Magog [o epifania del barbagianni]

Magog [o epifania del barbagianni]


Luca Ferri, Samantha Angeloni

Documentario | Italia
(2011)

Nel variegato panorama del cinema indipendente italiano, va assolutamente segnalata l’opera del bergamasco Luca Ferri – e nella fattispecie questo lungometraggio del 2011- autore che potremmo definire “misantropo in lutto perché il mondo è infido”, riprendendo così la didascalia, citazione di Pieter Bruegel il Vecchio, che l’autore pone, dopo i titoli di coda, a chiosa della sua fatica.

Il caos biblico (il titolo “Magog”, che compare a intermittenza come a darci un monito di tanto in tanto) che si cela dietro alla calma apparente della pianura padana contemporanea (con pochissimi, fugaci agganci ad altri luoghi, tempi, culture) e che Ferri e la coautrice Samantha Angeloni sapientemente immortalano, è l’esito della sistematica, devastante azione dell’uomo su un territorio ormai puramente artificiale, in cui i paesaggi disegnati, a cura delle agenzie immobiliari, si distinguono a fatica da quelli reali. Un luogo che ha paura, quasi vergogna delle proprie origini, costellato com’è da innesti vegetali e architettonici provenienti da un’epoca classica inconsciamente rimpianta, o da luoghi esotici solo immaginati. Innesti che definire di pessimo gusto è dire poco. Se infatti ci si può chiedere quale sia il senso di una vera palma tropicale a queste latitudini, quando ci si imbatte anche in una palma finta non si può che gettare la spugna. E cosa ci facciano la testa di un David sul tetto di una casa, o un discobolo greco, a fianco degli immancabili nani da giardino e dei “panettoni” da parcheggio, non è dato sapere. L’onnipresenza di gru e di cantieri aperti ci nega inoltre qualsiasi speranza ottimistica: anche in tempo di crisi economica si continua a costruire, e male. La natura selvaggia non esiste più, se non come specchietto per le allodole (il “verde assoluto” promesso da altri cartelloni pubblicitari).

In un simile contesto ambientale l’umanità, al contempo creatrice e vittima di questa “pace terrificante” (per dirla con De André), è innanzi tutto pressoché assente, nella desolazione della luce del giorno (ed è un’assenza realistica, come chiunque conosca la deprimente realtà rustica lombarda ben sa). Nella prospettiva dell’autore è inquadrata sempre in campo lungo, o medio, o fuori fuoco, talvolta di spalle, o alle prese con i divertimenti fasulli di un micidiale luna park. L’individualità è di fatto soppressa, la socialità è banale conformismo, se è vero che rari piani d’insieme sono dedicati soltanto alle masse intente in riti religiosi, che tuttavia più pagani e “temporali” non possono essere (del resto, un autolavaggio si chiama “Christ”…). Eloquente è già la splendida scena iniziale, in cui un capannello di bambini applaude un elicottero militare che, squarciando violentemente l’atmosfera con le sue eliche, atterra sul campo sportivo di una scuola e “scarica” la statua di una Madonna che ritroveremo nel memorabile finale, un piano-sequenza di cattiveria inaudita che ridicolizza la processione che si svolge in via Burattini (sic!), e che l’autore accompagna, sarcasticamente, con le musiche elettroniche di Dario Agazzi (una commistione analoga la si trova in un altro lavoro di Ferri, il cortometraggio “Kaputt Katastrophe”) alternate allo squillo di un telefono, e riproponendola, senza stacchi, in rewind.

Di fronte a tutto ciò, la macchina da presa si pone in maniera impassibile, con una fissità paradossalmente tutt’altro che statica: gli stacchi di montaggio (dell’ottimo Alberto Valtellina) sono schiaffi al povero spettatore, sballottato tra un obbrobrio e l’altro; mentre un commento sonoro altrettanto sottile e studiato sia in sede di ricerca, che di missaggio, che di giustapposizione (dissonante, per nulla didascalica) contribuisce a conferire al tutto un notevole effetto straniante (non bastasse un sottotitolo perfettamente incongruo, in stile surrealista, e che compare dopo ventiquattro minuti di proiezione) e a restituire, attraverso le voci fuori campo, una parziale centralità agli abitanti dei luoghi incriminati, che sono anche i corresponsabili del disastro: dal bollettino di una banca, alle dissertazioni di imprenditori alla ricerca di nuovi business, alle lamentele di lavoratori contro i rappresentanti sindacali, inserite in un magma di suoni e frasi dal senso più disparato.

La radicalità dello stile conferisce notevole valore documentario a “Magog”, costituendone al contempo il limite: immerso nell’agghiacciante eloquenza del presente, non ne indaga cause o conseguenze; mentre il lato politico del progetto si scontra inevitabilmente con le difficoltà dovute a un sistema distributivo incapace di osare e alla scarsa abitudine a un linguaggio così rigoroso. Se la nicchia dei festival e del pubblico cinefilo è, purtroppo (o per fortuna?), la destinataria del grido soffocato dell’autore, i pochi che in questi anni hanno saputo osservare (e non solo guardare) quanto “Magog” ci sputa in faccia (debitamente rimasticato), e non hanno mai osato proferir parola, finalmente si sentiranno meno soli.

20/03/2013

Cast e credits

Distribuzione
Lab80
Durata
66'
Produzione
Lab80
Sceneggiatura
Luca Ferri
Fotografia
Luca Ferri, Samantha Angeloni
Montaggio
Alberto Valtellina
Musiche
Dario Agazzi

Trama

La pianura padana come luogo dell’assurdo. Groviglio incestuoso di stratificazioni architettoniche e fallimenti edilizi. Palme, vuoti urbani, pieni urbani e palme al neon.
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