Dark Horse

Dark Horse


Todd Solondz

Commedia | Usa
(2011)
Mentre in Italia oggi siamo alle prese con una commedia provinciale e insipida, dall’autoreferenzialità che la rende limitata e stagnante, Solondz ci regala una lezione magistrale dal messaggio universale e amarissimo. Ottimo script, che combina elementi, tempi e codici della commedia brillante con il surreale, l’onirico e il viaggio mentale per cortocircuiti (magari non originalissimo) alla Charlie Kaufman. Il regista di “Happiness” conferma la propensione della 68° Mostra del Cinema di Venezia per un umorismo caustico, cinico, cupo e pessimista. Propensione che è marchio di fabbrica anche del cinema di Solondz. Ma “Dark Horse” sa essere ancora più spietato di “Carnage” e di “Puolet aux Prunes” visti a Venezia. Anche se, come nel film della Satrapi, non c’è speranza nemmeno per il personaggio di Jordan Gelber. 
Abe (Gelber), nonostante l’età, vive ancora con i genitori nella sua cameretta, un bazar di cianfrusaglie e giocattoli per ragazzini che colleziona avidamente. Lavora nell’azienda di famiglia alle dipendenze del padre (Christopher Walken) severo e freddo, difeso in continuazione da una madre protettiva (un piacere rivedere Mia Farrow in un bel ruolo) e da Marie, la riservata segretaria del padre. Gira a bordo di un SUV giallo inguardabile ascoltando musica pop ridicola. Un vero loser alla canna del gas sembrerebbe, soprattutto se confrontato col fratello bello, ricco, medico. Abe si getta a capofitto nel suo rapporto con la cupa e complicata Miranda appena la conosce, è un bambinone impulsivo che ci fa ridere e sorridere, ma allo stesso tempo suscita amarezza, uno scomodo senso di compassione. Dice di amare le scommesse, e il titolo infatti è un’espressione per definire un outsider su cui varrebbe la pena di puntare, che avrebbe le potenzialità per vincere: quello che Abe vorrebbe essere.
Solondz si serve di musiche pop di pessimo gusto (ma in sintonia col personaggio) che, come in altri suoi film, diventano complementari alla storia che sta raccontando e ai sentimenti che vivono i suoi personaggi. Si parte di nuovo con un dialogo a tavola tra lui e lei in un ristorante, ma questa volta preceduto da un ballo; siamo a un matrimonio, e non si tratta di una rottura, ma di un inizio. Non è un dialogo netto, tagliente, disorientante, ma un approccio goffo, insistente e rapido. 
Solondz indaga nuovamente i rapporti umani, interpersonali e familiari, tenendo il suo protagonista come punto di riferimento. C’è quello complicato tra Abe e i genitori, quello conflittuale con il fratello in gamba, quello tra Abe e Marie, e quello tra Abe e Miranda.
I personaggi di Solondz viaggiano tutti con bagagli pesanti: per dirla con Abe “siamo tutti persone orribili”, “una cloaca” di portatori sani di miseria, egoismo e disperazione che Solondz sa raccontarci con un sorriso beffardo, divertito, partecipe e consapevole sulle labbra. Scommesse perse in partenza: avevamo le capacità per essere dei vincenti eppure qualcosa è andato storto. Poco importa se abbiamo ancora lo scontrino. Quando Solondz ci fa ridere di gusto nella prima parte mettendo alla berlina il suo protagonista abbiamo il sentore che pagheremo le conseguenze. Ce ne rendiamo conto, in particolare, in quella scena nel negozio di giocattoli, di fronte al personaggio del clerk effeminato fuggito a qualche sit-com dell’ora di cena: anche se abbiamo conservato la ricevuta non ci può far nulla. “I’m zorry”.  
Dopo una prima parte godibilissima costruita su un umorismo mordente e cinico, tra la serie tv d’autore e l’ossatura di commedie classiche (la ripetizione di moduli: il ritorno a casa col parcheggio e l’entrata in salotto scandita nello stesso modo, la modellazione dei personaggi), assistiamo a un lieve calo fisiologico e a una sterzata verso il surreale. Un po’ come per il film della Satrapi, che si dirigeva però verso il sentimentale. Ma mentre il film francese dichiara fin da subito la condanna del suo protagonista, Solondz gli fa percorrere un lungo, amaro, imprevedibile calvario che trasforma completamente il sentimento della risata suscitata fino a quel momento.
Gli autori di Venezia 2011 mandano SOS disperati di un’umanità in crisi, sola, rassegnata e incattivita. 
Film sull’inadeguatezza e l’infelicità, ma senza nessun messaggio buonista e ipocrita di inutile speranza. Forse c’è in quell’ultima scena un ambiguo suggerimento a non sottovalutarsi, ma il film di Solondz è soprattutto uno schiaffo in faccia assestato guardandoci dritto negli occhi con l’espressione austera del padre di Abe.

11/09/2011

Cast e credits

Durata
84'
Produzione
Double Hope Films
Sceneggiatura
Todd Solondz
Fotografia
Andrij Parekh
Scenografie
Alex DiGerlando
Montaggio
Kevin Messman
Costumi
Kurt and Bart

Trama

Abe è un adulto che vive ancora con i genitori e lavora nell'azienda del padre. A una festa di matrimonio conosce Miranda della quale si invaghisce immediatamente. Ma gli sviluppi della loro relazione non saranno facili da gestire.

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