Il villaggio di cartone

Il villaggio di cartone


Ermanno Olmi

Drammatico | Italia
(2011)

Se l’Italia nella sua storia recente (1876-1976, con picchi toccati nel 1913) è stato un paese di emigrazione, quello dell’immigrazione è stato un fenomeno pressochè estraneo alla nostra nazione.

A partire dal miracolo economico degli anni ’60 e, con incrementi dal 1973, anche l’Italia ebbe un saldo positivo in immigrazione. Ma è dagli anni novanta, con l’immigrazione di massa albanese che il fenomeno si espanse. Da quel momento in poi l’argomento rimbomba a fasi più o meno alterne nei telegiornali di tutte le tv italiane.

Quando vaghiamo per le vie delle nostre città, invase da cittadini stranieri subentra al contempo il confronto con l’altro e nascono di conseguenza le domande, i dubbi, i dilemmi morali: nella sfera del problema dell’immigrazione quando nasce quello del razzismo?

Di materia seria, e dunque non delle chiacchiere trite e ritrite di tg e politici, ne abbiamo a sufficienza; e se il cinema italiano degli ultimi venti anni ha affrontato molto di rado l’argomento, ciò dimostra lo scarto tra il passato e il presente della nostra cinematografia nell’ affrontare di petto questioni fondamentali della nostra società. Ad oggi “Lamerica” di Gianni Amelio resta il migliore, il più sensibile, sincero, maturo film sull’argomento, forse l’unico che resisterà al tempo.

Quando usci’ “Centochiodi” (2007), Ermanno Olmi dichiarò che sarebbe stato il suo ultimo film di fiction e che da quel momento in poi si sarebbe dedicato esclusivamente a forme di documentario. Ed in effetti quella parabola di un Cristo calato nella quotidianità contemporanea sembrava una mirabile uscita di scena per tematiche che sintetizzavano molti dei temi portanti dell’opera omnia del grande regista.

Inchiodato a letto a causa di un periodo di forzata immobilità, il maestro bergamasco ci ha ripensato mettendo in scena un incontro tra culture diverse calate in un unico ambiente.

L’inizio, di una straordinaria potenza, e ricollegabile proprio ai libri inchiodati sul pavimento del precedente film, lascia sperare per il meglio: una chiesa ormai ritenuta inutile, sconsacrata, viene dismessa tra le sofferenze del vecchio parroco. Il grande crocifisso che regna sovrano, anima dell’edificio, viene staccato dal suo habitat naturale. Le icone riacquistano un valore che forse avevano perduto ma, nonostante ciò, il mondo che fu viene smantellato.

Dopo succede molto meno: nella spoglia chiesa si insidiano un gruppo di migranti clandestini africani, figure spesso simboliche: l’uomo ferito, il bambino affamato, la donna che ha appena partorito, il ragazzo con cariche di esplosivo. Quest’ultima resta una scelta irrisolta, forse non del tutto decifrabile, comunque simbolo di una riconciliazione che resta utopica.

L’impianto è fortemente teatrale, i dialoghi sono di certo quasi sempre “giusti”, circoscritti ad un messaggio chiaro e condivisibile, pur con qualche forzatura, ma al contempo fin troppo scritti, antinaturalistici.

Il film, nobilissimo, manca però di vero pathos, irrigidito da una lentezza solenne ma priva di ritmo, nell’andamento vagamente predicatorio.

L’apologo di Ermanno Olmi resta comunque un caso raro di racconto allegorico sui giorni nostri e, pur tra stonature, i conti finali non rassicurano: l’autore lascia didascalicamente un messaggio di speranza, ma al contempo, sembra dirci, l’abolizione di chiese e fedi (politiche comprese) ci rende poveri. Forse nemmeno la solidarietà può bastare.

08/10/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Il villaggio di cartone
Distribuzione
Cinemaundici
Durata
87'
Produzione
Luigi Musini
Sceneggiatura
Ermanno Olmi
Fotografia
Fabio Olmi
Scenografie
Giuseppe Pirrotta
Montaggio
Paolo Cottignola
Costumi
Maurizio Millenotti
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