Men, Women & Children

Men, Women & Children


Jason Reitman

Drammatico | Usa
(2014)

Può capitare, di tanto in tanto, di imbattersi in opere che fanno sfoggio, con allarmante metodicità e stolida fierezza, di tutti i propri difetti e paiono deliberatamente offrire il petto alle scontate, implacabili sventagliate della critica e – come se non bastasse – volersi guadagnare pure la delusione del proprio pubblico più affezionato. Gli esempi di certo non mancano: il primo a venire alla mente, tra i più recenti e conclamati, è il penultimo lavoro di Xavier Dolan, “The Death and Life of John F. Donovan“, solenne e lacrimoso polpettone, talmente zeppo di accessi retorici, sterili espedienti di maniera, straripanti scene madri e banali automatismi narrativi, da risultare, più che insostenibile, quasi straniante. E difatti l’(ex) enfant prodige canadese ci si è unanimemente guadagnato il definitivo scatto di carriera, dal primo al secondo grado del celeberrimo (e infallibile) cursus honorum tripartito di formulazione arbasiniana. Anche “Men, Women and Children”, col suo carico di macroscopiche storture e debolezze intrinseche, potrebbe rientrare a pieno titolo in questa categoria di film-kamikaze e, del resto, la stessa carriera di Jason Reitman sembra da tempo aver preso una piega ben peggiore di quella del giovane collega québécois.

Già il proposito di partenza, ossia l’esplicita impostazione di un racconto corale intorno a uno specifico argomento tanto dirompente quanto ampiamente (e spesso grossolanamente) affrontato – la mutazione delle dinamiche relazionali al tempo dei social network – è dei più scivolosi e discutibili. Se poi questo soverchiante e impegnativo soggetto finisce per diventare l’unico filo conduttore di una concatenazione di vicende che pare esaurire in sé l’intero ventaglio degli stereotipi formulabili su quelle premesse, l’esito non può che risultare del tutto compromesso.

Uomini, donne e bambini, appunto, all’appello non manca nessuno: marito e moglie logorati dalla routine coniugale che si tradiscono vicendevolmente ricorrendo o a siti d’incontri occasionali o alla compagnia di giovani escort; il quindicenne già tanto dipendente dai più temerari repertori del porno sadomaso da non riuscire a intrattenere nemmeno il primo rapporto con una precoce coetanea; la ragazzina timida che, messa in crisi dalla prima cotta, sfoga la propria insicurezza su inquietanti forum di donne anoressiche; la cheerleader, aspirante fotomodella, che pubblica scatti osé su un sito gestito dalla frivola e frustratissima mamma; una promessa del football che reagisce all’abbandono improvviso della figura materna, fuggita con l’amante in California, mandando tutto al diavolo e sprofondando nel gorgo autodistruttivo dei videogiochi di ruolo online, per poi trovare l’anima gemella in una silenziosa compagna di scuola che, al contrario, è costantemente controllata, specie nelle interazioni virtuali, da una madre paranoica e iperprotettiva. In aggiunta, una perentoria voce fuori campo (quella di Emma Thompson, nella versione originale) tiene le fila del racconto, spiega con accuratezza documentaristica anche quei pochi aspetti che potevano restare appena più ambigui, sottolinea tutti i passaggi decisivi a suffragio della tesi tecnofobica che informa ogni sequenza e ogni battuta del film, qualora questa non risultasse sufficientemente chiara dal solo consumarsi, dinnanzi agli occhi dello spettatore, di una sequela di piccole miserie e grandi tragedie, tutte ovviamente riconducibili a nient’altro che l’abuso di dispositivi elettronici.

Insomma, non va certo per il sottile Jason Reitman che costruisce un infervorato pamphlet in forma di racconto corale col solo scopo di affermare, senza mezzi termini, con quale impeto e quanta pervasività la dilagante iperconnessione stia conducendo l’umanità alla rovina. L’isterico pessimismo della tesi che innerva l’ampio e spietato affresco non può certo lasciar spazio a sottigliezze analitiche o sfumature emotive: tutto è tagliato con l’accetta, inequivocabilmente connotato da un’esasperazione drammatica che sovente raggiunge vertici di parossismo pericolosamente vicini al grottesco. Eppure, proprio in questo oceano di vizi, il film sa trovare una sua rotta precisa e peculiare: abdicando anche al minimo cenno di problematizzazione sociale o psicologica – per quello, d’altro canto, esistono indagini potenti e ponderate come “Lo and Behold“, che comunque non approda a conclusioni molto diverse – tiene botta e ribadisce le proprie posizioni con una coerenza e una testardaggine (un po’ ottusa ma indubbiamente sincera) degne di una certa ammirazione. Nel discorso di Reitman le semplificazioni e le facilonerie non mancano, ma di certo non si avverte il lezzo della consueta ipocrisia di certo cinema indie: è forse anche per questo che, nonostante l’incandescenza dello sviluppo, i decibel restano contenuti e i picchi drammatici non deflagrano mai in scenate strepitanti. A tal proposito, il contributo di un cast esperto e ben diretto, capeggiato da un afflitto Adam Sandler, è piuttosto decisivo.

Probabilmente anche questo fondo di onestà, unito a una serie di scelte certamente sbagliate, ha facilitato il rapido e inappellabile declassamento di Reitman dalla rosa dei registi più dotati e promettenti della sua generazione, negli anni Zero, al girone dei cineasti più ignorati dalla stampa e ostracizzati e dal sistema produttivo e distributivo. Impressiona constatare come il medesimo sguardo che in “Juno” aveva carezzato con levità ed empatica dolcezza la vita di una teenager della classe media rimasta in cinta per sbaglio, solo sette anni dopo, finisca per riesaminare quello stesso mondo con un tale grado di acida e rassegnata disaffezione. Dispiace soprattutto per un finale sciocco e telefonato, oltre il limite del tollerabile: se solo Reitman avesse avuto il coraggio di affondare il coltello con l’efferatezza di un Todd Solondz dei primi tempi, pur mantenendo le proprie prerogative espressive, poteva uscirne fuori un bestiario morale, per quanto grossolano, disturbato e davvero sconcertante.

26/05/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Men, Women & Children
Durata
119'
Produzione
Paramount Pictures, Right of Way Films
Sceneggiatura
Jason Reitman, Erin Cressida Wilson
Fotografia
Eric Steelberg
Scenografie
Bruce Curtis
Montaggio
Dana E. Glauberman
Musiche
Bibio
Costumi
Leah Katznelson

Trama

In una anonima cittadina americana, le ordinarie esistenze di genitori e figli sono in varia misura sconvolte dall'uso compulsivo e deleterio dei social network.
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