All Is Lost – Tutto è perduto

All Is Lost – Tutto è perduto


J.C. Chandor

Avventura, Drammatico | Usa
(2013)
Dagli spazi angusti e opprimenti degli uffici di Wall Street del suo precedente (e sottovalutato) “Margin Call“, a quelli sconfinati e selvaggi dell’oceano di questo “All Is Lost”, il cinema del giovane regista J.C. Chandor continua ad essere pervaso dal medesimo senso di tensione. I protagonisti di “Margin Call”, prigionieri di un mondo in cui le leggi morali, economiche e politiche erano sfuggite al loro controllo, non sono poi molto distanti dal Robert Redford di questa pellicola, anch’egli imprigionato in una situazione “estrema”, senza (apparentemente) alcuna via di uscita.

La scommessa di “All Is Lost” sta nel girare un’intera pellicola con un solo personaggio, in scena dalla prima all’ultima sequenza, senza dialoghi, in unità di luogo e tempo (più o meno). Un film-sfida che torna su temi affrontati sin troppe volte dal cinema americano degli ultimi anni, a partire da quello dell’uomo (in questo caso Robert Redford) che lotta per la sopravvivenza in un ambiente a lui ostile. Un esempio su tutti, il recente “Gravity“: se il film di Cuaron puntava tutto su una messa in scena dalla portata formalmente “rivoluzionaria”, risultando però discutibile e programmatico azzardando simbologie grossolane e riflessioni teologiche che lasciano il tempo che trovano, Chandor, anche sceneggiatore, opta invece per una narrazione volutamente scarna e minimalista, in cui lo spettatore non sa nulla sul protagonista, nemmeno il suo nome. Al contrario di altre pellicole similari, come “Vita di Pi“, che verteva su temi altisonanti come la necessità della fede e della ricerca di Dio (qualunque esso sia), in “All Is Lost” non si dà spazio a nessuna riflessione esplicita, nulla sovrasta il racconto. Ne esce così un film tutto “di regia”, dove una vicenda che potrebbe potenzialmente esaurirsi dopo la prima mezz’ora, viene continuamente rilanciata e rinvigorita da una regia in grado di sfruttare al meglio i pochissimi elementi visivi e scenografici.

Ogni piccolo evento che funesta la lotta per la vita del protagonista (che si tratti della ricerca di acqua potabile, il tentativo di riparare il danno alla nave con mezzi di fortuna, cercare di orientarsi in base agli insegnamenti di un vecchio libro di astronomia) è rappresentato con minuzia di particolari, creando un costante effetto di tensione e angoscia.

Ecco allora che il minimalismo della sceneggiatura non appare come un difetto, ma esalta l’identificazione con il malcapitato protagonista: ognuno di noi potrebbe essere quell’uomo, in quella situazione. Tra imponenti tempeste e tentativi, vani, di comunicare con il mondo “esterno”, ne emerge una visione spietata della natura, quasi herzoghiana. E se il protagonista, anche nei momenti più atroci della sua odissea, evita di chiamare in suo aiuto Dio, a uscire vincitore da questa pellicola è unicamente l’essere umano, la sua combattività e voglia di vivere, ad ogni costo. Ovviamente un’operazione di questo tipo non si sarebbe potuta realizzare senza l’apporto di Robert Redford, sostenitore del progetto sin dal principio, e in quest’occasione attore straordinario, che pennella il suo personaggio con la giusta caparbietà e intensità, senza incedere in pietismi di sorta. Sicuramente si prenota per le prossime nomination agli Oscar.

Di lodevole sobrietà e vibrante commozione anche le musiche (mai invadenti) di Alex Ebert, leader degli Edward Sharpe and The Magnetic Zeros.

05/12/2013

Cast e credits

Titolo Originale
All Is Lost
Durata
106'
Sceneggiatura
J.C. Chandor
Fotografia
Frank G. DeMarco, Peter Zuccarini
Scenografie
John P. Goldsmith
Montaggio
Pete Beaudreau
Musiche
Alex Ebert
Costumi
Van Broughton, Ramsey

Trama

Dopo che la sua nave, irreparabilmente danneggiata, si è scontrata con un container sperduto nell'oceano, un uomo dovrà lottare per la sua sopravvivenza
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli