Il fattaccio (si fa per dire) in “The Echo Chamber” accade a circa venti minuti dalla fine. Questa è la ragione (non credete al resto) per cui sin dalla prima proiezione a Venezia83 le opinioni sul film di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi), si sono polarizzate – e continueranno a esserlo. L’oggetto del contendere, come avrete intuito, è il finale di “The Echo Chamber”, tra chi l’ha liquidato con “chissenefrega” e ha letto il film incurante del suo epilogo (si può?), e chi invece lo ha ritenuto il sintomo di un impianto narrativo alla lunga inconsistente.
Io ballo da sola/o
Per tre quarti della sua durata, “The Echo Chamber” ha un’impronta raffinata. La fenomenologia bertolucciana si vede a occhio nudo, anche solo considerando i confini del profilmico, chiusi tra il formato claustrofobico (1:1) e i muri dell’appartamento in cui Leo (Luca Marinelli) lavora come produttore musicale e convive con un dolore cronico alla schiena. Sembra di essere nel sottoscala di “Io e te”, oppure prigionieri di un enigma, di una dramma da camera, che poi è quello che vive Leo stesso, vincolato al suo dolore.
Pallaoro organizza una messa in scena elegante, in cui bilancia quasi perfettamente primissimi piani e campi lunghi (sempre costretti tra le stanze dell’appartamento), con l’obiettivo di restituire una controparte formale al tema dell’eco, che nella storia ritorna ciclicamente, ossia qualcosa che lentamente passa dall’essere vicino all’essere lontano. A ciò si legano degli shot lentissimi, che fissano azioni ripetute, quasi estenuanti, che sicuramente mettono alla prova un pubblico disabituato a uno sguardo contemplativo, immobile, estatico. Eppure, anche qui, è abbastanza evidentemente l’idea dell’eco che ritorna, ovvero del dato fisico che si propaga e tuttavia non perde la sua forma.
In altre parole, Pallaoro costruisce una geografia labirintica, in cui si ha la sensazione che i tre personaggi (a pochi è sfuggito il parallelismo (ribaltato) con “The dreamers”), più che relazionarsi tra loro, si alternino, in una danza evasiva, quasi “ballino da soli” per citare ancora Bertolucci. Leo esce e Anne (Alicia Vikander) rientra nell’appartamento, mentre quest’ultima lo guarda (in soggettiva) camminare verso la propria auto. È uno scambio quasi osmotico, che in qualche modo prova a suggerire il tema dell’ambivalenza (o dipendenza) subdola, anzitutto psicologica.

Ultimo tango a Parigi
Uno dei temi più interessanti di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi poi ne provochino la dipendenza.
La pellicola parte proprio da qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è sempre stato molto caro.

Poi, verso la fine, quando sembra che Leo e Anne stiamo per rispondere alle domande di cui dicevamo, [SPOILER] Leo ha un incidente d’auto e resta tetraplegico. Da questo momento in poi, la compostezza tematica del film sembra sbiadirsi, lungo una direzione non ben definita, incomprensibile, rizomatica, come se la nuova condizione di Leo (questa volta sì, ben caratterizzata) volesse evidenziare a tutti i costi le tracce tematiche del film, che in realtà erano già ben distinguibili. È come se la sceneggiatura sia stata ampliata all’ultimo, convinti che servisse qualcosa in più, un colpo di coda, un’ultima eco più forte della prima, che però, purtroppo, sembra stonare rispetto al resto del repertorio e alle musiche di Clément Ducon (quello di “Emilia Perez”). L’ultima sequenza del film sembra seguire la stessa “schizofrenia da epilogo”, e d’improvviso, in zona cesarini, arriviamo alla fantasia erotica a là “Ultimo tango a Parigi, con Anne che lecca il dito/fallo di Leo immobile sul letto (tetraplegico appunto), in un amplesso dal gusto agrodolce, a voler ribadire (ancora!) l’origine forse macabra del suo desiderio e/o amore (?).
Insomma, sul più bello, a negare la lentezza dei movimenti con cui Anne e Leo provano ad avvicinarsi di nuovo – “sono troppo vicino” chiede lui? (foto sopra) -, “The Echo Chamber” rompe i pezzi dell’appartamento arredato con dovizia fiamminga, si svuota, e porta alla mente la famosa frase (anch’essa un po’ macabra) di Capote sul finire i libri – che è come portare un bambino in cortile e sparargli. Ecco, il bambino è ancora lì, ed è un peccato.
09/09/2026