Apex

Apex


Baltasar Kormákur

Azione, Thriller | Canada, Usa
(2026)

Il cinema di Baltasar Kormakur è fatto apposta per confondere le acque in cui naviga lo spettatore per la trasversalità d’intenti che da sempre accompagna la sua filmografia. Si pensi alla distanza tematica e produttiva che separa l’opera d’esordio, realizzata in maniera indipendente e caratterizzata da uno sguardo interno alla storia – svolgendosi “101 Reykjavick” nel cuore della capitale islandese, la stessa in cui è nato il regista – , da un prodotto come “Apex” realizzato per una piattaforma generalista – Netflix  – bisognosa di una visione disposta ad adottare il punto di vista del committente per corrispondere per filo e per segno al marchio di fabbrica imposto da chi produce.

In tale contesto, e seppure con aspettative non sempre mantenute, l’abilità di Kormakur nel corso del tempo è stata quella di adattarsi di volta in volta alle richieste dei produttori riuscendo a lasciare un segno talvolta invisibile, talvolta tangibile, della sua poetica. Si pensi per esempio al collegamento arduo ma evidente – e qui entriamo nel cuore del discorso – tra la premessa di “Apex” con quella di “Touch”, il lungometraggio precedente, in cui Kormakur, come spesso gli è capitato, si prende una pausa dall’universo americano per tornare a temi e luoghi che gli sono cari.

Se “Touch” altro non era che una sorta di ricerca del tempo perduto in cui il protagonista intento a ritrovare l’antico amore ne riesumava le vicende scavando nei ricordi di un passato bello e doloroso (per gli esiti della relazione), così in qualche modo succede in “Apex”, dove la premessa iniziale, ovvero la morte dell’amato nel corso di una pericolosa scalata, è il viatico di un lutto che, di fatto, come nel film precedente, presuppone un confronto/scontro con i propri fantasmi da attuare attraverso una vera e propria discesa agli inferi. Con il distinguo essenziale che a differenza di “Touch” in cui lo scavo era tutto interiore, rimembrato (e visualizzato attraverso il  largo utilizzo del flashback) dai ricordi di un amore di gioventù, nel caso di “Apex” la “rinascita” dai sensi di colpa (per aver spinto l’amato al rischio che ne ha provocato la morte) necessità di una purificazione fisica, quindi materiale,  legata alla capacità del corpo di sopportare le sollecitazioni causate dall’istinto omicida di un pericoloso serial killer. Se in “Touch” i ricordi dell’amata diventano il motivo del ritorno nei posti dove si era consumato l’amore di una vita, allo stesso modo in “Apex” la salvezza presuppone il ritorno sul luogo del delitto e dunque una nuova e altrettanto drammatica scalata, con la riproposizione del contesto iniziale – quello in cui il compagno di Sasha aveva perso la vita – destinato a diventare il viatico di riconciliazione della protagonista con gli spettri del passato.

Stabilite le coordinate di quello che rimane prima di tutto un action thriller con venature horror per la presenza di un villain che alla pari di quello interpretato da John McAvoy nel dittico di M.Night Shyamalan (“Split” e  “Glass“) sembra plasmare le sembianze di viso e corpo a un’animalità che si nutre delle proprie ossessioni, “Apex” è un lungometraggio che viaggia in due direzioni: da una parte è un’escursione avventurosa nella wilderness di un paesaggio che nel cinema di Kormakur non è solo lo sfondo in cui collocare l’azione, ma uno spazio attivo capace di influenzare con esiti alterni le vicende dei personaggi grazie a un uso della mdp che, alla pari di quella utilizzata da Peter Weir per restituire nel dettaglio (come mai era successo) la vita marinara in “Master and Commander”, è in grado di calare lo spettatore nel mezzo dell’azione restituendo con verosimiglianza e trepidazione la tridimensionalità in cui si muovono la protagonista e la sua nemesi. Dall’altra è l’ultima performance di un percorso attoriale che per Charlize Theron ha voluto dire emanciparsi dall’essere oggetto dello sguardo maschile, imponendosi come “soggetto” capace di determinare il proprio destino, difendendo a denti stretti la capacità decisionale dentro e fuori dal set cinematografico. Così succede in “Apex” dove l’esorcizzazione del male gaze passa attraverso un’esposizione che nulla deve alla nudità del corpo, concentrata com’è su una performance fisica  filmata con le stesse valenze di quella maschile.

Anziché cedere alla tentazione di trasformare la protagonista nell’ennesima super eroina,  Kormakur tiene a bada il rischio di onnipotenza  insita nel super ego dell’indicibile nemico  facendo del volto della Theron una sindone dolorosa capace di ricordarci in ogni momento la caducità delle cose terrene. Nella sua natura prevalentemente commerciale in “Apex” si rintraccia un rigore sconosciuto ad altri prodotti Netflix. 

13/05/2026

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