Chan-wook Park | Monografia | Ondacinema

La vendetta è mia

Chan-wook Park

La vendetta è mia

di Anna Maria Pelella

Park Chan-wook è un regista coreano della generazione dei film action con una caratteristica assai peculiare: il suo cinema è influenzato in maniera predominante dal tema della vendetta. Non tutto, ovviamente, ma quello per cui lo ricordiamo è un cinema che ruota attorno al concetto di vendetta del più debole nei confronti dello strapotere dei forti

La quasi totalità dell'opera di Park Chan-wook è permeata di un sottotesto ironico che diviene palese in alcune opere, mentre in altre resta sottinteso, a volte velato e in alcuni casi solo sussurrato. Il trionfo di questa ironia è rappresentato dal poetico I'm a Cyborg, but that's ok che, tralasciando per il momento la tematica della vendetta centralissima nella prima parte della sua produzione, gli consente di esprimere al meglio il suo talento capace di esplosioni pirotecniche e nel contempo di profonde immersioni nell'animo umano. La parte maniacale del film richiama gli eccessi delle sue opere precedenti, come la famosa scena del polipo o quella ancora più emblematica del corridoio e del martello, entrambe presenti in Old Boy, mentre solo successivamente l'autore trova spazio per la rappresentazione della follia tout court, che diviene poesia nel momento in cui si abbandona il giudizio e se ne esplora il contenuto. Anche in Lady Vendetta avevamo avuto un assaggio della capacità di Park di contenere l'orrore all'interno del sottotesto ironico e della sua predilezione per la rappresentazione dell'eccesso come strumento di denuncia. Nel progetto corale If You Were Me il tema della denuncia viene mostrato più chiaramente e la storia di Park spicca per la capacità espressiva delle sole immagini, cosa peraltro privilegiata dal regista.

Park nasce a Seoul il 23 agosto 1963 da una famiglia cattolica e borghese e dichiara di ricordare il momento esatto in cui al liceo vide "La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock. Dopo il liceo decide per l'Università cattolica di Sogang, dove si iscrive a filosofia. Contemporaneamente si dedica al cinema impegnandosi nelle attività del circolo cinematografico universitario. Inizia a scrivere di cinema pubblicando saggi e recensioni. Dal 1988 lavora sul campo svolgendo i compiti più diversi e diventa così primo aiuto regista di Kwak Jae-young. È in questo periodo che vedono la luce i suoi primi lavori The Moon is... The Sun's Dream, che racconta la storia di due fratellastri, uno fotografo e l'altro gangster a Pusan che si combattono a causa della donna e dei soldi che il primo ha sottratto al secondo, e Trio incentrato su due balordi che mentre tentano una rapina si fanno coinvolgere da una donna nella ricerca del figlio di lei. Nel 1999 produce Judgement, che viene selezionato al festival di Clermont-Ferrand. Malgrado lo scarso successo di Trio, l'importante casa di produzione Myung Films era rimasta colpita dal talento del regista e nel 2000 propone a Park di curare l'adattamento per il grande schermo del romanzo di Park Sang-yun "DMZ". Nasce così il giallo politico JSA - Joint Security Area, straordinario successo in patria e all'estero, diventato istantaneamente uno dei classici della produzione contemporanea. La trama è una complessa storia che si svolge a Panmunjom, un villaggio al confine tra le due Coree. Quando due soldati del nord vengono trovati uccisi, i sospetti si accentrano su un soldato del sud, Lee Soo-Hyuk, trovato ferito nella terra di nessuno. Le due Coree si accusano l'un l'altra e invocano l'intervento di una forza di pace composta da stati neutrali. Sophie E. Lang é incaricata di seguire il caso, aiutata da un capitano svedese deve affrontare la ostinata reticenza sia di Lee Soo-Hyuk che del sergente Oh Kyung-Pil, l'unico sopravvissuto nel posto di guardia. Cercando tra mille difficoltà di vincere le difese dei due uomini, Sophie si trova presto davanti ad una situazione più complessa del previsto, complicata dal suicidio del principale testimone e quando porterà a termine le indagini scoprirà una verità insospettabile. È in questo primo successo internazionale che si incominciano a notare le capacità di Park il quale sfrutta a dovere l'ambientazione, chiudendo i personaggi in interni spesso angusti e illuminati in maniera spettrale: non è affatto un caso che l'unico vero esterno, non considerando tale quello comunque claustrofobico della base militare dove si svolgono le indagini, sia proprio il ponte tagliato dal 38° parallelo che impariamo a conoscere già dalle primissime immagini, ai lati dei quali lavorano le due guardie protagoniste. La tensione sprigionata dagli interni diventa ben presto palpabile, mentre non si avverte nemmeno per un secondo l'ombra di un qualche cliché nel confronto tra i personaggi, si ha tempo per ammirare la bravura degli attori, il pudore di Park nel trattare l'amicizia e l'intelligenza con cui viene sfruttato narrativamente l'emergere del passato del maggiore. Se il film è diretto con grande conoscenza dei generi, quello che è davvero sorprendente è che un quasi esordiente sia riuscito a fare un ritratto tanto lucido delle ragioni di entrambi i paesi, riuscendo al contempo ad essere estremamente critico verso il proprio; i nordcoreani vestono una divisa, ma nonostante la propaganda di regime si pongono domande a cui vorrebbero fosse data una risposta, i sudcoreani invece hanno la testa imbottita di precetti militari a cui sembrano dare sin troppo ascolto. E quel finale lirico, ma limpidamente polemico, in cui si rievoca l'incidente diplomatico, con entrambe le parti intente a spararsi, è lancinante anche per chi non condivide il retroterra culturale coreano.

Park diventa improvvisamente un cineasta acclamato e nel 2002, sfruttando la sua fama, riesce a trovare i finanziamenti per un progetto a cui stava lavorando da cinque anni: Mr. Vendetta. Definito dallo stesso regista un omaggio a "La vendetta è mia" (1979) di Imamura Shohei, il film divide profondamente il pubblico coreano ma diviene un cult presentato in numerosi festival internazionali. Ryu è un sordomuto che ha una sorella che necessita di un'operazione costosa. La sua unica risorsa è vendere un rene e metterci pure i soldi che ha da parte per far si che la sorella abbia l'operazione in tempi brevi. Ovviamente si sveglierà senza rene né soldi. Nel frattempo l'ospedale lo contatta per l'operazione di sua sorella, ma i soldi che gli occorrono sono andati col suo rene. Lungi dall'arrendersi Ryu, insieme con la fidanzata, decide di rapire la figlia di un facoltoso imprenditore. E da questo punto in poi il film si fa da action ad incredibile, tutto quello che succede sembra davvero troppo, ma noi non ne abbiamo abbastanza e lasciamo che il regista ci porti sull'ottovolante delle sue fantasie con spensierata ingenuità, motivo per cui ogni pugno nello stomaco che prenderemo ce lo saremo cercato. Sebbene immaturo rispetto ai successivi, questo lavoro spicca per dinamismo e per originalità. Park Chan-wook ha comunque una capacità tecnica assolutamente superiore e la sua regia, sebbene ancora in via di definizione, ha un tratto deciso che gli vale l'attenzione della critica. Mr. Vendetta ha dalla sua una grossa spontaneità che nelle successive opere verrà stemperata a favore di una regia più pulita e quindi in alcuni casi superlativa, i suoi attori hanno una maschera espressiva e nel contempo anonima che li rende pericolosissimi. Nessuno ha paura del proprio tranquillo vicino ma, nel mondo di Park Chan-wook questa è una leggerezza che può costare cara. Concetto che viene portato all'estremo nel successivo Old Boy, tratto dall'omonimo fumetto giapponese scritto da Garon Tsuchiya e disegnato da Nobuaki Minegishi. Oh Dae-Su, un uomo qualunque con una vita molto anonima, viene rapito e rinchiuso per un certo numero di anni, senza avere la più pallida idea del perché e di chi abbia deciso una simile operazione ai suoi danni. La moglie intanto viene uccisa e lui ricercato per il crimine che non ha mai commesso. A questo punto la vendetta sembra essere l'unica ragione di vita e fine ultimo del malcapitato. Infatti, appena si trova fuori, con una rabbia accumulata che ha avuto quindici anni per lievitare, si scatena in una tale sarabanda di avventure da far temere per la sua incolumità. Famosissima la scena del corridoio e del martello, una scena da annali del cinema action, con un sottotesto ironico che affiora solo alla fine e ridefinisce il tutto a favore di una celebrazione dell'ironia come superamento della violenza inspiegabile ed immotivata che la società ci costringe a subire. Molte anche le polemiche intorno alla famosa scena del polipo, che ha sguinzagliato gli animalisti di tutto il mondo in una ridicola caccia alle streghe ai danni del regista. Old Boy è un'opera assai più matura, rispetto a Mr. Vendetta e il racconto serrato ci fa dimenticare alcune piccole ingenuità nel plot, che comunque resta un gioiello in fatto di contorsioni mentali e il finale rimane quanto di più incredibile ed assolutamente asiatico si possa concepire.

Il film fa registrare ottimi incassi al botteghino nazionale e nel 2004 vince il Gran Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno precedente aveva diretto l'episodio NEPAL (Never Ending Peace and Love) del progetto collettivo sui diritti umani If You Were Me e successivamente prende parte al progetto corale Three... Extremes in collaborazione con Fruit Chan e Miike Takashi, realizzando l'episodio Cut, che rientra ampiamente nella saga della vendetta. Ryu Ji-Ho un affermato regista con una bella moglie pianista rincasa una sera e realizza di non essere solo. Un individuo si è introdotto in casa sua ed ha legato sua moglie al pianoforte con delle corde che le tranceranno di netto le dita se lui non deciderà di uccidere una bambina inerme seduta là nel suo soggiorno. Riflettendo freneticamente sulle sue possibilità, Ryu realizza di aver già visto il suo sequestratore, si tratta di un attore con cui aveva lavorato. Siamo di fronte a un lavoro molto accurato, incentrato sull'odio per la posizione sociale e sulla paranoia che questo può generare. Lo stile di regia è pulito, la fotografia richiama il barocco con piccoli guizzi di cattiveria, le gocce di sangue sul bianco dei tasti o l'orrore sul viso della donna e tutto sembra cominciare seriamente a funzionare come in un meccanismo ben congegnato. Interrogato circa questa sua predilezione per la vendetta il regista ci illustra la sua personale concezione secondo la quale "vivere senza odiare è quasi impossibile, non c'è niente di male nel fantasticare circa la vendetta, tutti abbiamo questi sentimenti, l'importante è non agire" inoltre aggiunge "nei miei film si parla di paura e dolore, la paura prima dell'azione violenta, il dolore dopo e questo si applica sia alla vittima che al carnefice".

Nel 2005 con Lady Vendetta, invitato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, realizza il coronamento della sua trilogia della vendetta. Geum-Ja viene accusata del rapimento e dell'omicidio di un bambino. Quello che nessuno sa è che lei ha accettato di andare in prigione al posto del vero assassino per salvare la sua stessa figlioletta. Tutta la seconda parte del film è incentrata sulla vendetta della protagonista. Vendetta che vede coinvolti tutti i genitori dei bambini assassinati dal vero killer. La parte che riguarda la costruzione dell'esercito dei genitori vendicatori, con tanto di video che mostrano i bambini a poca distanza dalla morte, lascia un amaro in bocca assai difficile da dimenticare. E la scena finale, che molto deve ad "Assassinio sull'Orient Express", è incredibilmente agghiacciante e talmente eccessiva da richiedere un fuoricampo e da far sorgere il dubbio di un intento più ironico di quel che appare ad una prima visione. Sul piano stilistico quest'opera rimane assolutamente perfetta, anche alla luce dello splendore del successivo film che brilla per follia creativa e per tenerezza, elementi questi ancora assenti in Lady Vendetta mentre la regia acquisisce mano a mano complessità e il tratto diviene più sicuro ed originale.

Successivamente si dedica alla lavorazione di I'm a Cyborg, but that's ok poetica storia di follia ambientata in un manicomio in cui Cha Young-goon che lavora in una fabbrica un giorno, mentre segue le indicazioni di un nastro registrato sulle procedure della catena di montaggio, si conficca i cavi elettrici nel polso, convinta in questo modo di ricaricarsi. Nulla di strano dal momento che lei è un cyborg, notizia appresa di prima mano dalla sua stessa nonna, che mentre l'ambulanza dell'ospedale psichiatrico la portava via, le ha lanciato un messaggio nel quale le rivelava lo scopo della sua vita. In ospedale incontra dei personaggi assai particolari, tra cui Park ll-sun, un giovane elettrotecnico affetto da una strana forma di sociopatia e la cui madre è fuggita portandosi dietro tutti gli spazzolini elettrici di casa. Il manicomio è un posto assai lontano da qualsiasi idea si potesse avere su un posto del genere, e popolato tra l'altro da pazienti niente affatto narcotizzati e in libera espressione creativa, il sogno di Freud, insomma. Young-goon è una dolce fanciulla che nel preservare il ricordo della nonna, convinta di essere un topo, fa un po' di confusione e si convince di essere un cyborg. Fatto questo che pone subito il problema del cibo, "che succede se mangio?" si dice la spaesata neo-cyborg, una volta convintasi che per ricaricarsi le occorrono le pile e non il riso, la faccenda assume connotati surreali. Nel frattempo tutto il manicomio reagisce, come spesso succede ai sistemi osmotici, alla nuova arrivata che viene adottata da una grassona che le mangia tutto il cibo, per evitarle il fastidio della nutrizione forzata. ll-sun giovane assai creativo, con problemi di mamma, si affeziona a lei e dapprima le ruba la compassione, su sua esplicita richiesta e poi le salva la vita, costruendole un riso-convertitore. Scena questa assai commovente, con tanto di contorno di abitanti dell'ospedale che provano a mangiare insieme a lei, e applaudono al riuscito esperimento del giovane. Gli attori sono molto nella parte, praticamente tutti, con una menzione speciale per i due protagonisti che brillano di ingenuità e follia creativa. La regia, come ultimamente in Park, è pulitissima e molto accurata, a dimostrazione che l'esperimento di raffinatezza di Lady Vendetta non è stato un caso.

Il sangue che mancava nel film del 2006 sgorga a ettolitri in Thirst: dopo la commedia, il genere che fa da pretesto diventa l'horror vampiresco, ma come aveva insegnato Coppola in Bram Stoker's Dracula, sotto l'orrore del sangue scorre un fosco melodramma.
Nel Padre Sang-hyun (il sempre bravo Song Kang-ho) si può scorgere quell'inettitudine presente in altri personaggi delle pellicole di Park, come ad esempio nel sordomuto di Mr. Vendetta, il quale, per aiutare la sorella, innescava un meccanismo fatale; anche in questo caso le intenzioni sono buone, donare se stesso per aiutare la medicina a sconfiggere un virus incurabile, ma gli effetti devastanti: il prete, pur sopravvivendo alla trasfusione, diventa un vampiro.
Sang-hyun si trova dunque a dover far fronte alla sete di sangue, che cercherà di estinguere nel modo meno dannoso possibile per gli altri, e con quelle pressanti pulsioni che, in quanto religioso, ha sempre represso.
Ma il film cambia passo soltanto con l'entrata in scena di Tae-ju, che diviene il vero perno della narrazione e l'oggetto del desiderio del prete.
Interpretata con grande intensità e sensualità dalla ventitreenne Kim Ok-bin, è una ragazza ambigua che cattura nella sua rete il prete-vampiro per poter cambiare la propria situazione. Di contro Sang-hyun, che si incunea nella routine familiare di Tae-ju (moglie di un suo amico di infanzia), non si rende conto, se non quando sarà troppo tardi, in quale strada il rapporto con la ragazza lo sta conducendo.
Alle prese con una sceneggiatura poco ortodossa, il regista di Seoul realizza il suo film più libero e malsano, dove all'horror si mescola la black comedy e il melò ed esplodono un groviglio di morbosi sentimenti. Al curioso inizio segue uno sviluppo che sembra non portare da nessuna parte e il film rischia di apparire un giocattolone che Park ha girato per divertimento. Sarebbe una considerazione fuoriviante e parzialmente errata (solo parzialmente, perché c'è sicuramente una componente grottesca, dissacrante, che non viene sfruttata al meglio). 
Chan-wook continua nella strada già battuta da I'm a cyborg but that's ok, non solo per un uso sempre più plastico della fotografia (cupi rossi e verdi, filtri blue), che raggiunge l'apice nell'asettica scena girata nella casa ormai svuotata, in un bianco accecante, ma anche per il ribaltamento della love-story, non più costruttiva, bensì divorante a tal punto da demolire tutti i punti fermi nelle esistenze dei due protagonisti. La sua indubbia abilità regala sprazzi di grande cinema, come il montage sulla musica di Bach o il valzer di Jo Young-wook "danzato" dai due protagonisti saltando da un tetto all'altro.
Bellissimo il finale muto, anti-chapliniano, di nichilistico romanticismo, che chiude un‘opera particolare, nobilitata dalla più incisiva e ammaliante femme fatale degli ultimi tempi.

Stoker
Nel 2009 ha ritirato il premio della giuria a Cannes grazie al suo interessante film a tema vampiresco, "Thirst", adesso, dopo aver realizzato qualche corto, il coreano Park Chan-wook si aggiunge alla pattuglia di talenti asiatici che tentano l'avventura negli States. Questa è di norma una mossa azzardata, anche perché gli autori orientali quando attraversano l'oceano scoprono di dovere avere a che fare con meccanismi produttivi notevolmente diversi da quelli cui sono abituati e senza quella piena libertà creativa che si meriterebbero. Non a caso le parentesi occidentali di alcuni amatissimi autori del Far East sono viste spesso, nel migliore dei casi, come esperienze riuscite a metà (vedasi i casi di Chen Kaige, Tsui Hark, Wong Kar-wai, Kirk Wong, John Woo, che ci ha provato più assiduamente, fino al recente Kim Jee-woon, e sono attesi lavori in inglese anche da parte di Bong Joon-ho e Miike Takashi).
Forse l'avventura di Park in America non sarà l'eccezione che conferma la regola, a proposito di quanto si diceva dei registi asiatici al lavoro a Hollywood (o dintorni), ma resta comunque un risultato pregevole e superiore al prodotto medio. Vedremo se continuerà l'avventura americana (sono stati annunciati vari progetti, anche se al momento non confermati) o se, come molti suoi colleghi, preferirà tornare a lavorare in patria.


Contributi di Giuseppe Gangi ("Thirst") e Mirko Salvini ("Stoker")

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