CAST & CREDITS

cast:
John Belushi, Willie Hall, Murphy Dunne, Donald Dunn, Steve Cropper, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway, James Brown, Dan Aykroyd, Matt Murphy

regia:
John Landis

durata:
148'

produzione:
Robert K. Weiss

sceneggiatura:
Dan Aykroyd, John Landis

fotografia:
Stephen M. Katz

scenografie:
John J. Lloyd

montaggio:
George Folsey Jr.

costumi:
Deborah Nadoolman

pietra miliare

The Blues Brothers | Recensione | Ondacinema

The Blues Brothers

di John Landis

commedia, musical, Usa (1980)

di D. De Lucca, S. Pecetta

"Siamo in missione per conto di Dio"

 

I fratelli Jake "Joliet" e Elwood Blues sono un rullo compressore impazzito per le strade di Chicago. Auto distrutte, edifici collassati sono la scia che si lasciano dietro nel tentativo di racimolare legalmente i 5.000 dollari necessari a salvare l'orfanotrofio dove sono cresciuti mentre al loro inseguimento una ex fidanzata tradita, un gruppo musicale country, una schiera di neo-nazisti, la polizia dell'Illinois - a piedi, a cavallo, in auto, o con elicotteri - faranno di tutto per acciuffarli. Con una pellicola traboccante di frasi memorabili, gag slipstick a non finire, straripanti numeri musicali in cui si accalcano un'impressionante serie di cameo che vanno da James Brown a Ray Charles, da Aretha Franklin alla modella Twiggy, dai registi Steven Spielberg e Frank Oz fino allo stesso Landis veniamo travolti dalla tempesta perfetta. Rozzo ed inimitabile ordigno a detonazione in formato musicale, "The Blues Brothers" non poteva non diventare un film culto.

Il regista John Landis lancia sul grande schermo la coppia Belushi/Aykroyd che nell'iconico abbigliamento dei fratelli Blues avevano già fatto impazzire il pubblico televisivo americano nell'epoca d'oro del Saturday Night Live. Eccentrica pietra miliare dello spirito farsesco e ribelle che si accavallava tra gli anni 70 e 80, "The Blues Brothers" è uno dei capisaldi della comicità demenziale ed irriverente.

 

La leggenda dei fratelli Blues

Cappello nero. Occhiali da sole scuri. Completo nero. Folte basette. I nomi scritti sul dorso delle dita della mano. Non occorrono parole: in una sequenza di inquadrature esaltanti Jake e Elwood si scambiano un abbraccio sulle note di "She Caught the Katy" il giorno in cui Jake varca i cancelli ed esce di prigione. Scopre che suo fratello ha scambiato la vecchia Caddy, la Blues Mobile, con un microfono e acquistato all'asta una macchina della polizia. Che però va forte, concede. E ti credo: è della polizia. E' straordinario il dialogo iniziale Belushi-Aykroyd, con tanto di salto del ponte mentre si solleva, fatto di battute brevi e cadenzate, perché anche le parole, i tempi della recitazione, della commedia, ne "I Blues Brothers" sono un fatto di musica. E lentamente entriamo nel mondo epico dei fratelli Blues, costellato di personaggi indimenticabili in un vero e proprio viaggio di redenzione che parte dal vecchio orfanotrofio dove sono cresciuti, e che ha bisogno di 5.000 dollari per non chiudere, e finisce spiegandoci che "It's never too late to mend". Ma la Pinguina li conosce: non vuole i loro "sporchi soldi rubati" per salvare l'istituto. Devono trovare qualche altra strada. E su consiglio del vecchio Curtis, che quand'erano piccoli suonava per loro l'armonica in cantina (in italiano "harp" diventa clamorosamente "arpa" per un grossolano errore di doppiaggio), si recano in chiesa. Il sermone del reverendo Cleophus James illumina letteralmente Jake ("The Band") che vede la luce, salta e balla come invasato, le capriole che hanno contraddistinto Belushi nonostante la stazza. Di qui la "missione per conto di Dio": rimettere insieme il vecchio gruppo per guadagnare i soldi necessari per salvare l'orfanotrofio.

La missione dei Blues Brothers si svolge in una Chicago di periferia, fatta di appartamenti fatiscenti vicino alla ferrovia, sobborghi malfamati, night club di bassa lega, pittoreschi locali fuori città dove suonano soltanto Country & Western, ma anche di strade che si accendono e si animano grazie alla musica, che si riempiono di ragazzini che ballano. Le invenzioni del film sono continue, in un rilancio irresistibile di personaggi e situazioni: centri commerciali distrutti, polizia dotata di "Cepics", i nazisti dell'Illinois con le loro manifestazioni, i Blues Brothers che si sostituiscono ai rustici Good Ole Boys, Carrie Fisher (allora fidanzata di Dan Aykroyd) che attua la sua vendetta con agguati a cui i due fratelli restano indifferenti, la scena di ostentata maleducazione al ristorante (Landis utilizzerà la stessa musica di sottofondo per un'altra scena al ristorante di "Una poltrona per due"), estenuanti inseguimenti in auto a bordo della Blues Mobile targata Illinois BDR529, terza protagonista del film. La versione in dvd del 2003 contiene alcune scene inedite, tra cui la spiegazione del perché la Blues Mobile sia così potente.

Interpreti del film sono autentiche icone del Rhythm & Blues e della musica in genere, all'epoca per lo più disoccupate e le cui carriere hanno riottenuto prestigio: Ray Charles che allontana i piccoli taccheggiatori a colpi di pistola nel suo negozio di strumenti musicali, Aretha Franklin che lavora in una tavola calda, Cab Calloway, James Brown, John Lee Hooker, la band del Saturday Night Live, germe della Blues Brothers Band assemblata con la complicità di Paul Shaffer, ora spalla di David Letterman. Proprio al SNL appaiono per la prima volta i personaggi di Jake e Elwood. Si potrebbe considerare la prima performance la loro versione di "I'm a King Bee" dove Belushi alla voce e Aykroyd all'armonica si esibiscono vestiti da api con cappello nero e occhiali da sole. Nascono infatti dalla televisione i Blues Brothers, una delle tante gag di quell'insuperata fucina della comicità che era il SNL, che lanciò tra gli altri Bill Murray ed Eddie Murphy, emblema di una comicità demenziale e irriverente che ha influenzato un'intera generazione di comici in tutto il mondo. Show segnato all'epoca dalla rivalità tra Chevy Chase e Belushi, reso celebre tra l'altro dalle imitazioni di Joe Cocker, Liz Taylor e Beethoven. Ma nel film non mancano icone degli anni ottanta, come la modella Twiggy, John Candy e ovviamente lo stesso John Belushi, con la sua vita consumata troppo in fretta, "lasciando dietro di sé i cadaveri di chi non riusciva a stargli al passo" nelle sue scorribande, il secondo albanese più famoso del mondo dopo Madre Teresa - ma lei non sapeva cantare "Louie Louie" come lui, aggiunse qualcuno.

Prima dei Men in Black e delle iene di Tarantino c'erano loro: la grande invenzione dei Blues Brothers passa per la differenza di stazza tra il longilineo Aykroyd e il tozzo Belushi, il loro atteggiamento di ostentata indifferenza, ma anche per i costumi, quel completo nero da beccamorti e i Rayban Wayfarer che non tolgono mai. Non mancarono infatti critiche negative sul fatto che Belushi togliesse gli occhiali solo per qualche secondo. Assieme a una sceneggiatura che mette assieme una serie inesausta di trovate geniali (Dan Aykroyd, scrivendo, la portava con sé ovunque, avendo accumulato alla fine una mole di pagine enorme come un elenco telefonico), è ovviamente la musica a segnare profondamente il film con coreografie, scene musicali e brani memorabili, dalla più celebre "Everybody needs somebody to love" a "Sweet Home Chicago", a vecchi brani recuperati per l'occasione come "Minnie the Moocher" e "Jailhouse Rock" di Elvis, accostate ad altre come "La cavalcata delle Valchirie", e agli omaggi del duo "double-dynamite" Sam & Dave.

Il film consacra il talento comico di Belushi, la cui morte a soli trentatré anni lo renderà emblema del lato oscuro dello show business americano degli anni ottanta, fatto di droga ed eccessi. La vita di Belushi è il dramma di un comico dal talento innato, straripante, sopra le righe, capace di muoversi rapidamente da un registro a un altro, di alzare semplicemente un sopracciglio per strappare una risata, di una vita vissuta pericolosamente col pedale dell'acceleratore premuto al massimo, e di un successo difficile da gestire, circondato di persone che non l'hanno mai aiutato davvero. Una vita, scrisse qualcuno, simile a un film di Tarantino, "adatta a cuori forti, da sommozzatori". Per approfondimenti rimandiamo alla fin troppo dettagliata biografia di Bob Woodward "Chi tocca muore".

 

Il diavolo di Rosedale

La leggenda vuole che, uno dei padri del blues del Delta, Robert Johnson vendette l'anima al diavolo ad un incrocio stradale di Rosedale (Mississippi), polveroso sud americano dove nei primi decenni del 900 si confondeva ancora storia e mito in una poltiglia spirituale. Il genio cristallino del bluesman avrebbe segnato il corso della musica del secolo successivo trascinando nel fango lo spiritual, smontandolo e ricostruendolo col tormento della sua anima inquieta. I fratelli Blues sono figli bastardi di quel patto nella misura in cui il film di Landis si fa crocevia di generi: "The Blues Brothers" è il primo film sfacciatamente postmoderno che mescola in una calderone infernale commedia, musical e quel pizzico di thrilling necessario a mantenere costantemente alta la tensione dello spettatore.

Partendo dal topos western del gruppo che deve riunirsi per un ultimo grosso colpo e parodiando esplicitamente l'impostazione classica del musical grazie a sferzate di comicità demenziale ed esilaranti nonsense Landis in un atto d'amore verso il cinema e la commedia musicale calca la mano ogni volta che può senza lasciarsi sfuggire l'occasione di inserire nel film trovate cartoonesche - esilarante la cabina che salta in aria coi due fratelli all'interno per ricadere al suolo solo dopo che la cinepresa ha staccato più volte in diverse inquadrature, sembra quasi che la scena sia stata estrapolata da qualche gag di "Wile E. Coyote", sembra quasi che il tempo si dilati inverosimilmente come un chewingum masticato.

Tutto diventa possibile nel mondo sognante dei fratelli Blues, nulla disturba lo spettatore che sospende ogni dubbio e incredulità per inabissarsi nella fiabesca odissea di Jake e Elwood che suonando una canzone possono flettere la loro sorte, che a bordo della loro fantastica Blues Mobile ("Nostra signora della santa accelerazione, non lasciarci proprio ora!") possono lanciarsi in acrobazie funamboliche, ma d'altro canto nulla è assurdo o impossibile perché sono "in missione per conto di Dio". Non avrebbe disturbato nemmeno se l'inevitabile seguito della pellicola fosse stato ambientato in una navicella spaziale, invece il sequel tanto atteso arriverà solo nel 1998 col titolo "The Blues Brothers 2000", ma deludendo le aspettative di vecchi e nuovi fan. Quella che ci troviamo a vedere è una copia ingessata molto più simile ad un maldestro remake del film originario del quale mantiene intatta una strabiliante verve musicale, ma si inabissa in una comicità perdutasi negli oltre vent'anni che separano le due pellicole.

 

Verso il culto e oltre

Film musicale, buddy-movie dal respiro corale, "The Blues Brothers" è una commedia scacciapensieri, capolavoro irripetibile che rimane nella memoria, capace di far sognare intere generazioni, di stimolare la fantasia nei suoi recettori infantili, come se tutti quegli scontri d'auto li stesse architettando un bambino con le macchinine, entrato nell'immaginario collettivo dando vita a una lunga serie di imitazioni grazie alle trovate al limite del cartoon, personaggi estremi e caratteristici, e una delle più belle colonne sonore di sempre in una riscoperta del blues che grazie al film ebbe nuovo seguito.

I quattro anni aurei a cavallo tra il 1978 ed il 1981 segnarono l'ascesa di Landis nell'olimpo dei più promettenti registi della contemporaneità grazie alle tre pellicole che diresse una dietro l'altra: "Animal House" (1978), "The Blues Brothers" (1980) e "Un lupo mannaro americano a Londra" (1981). Girando con un'istintiva sensibilità per l'immagine ed uno spirito cinefilo fuori dal comune il regista originario di Chicago centrifugava le sue pellicole dai plot quasi inesistenti, o quantomeno stringati e scontanti, con trovate fresche e genuine, mescolando come già detto elementi provenienti dai generi più disparati, riuscendo a scovare nuove sfumature tanto del divertente quanto del disturbante. In quei quattro anni il regista appena trentenne sembrava essere tanto in contatto con lo spirito del tempo da masticarlo e risputarlo nelle sue pellicole deliziosamente sgangherate, imperfettamente sublimi. Dalle avventure della confraternita "Delta" che sfociavano in una vera e propria guerriglia urbana al viaggio in Inghilterra di due amici che piombava invece nel baratro d'un incubo gotico passando per l'epica di Jake e Elwood Blues impariamo rapidamente a non dare per scontato nulla di ciò che possa avvenire nel fantastico e sbilenco mondo di Landis.

A trent'anni dall'uscita del film ancora è tangibilmente avvertibile l'anima divertita e coinvolta di tutti coloro che parteciparono alla lavorazione della pellicola, una pellicola che vibra d‘un autentico spirito di ribellione generazionale molto più vicino a quello rumorosamente ostile dei rock'n'roller anni 50 che a quello impegnato e corale degli hippies, ma oramai gli anni 80 sono alle soglie e nel nuovo grande mondo-mercato anche la disobbedienza collassa in un'ostinata indifferenza. Dietro alle maschere di Jake e Elwood c'è un originale tumulto, nell'ordinato rigore del loro abbigliamento si articola la sintassi della rivolta che si sprigiona solo grazie all'incontenibile forza liberatoria della musica.