Dancer in the Dark

Dancer in the Dark


Lars Von Trier

Drammatico | Danimarca
(2000)

Cosa si è disposti a fare per un figlio? Questa potrebbe essere la domanda fondante il terzo e ultimo capitolo di una trilogia chiamata sardonicamente “Del Cuore d’Oro” del glaciale e spietato Lars Von Trier. Quando la matrice cinematografica dell’Europa nordica incontra il film di genere americano. Lars Von Trier approda con la sua nave di ghiaccio nelle coste degli Stati Uniti, e subito accade qualcosa di imprevisto. Qualcosa di spiazzante.

Con questo film si mettono in ridicolo e in discussione tutti i filoni più gloriosi che avevano reso grande lo star system platinato per oltre cinquant’anni di egemonia incontrastata. Prima di tutti il musical: “Dancer In The Dark” era il nome di una canzone di Fred Astaire, che del musical è il re, in “Spettacolo di Varietà”. Selma, operaia cecoslovacca emigrata in America, adora i musical. Vorrebbe anche essere protagonista di un musical, perché ama cantare e ballare. Ed è molto brava (è interpretata da Bjork, come potrebbe non esserlo?). L’unico imprevisto è che sta diventando cieca. Tra pochi mesi, causa una malattia ereditaria, non vedrà più nulla. E anche a suo figlio, se non si farà presto qualcosa, toccherà la stessa fine. Per questo è espatriata nella grande America, terra di successo e di mortificazione, trovando lavoro in una fabbrica per guadagnare un po’ di soldi. Il suo obiettivo non è quello dei tanti miseri che negli Usa ambiscono al successo, ai famosi quindici minuti di celebrità. Il suo desiderio è che almeno suo figlio faccia la costosa operazione agli occhi e continui a vedere. Per lei ormai è troppo tardi.

Parlavamo del musical. Genere glorioso e spensierato che ha le sue radici negli anni Venti, quando Fred Astaire e Ginger Rogers entusiasmavano il pubblico con i movimenti dei loro piedi e del loro corpo. Poi la seconda esplosione negli anni 50 durante la piena euforia del dopoguerra. Vincent Minnelli e Gene Kelly, luci, colori e voglia di non pensare alle cose serie. Anche in “Dancer In The Dark” ci sono balli e canzoni. Con l’unica differenza che non ci sono palcoscenici: l’ambiente è quello reale, di una realtà (quasi) troppo dura da sopportare. Che per questo Selma trasforma in favola, in una splendida illusione (ed è questa possibilità onirica che Selma ama del musical, la possibilità di vivere in altri mondi semplicemente inscenandoli da sé).

E così ha inizio la favola di Selma: nella fabbrica, nella sua piccola casa, perfino sulle rotaie di una ferrovia. Selma sa che quelli sono gli ultimi momenti in cui riuscirà a vedere un mondo sempre e comunque degno di essere visto e vissuto.

Accumula soldi, la piccola Selma. Agile folletto che nella fabbrica inventa motivi musicali dai battiti ritmici delle presse e dei macchinari. E canta con il suo spasimante, dicendo “I’ve seen it all”, “ho già visto tutto, e di vedere il resto non mi importa”. Le importa solo di accumulare i soldi per l’operazione, accumula e accumula, e li mette in un vasetto da conserve nascosto in cucina.

Selma ama tutti, Cvalda, la sua amica operaia, dolce e materna (interpretata da una Catherine Deneuve un po’ fuori posto), ama il suo bambino e il piccolo paese dove vive. Fa subito amicizia con i vicini: lei, una bionda platino amante del lusso e degli status symbol, lui, un impacciato poliziotto che indossa sempre la sua divisa come se fosse una corazza difensiva. Una sera lui viene a casa sua, e Selma gli confida il suo segreto. Gli mostra anche il vaso con il mucchio di soldi. Il poliziotto si mette a piangere: dice che sua moglie vuole troppo. Una cucina nuova, una macchina di marca, spende e spende. E lui non ha più soldi, non sa come fare, perché se la moglie lo venisse a sapere lo abbandonerebbe. Lei lo consola, abbraccia con compassione. I due si salutano e vanno a dormire. Qualche giorno dopo i soldi di Selma sono spariti.

Lars Von Trier tratteggia la triste storia di Selma in modo che non sia mai completamente una tragedia, a volte coprendola di una stridente ironia. Si potrebbe definire grottesca la fine della protagonista che, anche nei momenti di massimo dolore, acquista il tono disincantato di una canzone. Selma si reca a casa del poliziotto, un uomo troppo debole e troppo spietato. Lo implora di restituirgli i soldi. Sono troppo importanti per la sorte non sua, che è già segnata, ma di suo figlio. Lui si mette a piangere e stringe il barattolo con più forza che ha in corpo. E’ un uomo distrutto, rassegnato, incapace di reggere alle aspettative della moglie, e grida a Selma: “Sparami. Solo così potrai riprendere i tuoi soldi”. Lei lo uccide a colpi di pistola. E scappa.

Appena la realtà d’inferno si presenta ai nostri occhi con una crudeltà senza precedenti, ecco che iniziano a trillare dei campanelli e la voce del figlio di Selma si mette a cantare con sereno trasporto: “You just did what you have to do”. Hai fatto semplicemente quello che dovevi fare. Corre per il bosco come una giovane Gretel in cerca della casa con le pareti di biscotto e il comignolo di liquirizia: la clinica, la fonte della salvezza, dell’unica cosa importante. Consegna i soldi al medico (Udo Kier) e prenota l’operazione. E’ fatta, pensa Selma, ora accada pure quel deve accadere.

La parte finale scivola via a scatti come i sussulti di una marionetta suicida. Ogni scena rappresenta uno scalino giù verso il baratro, come se si trattasse della peggiore delle tragedie di Euripide. Selma viene accusata di aver sedotto il vicino e di aver cercato di derubarlo di tutti i suoi soldi. Ma qualcosa è andato storto, lui l’ha scoperta e lei non ha esitato a sparargli con la sua stessa pistola di ordinanza. “Seduttrice, assassina”, le urla la vedova biondo platino mentre si asciuga il mascara col fazzoletto di raso. La vengono a prendere proprio quando stava terminando le ultime prove del musical, quasi cieca, mentre danzava nel buio prima della fine. Al processo non pensa di difendersi, mentre ossuti avvocati le puntano indici accusatori. Selma non vuole e non può dire nulla, perché se si fosse confessata avrebbero requisito i soldi che aveva lasciato nella clinica. E senza il denaro, l’operazione non sarebbe stata più possibile. E ogni sacrificio sarebbe stato vano. Anzi, nel frattempo immagina un altro ballo allegro, questa volta sui tavoli del tribunale. Nemmeno nella sua cella, una piccola stanzetta bianca, si perde d’animo. Dal condotto d’aria ode il suono di un’orchestra, e da quest’anelito musicale parte la sua penultima, flebile canzone. L’ultima è quella che si interrompe con l’impiccagione di Selma: “And that’s all…” sono le ultime parole del suo canto.

Aveva ragione Selma quando, molti giorni prima e in tempi più felici, aveva confessato al poliziotto che amava il musical in tutto, eccetto che nella parte finale. L’ultima canzone era la cosa che proprio non sopportava, significava che era quasi finito. Lei avrebbe voluto che non si arrivasse mai alla melodia finale, al climax di trombe e di tamburi, agli inchini e agli applausi e alla chiusura del sipario. Così è stato anche prima della sua morte: una canzone di congedo, il pubblico che assisteva alla sua esecuzione, la chiusura del cappio che circondava la sua testa avvolta in un cappuccio nero. Nessun applauso, però.

“Dancer In The Dark” è una favola nera, spietata e candida allo stesso tempo. Candida come l’anima di Selma che, nonostante tutto, raggiunge il suo scopo senza macchiarsi di colpe reali e mantenendo la sua fiducia verso il prossimo. E’ come se una protagonista delle favole venisse catapultata nel mondo attuale, una realtà ruvida, scomoda, spietata. La magia però non svanisce mai. Lars Von Trier stravolge il tradizionale film americano sfregiandolo con le sue stesse armi. E rivela, in perfetto stile made in Usa, tutti i limiti del sogno americano, che premia solo chi è disposto a tutto, anche a cambiare se stesso e gli altri per raggiungere i propri scopi.

Forse (dico forse) chi è italiano sentirà questa storia con maggiore partecipazione: non è così lontano il periodo in cui i nostri nonni andavano in America a far fortuna. Non è così lontano il tempo dei ghetti, di Sacco e Vanzetti e delle ingiustizie verso le sudice minoranze. Ma il racconto di Von Trier è molto più ampio e supera la contingenza della storia. Non vuole nemmeno essere il cantore di una morale. Quello che gli interessa è mostrare un’altra porzione di male, che in quest’ennesimo film si esprime con la sua massima voracità, perché distrugge l’innocenza.

06/04/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Dancer in the Dark
Durata
140'
Produzione
Fine Line Features, Good Machine, Liberator Productions, Pain Unlimited, Zentropa Entertainments 4
Sceneggiatura
Lars Von Trier
Fotografia
Robby Muller
Scenografie
Peter Grant
Montaggio
François Gédigier, Molly Marlene Stensgård
Musiche
Bjork, Thom Yorke, Richard Rodgers
Costumi
Manon Rasmussen

Trama

L'immigrata cecoslovacca Selma lavora in una fabbrica nella provincia americana degli anni 70. Appassionata di musical, Selma è affetta da una grave malattia ereditaria che porta lentamente alla cecità: il suo unico obiettivo è quello di lavorare duramente per salvare gli occhi del figlio
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