The Echo Chamber

The Echo Chamber


Andrea Pallaoro

Drammatico | Belgio, Italia
(2026)

Il fattaccio (si fa per dire) in “The Echo Chamber” accade a circa venti minuti dalla fine. Questa è la ragione (non credete al resto) per cui sin dalla prima proiezione a Venezia83 le opinioni sul film di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi), si sono polarizzate – e continueranno a esserlo. L’oggetto del contendere, come avrete intuito, è il finale di “The Echo Chamber”, tra chi l’ha liquidato con “chissenefrega” e ha letto il film incurante del suo epilogo (si può?), e chi invece lo ha ritenuto il sintomo di un impianto narrativo alla lunga inconsistente. 

Io ballo da sola/o

Per tre quarti della sua durata, “The Echo Chamber” ha un’impronta raffinata. La fenomenologia bertolucciana si vede a occhio nudo, anche solo considerando i confini del profilmico, chiusi tra il formato claustrofobico (1:1) e i muri dell’appartamento in cui Leo (Luca Marinelli) lavora come produttore musicale e convive con un dolore cronico alla schiena. Sembra di essere nel sottoscala di “Io e te”, oppure prigionieri di un enigma, di una dramma da camera, che poi è quello che vive Leo stesso, vincolato al suo dolore. 

Pallaoro organizza una messa in scena elegante, in cui bilancia quasi perfettamente primissimi piani e campi lunghi (sempre costretti tra le stanze dell’appartamento), con l’obiettivo di restituire una controparte formale al tema dell’eco, che nella storia ritorna ciclicamente, ossia qualcosa che lentamente passa dall’essere vicino all’essere lontano. A ciò si legano degli shot lentissimi, che fissano azioni ripetute, quasi estenuanti, che sicuramente mettono alla prova un pubblico disabituato a uno sguardo contemplativo, immobile, estatico. Eppure, anche qui, è abbastanza evidentemente l’idea dell’eco che ritorna, ovvero del dato fisico che si propaga e tuttavia non perde la sua forma. 

In altre parole, Pallaoro costruisce una geografia labirintica, in cui si ha la sensazione che i tre personaggi (a pochi è sfuggito il parallelismo (ribaltato) con “The dreamers”), più che relazionarsi tra loro, si alternino, in una danza evasiva, quasi “ballino da soli” per citare ancora Bertolucci. Leo esce e Anne (Alicia Vikander) rientra nell’appartamento, mentre quest’ultima lo guarda (in soggettiva) camminare verso la propria auto. È uno scambio quasi osmotico, che in qualche modo prova a suggerire il tema dell’ambivalenza (o dipendenza) subdola, anzitutto psicologica. 

Ultimo tango a Parigi

Uno dei temi più interessanti di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi poi ne provochino la dipendenza. 

La pellicola parte proprio da qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è sempre stato molto caro. 

Poi, verso la fine, quando sembra che Leo e Anne stiamo per rispondere alle domande di cui dicevamo, [SPOILER] Leo ha un incidente d’auto e resta tetraplegico. Da questo momento in poi, la compostezza tematica del film sembra sbiadirsi, lungo una direzione non ben definita, incomprensibile, rizomatica, come se la nuova condizione di Leo (questa volta sì, ben caratterizzata) volesse evidenziare a tutti i costi le tracce tematiche del film, che in realtà erano già ben distinguibili. È come se la sceneggiatura sia stata ampliata all’ultimo, convinti che servisse qualcosa in più, un colpo di coda, un’ultima eco più forte della prima, che però, purtroppo, sembra stonare rispetto al resto del repertorio e alle musiche di Clément Ducon (quello di “Emilia Perez”). L’ultima sequenza del film sembra seguire la stessa “schizofrenia da epilogo”, e d’improvviso, in zona cesarini, arriviamo alla fantasia erotica a là “Ultimo tango a Parigi, con Anne che lecca il dito/fallo di Leo immobile sul letto (tetraplegico appunto), in un amplesso dal gusto agrodolce, a voler ribadire (ancora!) l’origine forse macabra del suo desiderio e/o amore (?). 

Insomma, sul più bello, a negare la lentezza dei movimenti con cui Anne e Leo provano ad avvicinarsi di nuovo – “sono troppo vicino” chiede lui? (foto sopra) -, “The Echo Chamber” rompe i pezzi dell’appartamento arredato con dovizia fiamminga, si svuota, e porta alla mente la famosa frase (anch’essa un po’ macabra) di Capote sul finire i libri – che è come portare un bambino in cortile e sparargli. Ecco, il bambino è ancora lì, ed è un peccato.

09/09/2026

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Produzione
  Rai Cinema, Indigo Film, Versus Production
Sceneggiatura
Bernardo Bertolucci, Ludovica Rampoldi, Ilaria Bernardini
Fotografia
Diego García
Scenografie
Gaspare De Pascali
Montaggio
Paola Freddi
Musiche
Clément Ducol
Look Back
Look Back

VENEZIA 83 - Alle prese con il manga cult di Fujimoto Tatsuki "Look Back" Kore-eda Hirokazu opta per un adattamento fedele e una regia minimale che aiutano a espandere la componente coming of age del fumetto, traendone un altro significativo capitolo del suo cinema sulla crescita

Woman Unknown
Woman Unknown

VENEZIA 83 - May el-Toukhy, unica regista donna in concorso, racconta con estremo rigore nordico il dopoguerra danese e gli effetti del trauma storico sui corpi delle donne. Non rimane nessuna speranza

Primetime
Primetime

VENEZIA 83 - Esordio di finzione dell'apprezzato documentarista Lance Oppenheim, "Primetime" si distingue per la sarabanda di tecniche e trovate stilistiche, le quali si rivelano alla lunga però l'unico elemento convincente di un'opera confusa e impulsiva quanto il suo protagonista

Wild Horse Nine
Wild Horse Nine

VENEZIA 83 - McDonagh torna alla Mostra dopo il successo de "Gli spiriti dell'Isola", e sembra ancora una volta trovare la formula perfetta per la sua messa in scena tragicomica, tra il golpe cileno del 1973 e i Moai dell'Isola di Pasqua, il tutto condito da un duetto tra John Malkovic e Sam Rockwell a tratti irresistibile

Succederà questa notte
Succederà questa notte

VENEZIA 83 - Nonostante qualche tocco di colore resta un film stanco, che coinvolge solo quando si ritorna agli stilemi che hanno reso Moretti famoso. Per il resto si sguazza nei cliché di un dramma borghese

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine

"The Dog Stars" è un'opera emblematica per inquadrare la figura di Scott come regista, sempre a cavallo tra autorialità e mestiere. Un'opera imperfetta e piena di lacune ma quanto mai vitalistica e piena di speranza

Too Much Sugar
Too Much Sugar

VENEZIA 83 - Presentato nella sezione Orizzonti "Too Much Sugar" offre una visione senza sconti sull'America marginale, ma soprattutto un documentario che diventa terapia per i soggetti, che si fanno autori. E il film è pieno di energia come loro

Mr. Nelson, Did You Kill People?
Mr. Nelson, Did You Kill People?

VENEZIA 83 - Ritorna al Lido, stavolta in concorso, l'habitué Tsukamoto Shinya con un altro (post-)war movie, nonché sua prima produzione internazionale, "Mr. Nelson, Did You Kill People?". Il risultato è sempre di grande efficacia, ma la forza espressiva pare ingabbiata fra le spire del Vietnam movie