7 psicopatici

7 psicopatici


Martin McDonagh

Commedia Nera | Regno Unito
(2012)

Quattro anni dopo il suggestivo e per certi versi sorprendente “In Bruges“, l’inglese Martin McDonagh dirige un secondo lungometraggio, optando per le forme e le tematiche del metacinema, già sfiorate nel suo primo lavoro. “7 psicopatici”, infatti, è la storia di uno sceneggiatore semialcolizzato di origine irlandese, Marty, che sta tentando di scrivere lo script di un film senza troppo successo. Si dia il caso che il titolo dell’opera sia “7 psicopatici” e che a mancare all’autore siano proprio i sette maniaci del titolo. In aiuto dell’improduttivo scrittore accorre l’amico Billy, un attore caduto in disgrazia che ruba cani nel tempo libero e che, con l’aiuto dell’anziano socio Hans, finisce per rapire l’adorato shih-tzu di un gangster dalla pistola facile (e difettosa), Charlie, scatenandone l’ira furiosa.

Tra mille parentesi, digressioni e incisi, “Seven Psychopaths” si dimostra una commedia nerissima e pulp, zuppa di sangue e priva di un qualsivoglia spiraglio di speranza (se non, forse, nel “secondo epilogo”); un apprezzabile divertissement che non si abbandona alla cieca emulazione di meccanismi cinematografici già visti e analizzati (come quelli di Quentin Tarantino, di Paul McGuigan o di Guy Ritchie), anzi dimostra – nel bene e nel male – una certa energica robustezza e un assetto narrativo pressoché sempre coerente e non privo di ironia e sagacia.

McDonagh riesce a rintracciare un difficile equilibrio tra una logica continuità concettuale con la sua opera prima e un giusto, fondamentale rinnovamento degli aspetti narrativi e formali. È evidente che la costruzione dei personaggi e delle loro vicende continui a delinearsi sul background cupo e pessimista di “In Bruges” in cui i protagonisti sono uomini dall’orribile passato, alla ricerca di una dimensione redentiva che renda più sopportabile un’esistenza dolorosa e insopportabilmente consuetudinaria. La morte (preferibilmente violenta) risulta così una presenza costante e necessaria in entrambi i film, acquisendo anche un valore liberatorio, diventando legittima causa di se stessa. Tutto ciò può anche spiegare, dal punto di vista estetico, l’intenso rapporto che si instaura tra i personaggi e le ambientazioni (siano esse le minacciose e nebulose forme gotiche dell’architettura belga o le desolate regioni desertiche californiane) che investono un ruolo di fondamentale importanza non tanto formale, quanto significativamente “formativa”.

Se però il rapporto uomo-sorte resta pressoché invariato, così come d’altronde il legame con l’alcol, fattore onnipresente, e un certo gusto per il grottesco, il bizzarro, il dettaglio weird, il regista aggiunge a “7 psicopatici” una non trascurabile dose di autoironia che, pur senza sottrarre nulla all’originaria visione ironica, rassegnata e disincantata del mondo, si adegua meglio al gioco del metacinema, fluidificando i tanti, rischiosi incroci tra il piano reale e il piano finzionale. Quest’ultimo, avanzando sulla base di uno stralunato disegno aneddotico, spesso si sovrappone alla vicenda principale, a volte addirittura riducendola a semplice cornice (come nel caso del bellissimo racconto di Zachariah – un monumentale Tom Waits – o dell’improbabile vicenda del prete vietnamita).

Forse il difetto più rilevante di “7 psicopatici” è una tendenza alla prolissità che, specialmente nel corpo centrale della pellicola, frena un po’ la tensione e il ritmo. Ma, in fin dei conti, anche le varie lungaggini possono esser lette come strambe specificità di questo fluviale esperimento di cinema dell’assurdo che non può non intrattenere (dall’inizio al doppio finale con sparatoria) perché, per dirla con Hans/Christopher Walken, “insomma… è stratificato!”.

17/11/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Seven Psychopaths
Durata
110'
Produzione
Graham Broadbent, Peter Czernin
Sceneggiatura
Martin McDonagh
Fotografia
Ben Davis
Scenografie
David Wasco
Montaggio
David Wasco
Musiche
Carter Burwell
Costumi
Karen Patch

Trama

Marty è uno sceneggiatore che cerca tranquillità e concentrazione per terminare uno script. Billy è un attore in declino, ladro di cani nel tempo libero, nonché migliore amico di Marty. Hans invece è un religioso ex-criminale con un violento passato, ora socio di Billy. Infine c'è Charlie un gangster a cui Marty e Billy hanno rubato il cane e che farà di tutto pur di riavere l'animale e vendicare il suo rapimento.
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.