Viste le premesse appare ora più chiaro come l’intento del film sia quello di riflettere sulla complessità del reale, il nostro, trasfigurato in una forma più semplice e scarnificata, capace di farne vedere senza infingimenti i meccanismi e le sovrastrutture. Così facendo non si fatica a riconoscere nella vicenda di Menocchio e nel paesaggio che le fa da sfondo, le origini del peccato originale che oggi ci affligge e che – secondo molti storici – è stato il risultato delle restrizioni (in termini di progresso e di libertà individuali) attuate dalla Chiesa per difendersi dagli attacchi dei movimenti riformistici. La forza del film è quella di riuscire a farlo sentire attraverso la rigorosità della messinscena e delle scelte di regia operate da Fasulo, radicali e coraggiose alla stessa maniera di quelle del suo personaggio. La ricostruzione delle vicende realmente accadute a Domenico Scannella detto Menocchio sono appunto raccontate con una narrativa che polverizza riferimenti storici e ambientali, riferendosi esclusivamente a uno spazio di volta in volta definito dalla dialettica tra il protagonista e i suoi persecutori. Le aule dei tribunali e le segrete dove Menocchio è tenuto prigioniero cosi come i frame sui momenti di vita famigliare, più che ambienti definiti nelle rispettive concretezze diventano parte integrante di un non luogo in cui ad andare in scena sono le idee, i pensieri e gli stati d’animo del condannato insieme a quelle dei suoi persecutori. Come tali Fasulo li filma, facendo emerge la figura di Menocchio da tenebre che assomigliano a recessi dell’anima e insistendo sulla complicata messa a fuoco dei suoi antagonisti, spesso fuori quadro e definiti dalla conformazione visivamente incerta come potrebbe esserlo quella di chi ha qualcosa da nascondere. Il tutto in un rapporto di assoluta vicinanza con il volto del protagonista: la qual cosa se da una parte va nella direzione della morale tridentina, abituata a negare il corpo e i suoi bisogni, dall’altra restituisce Menocchio a una centralità (anche di posizione all’interno dell’inquadratura) in grado di restituire alla sua figura la dignità che altri gli avevano sottratto. D’altro canto a questa operazione di recupero Fasulo non è nuovo, avendo messo sempre al centro dei suoi film un umanità altrimenti destinata a rimanere “fuori campo”. Così, a dispetto di chi lo vorrebbe cancellare dal mondo, Menocchio cerca di restarvi attaccandosi il più possibile alle cose concrete e visibili. In questo senso è esemplare la prima sequenza in cui il contrasto tra luce e buio è lo stesso che esiste tra la volontà dei prelati di rifarsi a concetti astratti e assoluti e quella del protagonista, abituato a credere a ciò che vede e che tocca. Concetto non a caso suggellato dall’immagine di Menocchio che accarezza la mucca e poi la assiste in quello che di fatto è il miracolo più materico che possa esistere e cioè la nascita del vitellino. Girato in una dimensione claustrofobia e confessionale (a rimandare ancora una volta ai condizionamenti imposti alle persone dal clero controriformista) e fotografato (dallo stesso Fasulo) con riferimenti alla pittura fiamminga e , come dichiarato dalla stesso regista, a quella di Rembrandt, “Menocchio” è uno di quei film destinate a restare e, prima di tutto, a essere visti nel buio della sala cinematografica. Per questo gli auguriamo una distribuzione all’altezza della sua importanza.
Primo e unico film italiano del concorso internazionale di Locarno, il film di Fasulo entra nella lista dei lungometraggi da palmares.
04/08/2018