Il dittatore

Il dittatore


Larry Charles

Comico | Usa
(2012)

Aladeen è lo stupido e crudele dittatore di Wadija, immaginario stato del Nordafrica. Quando si reca a Manhattan per tenere un discorso alle Nazioni Unite, viene scambiato con un sosia e si trova a vestire i panni dell’immigrato povero. L’esperienza servirà a farlo crescere? E riuscirà a fermare il suo sosia che promette in mondovisione di portare la democrazia a Wadija?

“Il dittatore” è il film più divertente degli ultimi tempi – si corre il rischio di non sentire una battuta fulminante perché si sta ancora ridendo di quella precedente. Ci sono quattro tipi di umorismo nel film. Il primo è quello scorretto, il marchio di fabbrica di Sacha Baron Cohen. Ci sono battute sulle razze, battute sui razzisti, battute sugli aborti selettivi e sullo stupro, battute sulla misoginia, battute sull’islam e sui neocon, non per pareggiare i conti, ma per una sana mancanza di rispetto a 360 gradi. La scorrettezza è un’arma tagliente da maneggiare con cautela e facilmente rischia di degenerare in stupida violenza (come nei “Griffin”). Ma questo non accade mai nel “Dittatore”: la scorrettezza qui non è la maggioranza che deride la minoranza, ma sempre l’intelligenza che deride gli schemi (come in “South Park” per capirci). Il secondo tipo di umorismo è inaspettatamente l’assurdo, che è quello che regala più risate. Ad esempio Aladeen nella sua brama di onnipotenza ha cambiato molte parole del dizionario Wadijense in “Aladeen”, inclusi sia “negativo” che “positivo” e questa premessa priva di senso fornisce occasioni di risate lungo tutto il film. Il terzo tipo di umorismo è la trivialità, che però ha un minutaggio piuttosto ristretto, quasi tutto assorbito dal sosia (unico personaggio proprio non divertente) e da un lungo sketch su Aladeen che in assenza delle sue odalische scopre la masturbazione “Dai la vagina a un uomo e lo farai felice un giorno, insegnagli a masturbarsi e lo farai felice per tutta la vita”. Ultima ma non per importanza, dato il tema del film, la satira politica che è potente, efficace, e in questo caso niente affatto a 360 gradi ma ben mirata al sistema in cui vivono gli spettatori. La crudeltà con cui il finale rovescia il messaggio di speranza del “Grande Dittatore” è encomiabile.

Il grosso interrogativo a priori era la tenuta complessiva della trama nella prima prova completamente di finzione di Cohen. Ci sono effettivamente sketch – anche fantastici come quello dell’elicottero – che sono abbastanza a sé stanti (pronti per YouTube, per così dire) e interrompono lo scorrimento narrativo. Ma giunti alla fine del film si vede come il quadro formato sia abbastanza coerente – e più che un quadro è uno specchio in cui ridendo vediamo riflettersi nel grottesco di Wadija le nostre democrazie svuotate di senso (democrazie de-democratizzate come un caffè decaffeinato, dice Slavoj Žižek).

Certo, dalla recitazione di Cohen si poteva sperare di più (il sosia è un’occasione sprecata) e la regia si limita ad essere funzionale alla sceneggiatura – la bellezza del movimento di macchina, dell’inquadratura, la raffinatezza del montaggio vanno ricercate altrove. Degne di nota solo le ambientazioni – il kitsch dei potenti mediorentali, la crudeltà dei potenti veri e rispettabili delle Nazioni Unite, la naivetè degli ambienti indie di Brooklyn. Inutile nascondersi che “Borat” con la sua interazione continua con la realtà rischiava e riusciva di più (indimenticabile la scena dell’inno nazionale). In questo film quello che vediamo è quasi il processo inverso: la narrazione cinematografica, all’interno del film si confonde con la realtà: l’unico sogno dei potenti è fare sesso con le star hollywoodiane (bello il cameo di Edward Norton), e più in generale nessun personaggio appare in grado di distinguere tra realtà e finzione: nessuna differenza tra arabi, ebrei, neri e Naavi, tra Castro e Gandalf, tra un documentario sull’energia nucleare e un cartone della Warner Bros. Questo livello dell’umorismo è chiaramente non immediato, adulto, così come è necessario un certo background per godersi appieno i gustosi riferimenti seminascosti a Quentin Tarantino e ad Abel Ferrara, o la perfidia di Ben Kingsley che interpreta un personaggio fisicamente identico a Karzai (mai nominato) che guarda caso decide di vendere il proprio paese al capitalismo più spietato. Il divertimento in definitiva copre tutto lo spettro dalla semplicità alla complessità.

La conclusione è che il giudizio sul film non può che essere Aladeen.

Per saperne di più: Intervista a Sacha Baron Cohen – Speciale Il Dittatore

09/06/2012

Cast e credits

Titolo Originale
The Dictator
Distribuzione
Paramount Pictures
Durata
83'
Produzione
Four by Two Pictures
Sceneggiatura
Sacha Baron Cohen
Fotografia
Lawrence Sher
Scenografie
Victor Kempster
Montaggio
Greg Hayden
Musiche
Erron BAron Cohen
Costumi
Jeffrey Kurland

Trama

Aladeen è lo stupido e crudele dittatore di Wadija, immaginario stato del Nordafrica. Quando si reca a Manhattan per tenere un discorso alle Nazioni Unite, viene scambiato con un sosia e si trova a vestire i panni dell’immigrato povero. L’esperienza servirà a farlo crescere? E riuscirà a fermare il suo sosia che promette in mondovisione di portare la democrazia a Wadija?

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