Gravity

Gravity


Alfonso Cuarón

Fantascienza | Regno Unito, Usa
(2013)

Quando la dottoressa Stone gira su se stessa sperduta nello Spazio, dopo che lo sciame di detriti spaziali colpisce lo Shuttle e il telescopio Hubble distruggendoli, Cuarón muove la macchina da presa fino al primo piano del personaggio preso dal panico. Lentamente si passa la visiera del casco e lo sguardo gira fino a trasformarsi in una soggettiva (una delle due utilizzate in tutto il film). Lo spettatore, in quel preciso istante, è dentro la tuta e vede i colori e le luci del pianeta Terra e il nero dello Spazio come in una centrifuga, in un movimento circolare senza controllo, perché la visione è senza controllo nella vastità del nulla. Per poter vedere devi avere punti di riferimento – così come nella vita così anche nel cinema – e Stone li ha persi tutti. Metafora della difficoltà dell’essere umano nel cercare di avere certezze emotive. E del resto, lo sciame di rifiuti colpisce ogni novanta minuti per sconvolgerti emotivamente e fisicamente. Ogni novanta minuti, la durata di un film, come a dire che il cinema colpisce nel profondo la mente dello spettatore.

La metafora metacinematografica è la più intensa e autoriale di “Gravity”, come se Cuarón ci dicesse che l’atto del guardare è la necessità primaria per poter essere, esistere.

Alfonso Cuarón fa parte della ormai affermata “Scuola messicana” del cinema contemporaneo (insieme ai sodali Guillermo del Toro e Alejandro González Iñárritu). Stessa provenienza, gusti cinematografici simili, cura della messa in scena, grande capacità di utilizzare gli strumenti cinematografici, percorsi produttivi paralleli (tra Messico e Stati Uniti, i tre registi hanno fatto piccoli film e grandi produzioni con le major e star hollywoodiane), Cuarón fa del cinema spettacolare, ma tenendosi ancorato a temi personali ricorrenti: la solitudine, la visione della morte, la ri-nascita, così come li aveva già affrontati nella sua precedente opera, “I figli degli uomini”, in un futuro distopico, una società morente dove non nascono più bambini.

Alfonso Cuarón utilizza il genere fantascientifico per narrare i temi che gli stanno più a cuore, come il suo amico Guillermo del Toro, ma lo fa restando legato a una realtà tecnologica e umanistica del tutto verosimile e possibile: la sterilità biologica della razza umana, per l’inquinamento e la dissoluzione sociale, oppure l’incidente spaziale (non tanto remoto, visto che sopra la nostra testa ormai il volume di detriti spaziali è diventato tanto alto che lo scienziato Donald J. Kessler ha formulato una tesi – la Sindrome Kessler – che teorizza una reazione a catena con scontri esponenziali dei satelliti che porterebbe a un blocco del loro utilizzo per generazioni).

Il regista messicano con “Gravity” compie un’operazione di ribaltamento del canone della missione spaziale dove l’estensione ontologica allo Spazio, verso l’esterno e l’approdo a un nuovo mondo, viene sostituito da un ritorno alla Madre Terra. Un’introflessione umanistica per cercare la salvezza, contro l’estroflessione tecnologica che porta la distruzione e la morte, ispirandosi più al cinema di Andrej Tarkovskij e Stanley Kubrick piuttosto che ad “Apollo 13” di Ron Howard.

In questo contesto, un secondo tema portante è quello della ri-nascita dell’uomo (anzi della donna, riaffermazione del femminino come elemento di fertilità e simbolo di vita). Il cavo che collega i due astronauti è un cordone ombelicale; la Soyuz diventa un utero biomeccanico per rigenerare una Ryan Stone sull’orlo della morte e la ripresa in campo medio all’interno della base spaziale russa mette in quadro un feto fluttuante nel vuoto amniotico dello Spazio; la caduta sulla Terra con la navicella cinese è un seme che fa rifiorire la vita; l’acqua del lago (mare?) è la culla della vita. Il personaggio si libera dello scafandro, della pelle artificiale morta, per risorgere e striscia boccheggiante sulla spiaggia argillosa, per poi faticosamente mettersi ritta e camminare.

L’evoluzione della vita: il carbonio che arriva dallo Spazio, la vita che cresce nell’acqua, pesce, anfibio, rettile, scimmia, homo sapiens.

Ma prima di tutto ciò, assistiamo al silenzio dello Spazio infinito in un alternarsi di claustrofobia/ agorafobia continua per tutta la durata filmica di “Gravity”. E la pesantezza della gravità non è quella  fisica, ma etica. Il peso emotivo dei ricordi grava sull’animo di Ryan Stone (dal nome maschile e che si rileverà dura come una pietra – nomen, omen). Le fa da contraltare il comandante della missione Matt Kowalsky, guascone e professionale, freddo nelle azioni e caldo nelle emozioni, fino al gesto estremo, che si trasformerà in sogno, in una particella della memoria della donna, un innesto emotivo che muterà la Stone per sempre.

Film di effetti speciali, “Gravity” fa un uso del CGI funzionale alla ricostruzione realistica dell’ambiente spaziale, e lo stupore è tanto più grande quanto esso si avvicina al reale. Effetti speciali, quindi, non per creare illusioni o mettere in scena fantasie, ma per replicare il reale. Così come è funzionale il 3D, mai invasivo e che potenzia gli elementi spaziali extraterrestri ed extraveicolari, anche qui un ribaltamento del loro scopo con un’estensione tecnologica implicita nella macchina-cinema come riproduzione della realtà.

Presentato in prima mondiale all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, “Gravity” di Alfonso Cuarón è un’opera sull’uomo e sulla sua caducità, di intensa emotività e di nitida bellezza, dove il tutto della messa in scena è più importante della somma dei suoi dettagli (compresi i personaggi, interpretati da Sandra Bullock e George Clooney al servizio dell’opera e del suo autore).

01/10/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Gravity
Distribuzione
Warner Bros Italia
Durata
92'
Produzione
Esperanto Filmoj, Heyday Films, Warner Bros. Pictures
Sceneggiatura
Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón
Fotografia
Emmanuel Lubezki
Scenografie
Andy Nicholson
Montaggio
Alfonso Cuarón, Mark Sanger
Musiche
Steven Price
Costumi
Jany Temime

Trama

La dottoressa Ryan Stone è una brillante ingegnere biomedico alla sua prima missione spaziale insieme al veterano Matt Kowalsky. Durante quella che doveva essere una passeggiata di routine, succede l’imprevisto. La navicella viene distrutta colpita dai detriti di un satellite e i due astronauti sono abbandonati a loro stessi, legati l’uno all’altra mentre precipitano nel buio dello Spazio.  

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.