita, dall’altro anche la summa dei bisogni vitali (disattesi) di larghi strati della popolazione colombiana. Così, quando il padre porta con sé il piccolo Hector nelle periferie impoverite e degradate di Medellin, e gli mostra gli effetti della denutrizione e della sanità privilegio di pochi anche lo spettatore del film entra in contatto con il macrocosmo colombiano. Altro esempio di agile rielaborazione del soggetto originario è l’insistenza sull’importanza dello studio per le bambine e le adolescenti, come garanzia di un futuro lavorativo certo ed emancipato dal capofamiglia, e quindi al riparo dalla violenza e dal degrado sociale. In altri termini, nel momento stesso in cui il padre fa queste raccomandazioni alle figlie, sta implicitamente deplorando il malcostume colombiano legato soprattutto alla scarsa istruzione femminile. Anche la lamentela paterna circa il fatto che, di fronte al crescente clima di violenza e agli attentati, alla radio e per le strade si senta parlare solo di calcio è un sagace modalità di ricostruzione, dall’interno della vita familiare, di ciò che avviene all’esterno.

Dal punto di vista delle scelte di messa in scena, mentre la narrazione al presente è in bianco e nero, quella al passato è costituita da un flashback a colori che inizia quando Hector figlio, tornato in Colombia dall’Italia per assistere a una celebrazione degli amici in onore del padre, rievoca con nostalgia la propria infanzia. Inevitabile, a tal proposito, accostare questo flashback sul passato di un docente universitario a quello celeberrimo messo in scena da Ingmar Bergman ne "Il posto delle fragole", con la sostanziale differenza che il regista spagnolo, anche grazie alle suddette scelte di fotografia, distingue nettamente tra presente e passato, laddove quello svedese, con la sua poetica visionaria, quasi onirica, e la coincidenza tra narratore e protagonista, rendeva più morbido questo trapasso. Per quanto riguarda le scelte di inquadratura, i frequenti totali nei quali il protagonista è ritratto con tutta la famiglia hanno lo scopo di ritrarlo come padre e marito amorevole.

A mano a mano che il film procede, invece, la dicotomia tra vita familiare e professionale si accresce: il protagonista è accusato di comunismo, viene isolato da buona parte della comunità accademica e dalla chiesa ufficiale, tanto da essere costretto a lasciare l’Università. Per lealtà ai suoi principi preferisce insegnare all’estero, senza per questo interrompere il cordone ombelicale con la famiglia rimasta in patria. Col ritorno alla diegesi al presente, nella seconda metà degli anni 80, la sua candidatura a sindaco suscita l’ostilità tanto dei paramilitari quanto dei narcotrafficanti, fino al tragico epilogo.

In conclusione, "La nostra storia" ci svela la realtà del dramma colombiano da un punto di vista singolare, quello di una famiglia innegabilmente borghese, ma non per questo chiusa e insensibile nel neghittoso godimento dei propri privilegi sociali, economici e culturali. Oltre al riuscito ritratto del protagonista, ai pregi della messa in scena, nonostante la conclusione un po’ affrettata e caratterizzata da un sottofondo musicale che vorrebbe enfatizzare quel momento scenico e che invece lo appesantisce, il film è un’opera che rappresenta un angolo visuale alternativo tanto a pellicole quali i crudi e impattanti documentari di Hollman Morris, "Impunity" (2010) in primis, quanto al superficiale "Escobar – Il fascino del male" (2017). "La nostra storia", oltre ad essere stato selezionato per il Festival di Cannes del 2020, ha ottenuto il riconoscimento come miglior pellicola latinoamericana alla XXXV edizione del premio Goya.


20/07/2021

Cast e credits

cast:
Javier Cámara, Nicolás Reyes Cano, Juan Pablo Urrego, Patricia Tamayo, Maria Tereza Barreto, Laura Londoño, Elizabeth Minotta, Kami Zea, Luciana Echeverry, Camila Zarate, Whit Stillman


regia:
Fernando Trueba


titolo originale:
El olvido que seremos


distribuzione:
Lucky Red


durata:
136'


produzione:
Caracol Television, Dago Garcìa Producciones


sceneggiatura:
Héctor Abad Faciolince, David Trueba


fotografia:
Sergio Ivan Castaño


montaggio:
Marta Velasco


costumi:
Ana Maria Urrea


musiche:
Zbigniew Preisner


Trama

Hector Abad è uno studente universitario colombiano che lascia l’Italia per rientrare in patria e omaggiare il padre insieme a parenti e amici. Il viaggio diventa così l’occasione per delineare il ritratto del padre attraverso un lungo flashback che va dal 1971 al 1987.