Split

Split


M. Night Shyamalan

Horror, Thriller | Usa
(2017)

L’inizio del nuovo film di M. Night Shymalan è il più lineare possibile, come nella tradizione delle sue migliori opere: un momento preso nel quotidiano di normali personaggi che sono travolti dall’evento inaspettato. In questo caso siamo di fronte a tre adolescenti e al padre di una di loro che, dopo una festa in un locale, le riporta a casa; mentre sono in auto e l’uomo sta caricando la spesa nel portabagagli, ecco che uno sconosciuto sale in auto, le narcotizza e le rapisce.

Il regista ci getta subito nell’incubo che le tre giovani vivranno, prigioniere in un luogo non identificabile fino alla fine, alle prese con uno psicopatico che molto velocemente scopriremo essere affetto da disturbo della personalità multipla. L’uomo, che si chiama Kevin, ne ha ben ventitré che convivono in lui e la psichiatra curante scoprirà lentamente una ventiquattresima che si sta formando e vuole venire alla luce.

Ispirandosi a un personaggio realmente esistito, Billy Milligan, che rapì tre ragazze negli anni 80 e fu assolto proprio per questo disturbo, il regista indo-americano costruisce una storia di sottile suspense, claustrofobica, circolare nella sua evoluzione diegetica, con collegamenti con i film del suo inizio di carriera e in modo esplicito con “Unbreakable“, citato nel finale caratterizzato dal twist tipico del suo cinema.

La trinità psicoanalitica della mente

“Split” è programmatico fin dal suo titolo: il “frazionamento” che Shyamalan mette in scena è formale e narrativo. Così, tra le tante personalità che albergano in Kevin, sono tre quelle che risultano essere attive – o come spiega alla psichiatra Karen Fletcher (l’attrice Betty Buckley, protagonista di “Carrie” di Brian De Palma, l’insegnante di ginnastica al liceo) sono “alla luce”: il dodicenne Hedwig; la feroce signora Patricia; e il maniaco-ossessivo Dennis, personalità materiale del rapimento delle giovani. Come sono tre le ragazze rapite: Marcia (la debuttante Jessica Sula), Claire (l’altra debuttante Haley Lu Richardson) e Casey (Anya Taylor-Joy, già rivelazione in “The Witch” di Robert Eggers e in “Morgan” di Luke Scott). Lo scorporo in una triade psicologica all’interno dello stesso individuo è in parallelo con le tre adolescenti, così come la struttura narrativa si sviluppa su un triplice percorso: il primo, all’interno della prigione con il confronto tra le tre personalità dominanti di Kevin e le ragazze; la seconda linea narrativa con il dialogo tra il protagonista e la psichiatra, all’interno del suo studio; e il terzo nel passato, nell’infanzia di Casey, bambina che scopriremo, in centellinate sequenze, possiede un terribile segreto che la rende “diversa” dalle compagne e anche agli occhi delle personalità di Kevin.

Questa mise en abyme di una trinità ripetuta è uno dei temi fondanti dell’opera di Shyamalan, che nasconde, al di là della libera ispirazione a un personaggio reale, la profonda analisi di quello che è, a tutti gli effetti, la potenzialità della psiche umana. Del resto, il coté psicoanalitico in “Split” è determinante della rappresentazione di quello che i traumi infantili – e i loro danni – possono provocare a un essere umano, sia in un’adolescente come Casey sia in un uomo come Kevin. Le tre personalità dominanti di Kevin raffigurano l’anima (il femminile), l’animus (il maschile) e il fanciullo che non cresce (Hedwig) e sono espressione di difesa verso il male esterno. Ma ciò provoca la frantumazione della personalità che porta alla distruzione della realtà. E l’obiettivo delle tre personalità, dell’inconscio irrazionale e maniacale, della mancata formazione di una mente equilibrata, porta alla fuoriuscita dell’Id, cioè della “Bestia”, l’ultima personalità nascosta, che si ciba materialmente e spiritualmente di tutte le altre.

Del resto, tutto tende alla messa in scena finale della “Bestia”, della sua affermazione sul mondo, in un’appariscente capacità extrafisica ed extrasensioriale, inserendosi all’interno di una mitopoiesi antitetica a quella di “Unbreakable” e che diviene potentemente metacinematografica, in una narrazione della nascita dell’antieroe, contrapposta a quella dell’eroe nell’altra opera di Shyamalan. Abbiamo un gioco a incastri successivi che, come un puzzle, inquadratura dopo inquadratura, per sequenze alternate tra le tre traiettorie narrative, prende forma sotto gli occhi dello spettatore, lasciando intatta la surprise del finale.

In tutto questo, il regista rafforza la tensione di scontro psichico lavorando su due fronti: da un lato, utilizzando, per la maggior parte del tempo, primi e primissimi piani che rendono più soffocante lo spazio chiuso della prigione; dall’altro, ricorre alla eccezionale bravura di James McAvoy, che interpreta le differenti personalità, modificando la voce e attuando piccoli scarti fisici, in una strabiliante metamorfosi attoriale, e permettendo di delineare, fin da subito, le varie psicologie dei personaggi, rendendoli credibili anche nei loro cambiamenti fisici senza necessità di trucchi particolari oppure di effetti speciali.

La trinità spirituale della carne

Ma oltre alla moltiplicazione psicoanalitica, potremmo interpretare le tre personalità di Kevin (uomo normale che viene messo a “dormire” nel profondo della mente) come rappresentazione di una divinità spirituale maligna, dove, se Dennis è il padre, Patricia la madre e Hedwig il figlio, la “Bestia” è lo spirito dannato che arriva sulla Terra. Del resto, è proprio Hedwig (il figlio) che permette a Dennis e Patricia di “venire alla luce” e mettere a dormire Kevin (l’umanità). E sono loro tre che chiamano la “Bestia” alla sua venuta, con relativa offerta di vittime sacrificali. Il dolore è la nuova forza e sarà ripetuto spesso nella seconda parte del film, quando si raggiungerà l’acme emotivo. Solo chi ha sofferto potrà sopravvivere al mondo: la sofferenza come via alla conoscenza superiore, a un trapasso spirituale, che permette un’evoluzione fisica, nella trasformazione in carne che si fa divinità terrena e superiore all’uomo. Delle tre ragazze, corpi sacrificali, sarà proprio chi ha sofferto di più a comprendere la mutazione della realtà che sta affrontando e che, in qualche modo, permette di imboccare la strada di una salvezza momentanea, visto il ruolo di vittima interpretato nella vita reale. Un percorso martirologico che promette la materializzazione del grumo oscuro e la sconfitta della razionalità scientifica (rappresentata dalla dottoressa Fletcher), impotente di fronte alla forza brutale divinatoria della incorporazione delle diverse personalità di Kevin fuse nella “Bestia”.

Shyamalan, dopo una serie di prove poco convincenti, ritorna ai fasti delle opere migliori come “Il sesto senso”, “Unbreakable“, “The Village“, riuscendo a trattare temi a lui cari e restando ancorato a un cinema che, dagli spazi intimi, riesce a parlare di grandi temi antropologici, con uno stile controllato della messa in scena e una scrittura misurata e ricca di sentieri metaforici.

23/01/2017

Cast e credits

Distribuzione
Universal Pictures
Durata
116'
Produzione
Blinding Edge Pictures, Blumhouse Productions
Sceneggiatura
M. Night Shyamalan
Fotografia
Mike Gioulakis
Scenografie
Mara LePere-Schloop
Montaggio
Luke Franco Ciarrocchi
Musiche
West Dylan Thordson
Costumi
Paco Delgado

Trama

Kevin è un uomo con ben 23 diverse personalità. Dopo che una di queste, la più oscura e potente, lo ha spinto a rapire tre giovani ragazze ha inizio una lotta per la sopravvivenza sia fisica sia mentale.

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.