Sappiate che “la maggior parte delle democrazie occidentali è gay”. Per sapere a quali paesi ci stiamo riferendo, basta considerare quelli che più di tutti gli altri producono tipologie diverse di formaggio, e il gioco è fatto. O almeno, questa è la teoria che Chris (John Malkovic) – il protagonista del nuovo film di Martin McDonagh “Wild Horse Nine”, che sta riscuotendo un successo di critica abbastanza unanime a Venezia83 –, illustra con rigore quasi scientifico a Lee (Sam Rockewell), l’altro agente della CIA con cui si trova sull’Isola di Pasqua.
Gli spiriti delle isole
McDonagh, come si dice, ce l’ha con le isole. Sarà per la dilogia (teatrale) sulle isole Aran che ha poi concluso con “Gli spiriti dell’isola”, oppure sarà perché è di origini irlandesi, in ogni caso ci risiamo, anche con “Wild Horse Nine” i confini del suo profilmico restano gli stessi, abbiamo solo cambiato oceano, dall’Atlantico al Pacifico verso l’isola di Pasqua e i suoi Moai. Per il resto, come è già stato scritto quasi ovunque, la sua cifra tragicomica sembra brillare più che mai, inesorabile, al tal punto che c’è già chi parla di Oscar annunciato per la coppia Malkovic-Rockwell.
A ben guardare, però, forse siamo più vicini alle Aran di quanto sembri, tant’è che anche in “Wild Horse Nine” ritroviamo anzitutto la coppia di amici: se ne “Gli spiriti dell’isola” la rottura del rapporto rappresentava la miccia che accendeva la narrazione, in quest’ultimo lavoro, McDonagh propone l’opposto, cioè fino all’ultimo non sappiamo se il legame tra i due è davvero così forte. E poi c’è il ricordo, che assomiglia quasi a un’ossessione irlandese, cioè quella dell’epifania che emerge da lontano, in continua analessi. Allora Chris è impegnato nel registrare le sue memorie, cosa ha visto, cosa ha nascosto, chi ha ucciso durante la sua attività da agente segreto. Insomma, allo stesso tempo il protagonista ricorda, confessa, prova a ricostruire chi è (o è stato), e riduce il racconto storico a una dimensione puramente orale che attribuisce al film un carattere quasi omerico, di testimonianza, in cui è la fiducia l’unica vera moneta di scambio per capire cosa sia realmente accaduto – durante il golpe del 1973 o l’omicidio Kennedy.
In questo senso, sulle tracce delle nemesi della storia americana, sembra che la pellicola di McDonagh faccia da controcampo eziologico a “El Conde”: se Larrain raccontava (surrealisticamente) di Pinochet, in “Wild Horse Nine” si racconta di come la macchina imperialista ha reso possibile il golpe (ben consapevole degli orrori che avrebbe portato con sé). In altre parole, McDonagh guarda dall’esterno ciò che Larrain ha messo in scena dall’interno, recupera cioè la lezione tolstojana: la storia prende forma attraverso la moltitudine di uomini che traducono in azione le decisioni dei “grandi”. Alla fine, quello che rimpiange Chris è proprio di non essersi sottratto a questo gioco, di non aver tradito: “Avremmo dovuto uccidere di meno e stare più con i cavalli”.
McDonagh, quindi, miscela una narrazione che fa del politico un affare personale e viceversa, sulle tracce di un dialogo serratissimo, quello tra Chris e Lee, sempre tagliente, chirurgico, irriverente, che si placa solo davanti all’alterità animale, per certi versi impenetrabile. Il paradosso è che questa consapevolezza emerga proprio ai confini del mondo, in un luogo apparentemente atemporale, in cui la Storia sembra sospesa, e invece, inaspettatamente, si satura di indizi, allusioni, denunce, provocazioni. Un po’ come accade ne “Gli spiriti dell’isola”: più McDonagh trascina i suoi personaggi fuori dalla storia (sulle Aran il riferimento era alla guerra civile), più ci si trovano dentro.

Aspettando Godot
La messa in scena di McDonagh stupisce soprattutto per l’efficacia con cui trasforma il tempo cinematografico in tempo teatrale. Il suo cinema vive e si alimenta di questa sorta di paradosso epistemologico: da un lato, l’impermeabilità dell’immagine cinematografica, dall’altro l’hic et nunc, l’unicità della battuta teatrale, che attribuisce alla sua mise en page una spontaneità spesso irresistibile, contagiosa.
A questo si lega un armamentario allegorico come al solito vastissimo: i cavalli, l’isola stessa, le statue, il golpe cileno, ecc. Una geometrica simbolica, dunque, quasi pascoliana, a sostengo di quella poetica dell’assurdo con cui McDonagh “realizza” le sue parodie, che forse più che parodie sono deformazioni, in cui il rapporto con la verità è talvolta sospeso, talvolta ripristinato.
“Wild Horse Nine”, d’altronde, tra le molte cose, è anche una storia di menzogne, di personaggi intrappolati come detto, alla fratelli Coen, al centro di una morale asimmetrica che, come in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, è sempre in movimento. In quest’ottica, la manipolazione del tempo cinematografico va anche oltre: vincola i personaggi, come se (in questo caso) Chris e Lee non possano sottrarsi l’uno all’altro, incapaci di nominare il proprio affetto. Resta, allora, il ritratto di due uomini bloccati, che parlano perché non possono fare altro, perché “nessuno dei due riesce davvero ad andarsene” – come scriveva Beckett in Aspettando Godot.
07/09/2026