Look Back

Look Back


Hirokazu Kore-eda

Coming Of Age, Drammatico | Giappone
(2026)

Nelle ultime pellicole di Kore-eda Hirokazu il genere ha ricominciato a far capolino: il legal drama in “Il terzo omicidio”, il thriller ne “L’innocenza”, la fantascienza in “Sheep in the Box” e, forse, anche in “Look Back”. Non che l’ultima pellicola del cineasta giapponese, appena presentata in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, possa essere inserita facilmente in un qualche filone fantascientifico, o più in generale fantastico: mancano tutti i parafernalia propri di questi generi, i quali invece erano presenti nel pur realistico “Sheep in the Box”, presentato soli pochi mesi fa a Cannes. No, l’elemento fantastico in “Look Back” è evasivo, impossibile da ridurre a una causa specifica all’interno della storia e a un genere di appartenenza da un punto di vista analitico, in modalità che possono forse ricordare quanto fatto dal regista con “Air Doll”. Molto di ciò ovviamente dipende dall’opera che Kore-eda sta adattando, l’omonimo manga one-shot di Fujimoto Tatsuki, a cui difatti il regista è fedelissimo, limitandosi a dare più spazio alla vita quotidiana delle due protagoniste Kyomoto e Fujino e alla famiglia di quest’ultima, coerentemente con la propria produzione sempre focalizzata sulle relazioni umane e il loro sviluppo all’interno di differenti contesti sociali.

La trasposizione fedele, per certi versi pedissequa, lascia spazio solo a piccoli dettagli che divergono dal manga e che divengono facilmente riconducibili alla poetica del regista e sceneggiatore: l’immagine del volo e il focus sul concetto di migrazione come crescita, il gioco che fanno le bambine per “sentire il mare”, i riferimenti en passant ma coerenti a fenomeni culturali del momento, come programmi televisivi o le opere dello Studio Ghibli. La materia fujimotiana era d’altronde già molto compatibile con la poetica e l’immaginario del cineasta nipponico, la cui predilezione per il coming of age gli ha sicuramente permesso di trasporre con efficacia le sequenze dedicate allo sviluppo dell’amicizia fra la volitiva Fujino e la timida Kyomoto, che paiono a tratti quasi un rispecchiamento femminile di Minato e Yori di “Monster”, che come loro creano una dimensione esclusiva in cui rifugiarsi, cosa che genera una spaccatura fra il duo e il resto della società. Lontano dalle contaminazioni investigative del film del 2023, “Look Back” sfrutta buona parte dei suoi 100 minuti per dare concretezza a questo mondo su misura di Fujino e Kyomoto, riservando ampio spazio anche all’approfondimento delle questioni tecniche riguardo alla realizzazione di manga, ancor più di quanto avveniva nel fumetto di Fujimoto o nel suo primo adattamento, il film d’animazione di Oshiyama Kiyotaka.

Se da una parte è la durata del film a permettere questa espansione del focus dell’opera, avendo a sua disposizione un minutaggio considerevole rispetto ai 58 minuti dell’anime del 2024 o alle 143 ariose pagine del fumetto di Fujimoto, essa è invero coerente con l’attenzione alla dimensione materiale tipica della produzione di Kore-eda Hirokazu, centrale anche nel recente “Sheep in the Box”, in cui l’enfasi sui materiali da costruzione e sulla diversa materialità degli androidi era una delle componenti più interessanti dell’opera. Questa attenzione alla parte più pratica, più tecnica, dell’attività creativa pare quasi riecheggiare l’approccio artigianale al cinema del regista-sceneggiatore-montatore Kore-eda, così come l’adozione di una regia volutamente dimessa, che sembra quasi limitarsi a mettere in scena i quadri disegnati da Fujimoto cinque anni fa, evitando al contempo quasi del tutto i momenti sopra le righe e lo stile eccentrico dell’opera-fonte, invece esasperati dall’adattamento animato del 2024. Solo in una manciata di sequenze, in momenti fondamentali per la maturazione delle protagoniste e per la definizione del rapporto fra di loro, la regia si concede dei ralenti o l’uso enfatico della colonna sonora, rafforzando quindi l’idea che questi attimi siano delle subitanee parentesi nella quotidianità delle protagoniste, semplice, monotona e noiosa come tutte le quotidianità, anche quelle delle artiste.

Il “Look Back” di Kore-eda Hirokazu finisce tangenzialmente per dimostrare la ricchezza delle 143 pagine del one-shot di Fujimoto, del suo tenero e straziante coming of age mutaforma, offrendone un’interpretazione più concreta e ponderata, così diversa da quella esuberante e sfaccettata dell’anime di Oshiyama, eppure simillima, optando spesso per le medesime inquadrature e dialoghi pressocché sovrapponibili. Non stupisce che questa sia la via di Kore-eda all’adattamento live action di un manga, così diversa dallo stile mimetico e sopra le righe per cui optano spesso i cineasti che si trovano a trasporre i fumetti nell’interconnessa industria culturale nipponica. Il regista di Tōkyō sa bene che le riprese dal vivo possono difficilmente rendere con efficacia l’estetica sintetica ed iperbolica della maggior parte dei manga, ma soprattutto ha ben compreso che un adattamento costantemente sopra le righe si sarebbe mal sposato con un’opera dolente come “Look Back”, che è in primo luogo la sentita storia di un’amicizia e di una comunione d’intenti artistica e della(e) sua(e) fine(i), per cui la regia minimalista ed elegante del cineasta giapponese si rivela a dir poco funzionale.

Vi sono ovviamente eccezioni a questo approccio trattenuto alla trasposizione del manga, e la più evidente sta proprio a valle dell’opera, nella sequenza che precede l’epilogo, quella in cui i due tronconi narrativi che compongono la seconda parte del film si saldano nel climax emotivo e narrativo di “Look Back”. Di fronte al sensucht di non poter recuperare un’amicizia così fondamentale, di fronte all’enormità del dolore di Fujino, la realtà in scena stessa tracolla e Kore-eda opta per una sequenza animata per rappresentare la riunione impossibile delle due ragazze, il loro ritorno all’infanzia e la conquista di una libertà sempre agognata, raffigurata dal volo il cui momento è arrivato, così come le oche migratrici volano via una volta giunta la primavera. Tale scelta non può che ricordare al sottoscritto il prefinale di un altro struggente coming of age su un’amicizia femminile perduta (con componenti metalinguistiche[1]), ovvero il colpevolmente sottostimato “One Day, You Will Reach the Sea” di Nakagawa Ryūtarō, al cui termine l’animazione diventava l’unico modo di superare il dolore trasfigurandolo in un piano altro dell’esistenza, e del linguaggio cinematografico.

In quella che può parere una sorta di resa di Kore-eda ai limiti della capacità espressiva del cinema live action si può intravedere ancora una volta l’umiltà con cui il maestro giapponese ha adattato il bruciante one-shot del molto più giovane mangaka. La grandezza di Kore-eda Hirokazu si è spesso vista nel suo sapersi mettere da parte e lasciare che il film si sviluppi armonicamente (da cui la maggiore durata rispetto alle altre versioni), nel suo dare spazio ai suoi giovani interpreti, e in questo caso anche ai suoi giovani colleghi narratori: perché questa volta dovrebbe essere diverso?




[1] L’autore della recensione non può non segnalare che il “passo di lato” di Kore-eda sia rappresentato anche dalla scelta di non provare ad estendere la riflessione metalinguistica che è centrale nel fumetto “Look Back” al medium del cinema, a differenza di quanto fatto da Oshiyama Kiyotaka col suo “Look Back” animato, una decisione che a parere del sottoscritto va a favore della fedeltà all’opera-fonte e all’estetica minimalista per cui ha optato dapprincipio

09/09/2026

Cast e credits

Produzione
K2 Pictures
Sceneggiatura
Hirokazu Kore-eda
Fotografia
Senzo Ueno
Scenografie
Shinsuke Kojima
Montaggio
Hirokazu Kore-eda
Musiche
Yuta Bandoh
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