Possessor

Possessor


Brandon Cronenberg

Fantascienza, Horror, Thriller | Canada, Regno Unito, Usa
(2020)

possessor cronenberg

Essere figli d’arte non è affare semplice. La storia del cinema è piena di dinastie di attori e registi (pensiamo al clan dei Fonda oppure a quello degli Huston). Ancora più difficile è essere regista figli di registi (famosi). Esempi eclatanti sono Sofia Coppola, Jennifer Chambers Lynch e Ami Canaan Mann i cui cognomi identificano la paternità di maestri riconosciuti. Brandon Cronenberg è l’ultimo in ordine di tempo che abbia scelto di seguire le orme paterne nello stesso territorio. Dopo il suo debutto con “Antiviral” ci riprova ben otto anni dopo con “Possessor”.

Se in qualche modo, con alterne fortune, le registe sopracitate hanno cercato di seguire dei percorsi originali, Brandon appare molto legato al mondo artistico del padre per temi trattati. Il confronto con la figura paterna è sempre difficile, scomodo, pericoloso. Quando non va molto bene si cade nell’imitazione, quando va male si viene soffocati dal peso di un convitato di pietra onnipresente. Sofia Coppola è forse l’unica a essere riuscita ad affermarsi con una propria visione di cinema, inanellando un percorso filmico, che si sia d’accordo o meno, in qualche modo considerato dalla critica e seguito da un pubblico di riferimento.

Non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda Brandon. Ormai non più giovane (ha quarant’anni), il regista canadese non riesce a mostrare una visione autentica e innovativa. Fin dalla trama, “Possessor” ha richiami alla cinematografia del padre. Un’organizzazione segreta ha un macchinario che permette di trasferire la mente di killer nel cervello di donne e uomini inconsapevoli per compiere efferati omicidi. A capo abbiamo Girder (interpretata da Jennifer Jason Leigh) che guida Tasya Vos (Andrea Riseborough) nel cervello di Colin (Christopher Abbott) fidanzato della figlia di un magnate di un’azienda che sviluppa programmi di realtà virtuale per ucciderlo e impossessarsi del patrimonio.

La Leigh e il suo ruolo legano in un sottile frame “Possessor” a “eXistenZ”, così come con “Videodrome” e “Scanners”, dove le aziende si fanno una guerra commerciale che a tutti gli effetti prevede l’eliminazione fisica dell’avversario. Ma se in “Antiviral” Brandon Cronenberg (autore anche qui della sceneggiatura) riusciva in qualche modo a rappresentare la società distopica in cui agivano i personaggi, in “Possessor” il tutto è implicito, ermetico, rimane sullo sfondo, quasi un elemento accessorio.

In questa seconda prova il regista punta più sull’effetto visivo. Abbiamo così un utilizzo di una fotografia satura che avvolge i due protagonisti Tasya e Colin. Lo sguardo è focalizzato sul confronto tra loro due, personalità distinte che lottano in uno scontro identitario per il possesso del corpo. Così il campo di battaglia da esteriore (economico-sociale) si trasforma in interiore (psicologico-morale), utilizzando sequenze oniriche e psichedeliche che richiamano “Mandy” di Panos Cosmatos – altro figlio d’arte – e dove era protagonista la stessa Andrea Riseborough. Questa scelta punta tutto sulla superficie della visione senza un vero approfondimento dello scontro tra la società digitale contemporanea, dove il controllo dei dati vuol dire determinare le scelte delle persone, e il libero arbitrio dell’essere umano.

Per bilanciare l’eterea visione della produzione onirica delle menti dei personaggi, Cronenberg utilizza una messa in scena scabra con gli attori calati in scenografie urbane in cui la geometria delle linee architettoniche degli edifici fanno da palco agli omicidi, immersi in scatti di violenza fisica dove il sangue letteralmente sgorga con voluti effetti splatter (dichiarato allo spettatore fin dalla prima sequenza con cui si apre “Possessor”).

Tasya non riesce a controllare la propria mente e il confine tra realtà presente e vita innestata in corpo altrui, le provoca eventi allucinatori al limite della schizofrenia. Significativa è la sequenza del ritorno in famiglia dopo l’omicidio dell’incipit: Tasya è inquadrata in campo medio in una via deserta che fissa il portone di casa davanti a sé. È come se non avesse mai abbandonato il corpo del simulacro umano che possedeva, confusa sulla propria connessione con l’esterno e vivendo la famiglia (il marito e il figlio piccolo) come elementi estranei. Tasya non è solo una personalità-monade, è più una mente-parassita che arriva ad annullarsi, fino a perdere il controllo nel corpo ospitante.

Questo è l’aspetto più intrigante di “Possessor”, ma Brandon Cronenberg sceglie uno stile manierista che riprende tanto cinema contemporaneo senza però una vera rielaborazione. Certo, gli elementi tecnici sono ineccepibili, ma il confronto tra psichedelico e splatter, il suo continuo abbassare lo sguardo della macchina da presa sui personaggi senza concedere respiro alla narrazione, a tratti criptica e sterilmente intellettualistica, rendono le immagini dei simulacri di altre pellicole.

28/11/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Possessor
Distribuzione
MUBI
Durata
104'
Produzione
Crave, Ingenious Media, Ontario Creates, Rhombus Media, Rook Films, Telefilm Canada, Well Go USA
Sceneggiatura
Brandon Cronenberg
Fotografia
Karim Hussain
Scenografie
Rupert Lazarus
Montaggio
Matthew Hannam
Musiche
Jim Williams
Costumi
Aline Gilmore

Trama

Un’organizzazione segreta ha una metodologia che permette di innestare la personalità di killer specialisti nel cervello di sconosciuti trasformandoli in macchine omicide. Tasya Vos è una delle più famose assassine in questo campo e dopo l’ennesimo contratto si deve “innestare” in un uomo per uccidere il proprietario di un’azienda hi-tech. Ma questa volta Tasya ha problemi di sdoppiamento di personalità che la condurranno a lottare per la propria sopravvivenza.
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