CAST & CREDITS

cast:
John Krasinski, Matt Damon, Frances McDormand, Dorothy Silver, Hal Holbrook, Terry Kinney

regia:
Gus Van Sant

distribuzione:
Bim

durata:
106'

produzione:
Chris Moore, Michael Sablone

sceneggiatura:
John Krasinski, Matt Damon

fotografia:
Linus Sandgren

scenografie:
Daniel B. Clancy

montaggio:
Billy Rich

costumi:
Juliet Polcsa

musiche:
Danny Elfman

Promised Land | Recensione | Ondacinema

Promised Land

di Gus Van Sant

drammatico, Usa (2013)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 6.5

Che ci sia un "doppio" Gus Van Sant non è più un mistero per nessuno. C'è il Gus Van Sant di "Elephant" e quello di "Milk", il Van Sant di "Will Hunting" e il regista di "Gerry": titoli che rimarcano una singolare discontinuità, tra l'adeguamento espressivo ai canoni tradizionali e una rielaborazione complessa e sui generis votata a un coraggioso, spesso sorprendente sperimentalismo. Questa continua mutevolezza di registro stilistico non può spiegarsi come indice di mera indecisione o, peggio ancora, come sintomo di un curioso disturbo bipolare. Sembra piuttosto che l'autorialità di un cineasta affermato come Gus Van Sant risieda nella scelta perfettamente consapevole di restare slegato da qualsiasi refrain stilistico, da ogni segno distintivo che possa svelare, etichettandola, una precisa caratterizzazione estetica. L'autorialità di Van Sant consisterebbe, insomma, nel voler essere un "non-autore". Pure questa tesi però cade miseramente di fronte all'evidente comunanza di tematiche e al gran numero di elementi ricorrenti (politici, sociali, antropologici o anche solo attoriali, fisionomici e gestuali) che legano strette anche le opere apparentemente più distanti del regista di Portland.
Qual è allora il principio, l'elemento generatore di un cinema così disuguale e polimorfo che si evolve in forme più complesse o si reinventa in espressioni più semplici e limpide, pur mantenendo interessi uniformi? È il regista stesso, quindi il "nome" che lega tutto un corpus cinematografico e che traina inevitabilmente con sé non solo un particolare estro, ma uno spirito definitore, una sensibilità umana che resta immutata nonostante venga declinata in forme diverse, se non opposte. Insomma, il minimo comune denominatore dei film di Gus Van Sant sta nel fatto che sono "film di Gus Van Sant".

Sotto questo punto di vista, "Promised Land" è il film che meno gli appartiene. Non tanto per ragioni interne al testo, quanto per la storia produttiva della pellicola. Era nata come l'atteso e annunciato esordio dietro la macchina da presa di Matt Damon, a partire da una sceneggiatura scritta in prima bozza da John Krasinski, basata a sua volta su un soggetto di Dave Eggers e modificata da Damon solo in un secondo momento. Poi, però, impegni legati all'intensa attività dell'attore non gli hanno permesso di seguire dall'inizio tutte le fasi di pre-produzione: da qui la decisione di passare il testimone all'amico Van Sant, quando il progetto era già definito.

L'obiettivo del duo di sceneggiatori Damon-Krasinski è chiaro: portare alla ribalta la spinosa questione dei giacimenti di gas naturale e specialmente della tecnica estrattiva adoperata per ricavarli, il fracking, che sembra presentare alti rischi di contaminazione delle risorse naturali, trivellando le zone in cui viene applicata. Perciò la componente prettamente fiction - la storia di Steve Butler, manager della Global Energy che, a contatto con l'America rurale, abbandona la sua carriera per ritrovare bontà d'animo e radici agresti - è solo un pretesto per collocare la finalità "divulgativa" in un contenitore più facilmente diffondibile di un documentario, che coniughi intrattenimento e informazione, garantendo l'instaurarsi di un rapporto empatico tra pubblico e personaggi.

Sebbene questo punto di partenza sembri voler relegare il mezzo-cinema a semplice recipiente di contenuti, "Promised Land" non è privo di intelligenti trovate visive che ravvivano e arricchiscono un'indagine socio-ambientale onesta, perché non si limita a porre l'attenzione sulla singola tematica, ma riesce a interrogare il pubblico, senza troppe semplificazioni o inutili cadute nel retorico. La mancanza di banali enfasi ecologiste o di ridicoli patetismi è tutta a favore di una chiarezza espositiva che, coniugata a una regia solida e di buon mestiere, rende digeribile anche il finale più politicamente corretto.
Il resto lo fa una molto bella e affiatata squadra d'interpreti che riesce a colorare adeguatamente personaggi sulla carta non troppo incisivi. Francis McDormand è, da sola, un valore aggiunto.