Ne “L’Estranea” la scommessa di Paolo Strippoli è la stessa della protagonista del suo film, quella di far credere a chi li ascolta che la tragica sventura abbattutasi sulla famiglia Colonna dipenda dal patto segreto stretto da una madre, Anna, interpretata dalla sempre più versatile e brava Jasmine Trinca, con la misteriosa sconosciuta che le offre la possibilità di salvare la figlia dall’amputazione della gamba maciullata dai morsi di un cane. Questo perchè “L’estranea” dopo quella premessa non interrompe la sua scia di sangue ma la rilancia all’ennesima potenza per raccontare la spirale (“The Spiral” è anche il titolo scelto per il mercato internazionale) di male e di dolore che da li in avanti caratterizza l’esistenza dei personaggi, tutti in un modo o nell’altro costretti a pagare le conseguenze del peccato originale rappresentato dalla scellerata intesa tra le due donne. Fino alla resa dei conti, quando madre e figlia si ritrovano da sole in un faccia a faccia in cui la favola della famiglia (in)felice lascia il posto al racconto di una verità che nessuna di loro vorrebbe sentire.
Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare le possibilità del cinema di genere spingendosi ancora più in la nella realizzazione di un dispositivo dove i confini tra le varie forme cinematografiche appaiono sempre meno netti e labili al punto di fare de “L’estranea” un lungometraggio di molteplice lettura, un pò come lo è la versione della storia raccontata da Anna ad Alice, dramma borghese a tinte melò e allo stesso tempo film horror con venature psicologiche e atmosfere ricercate tipiche del cosiddetto elevated horror. Questo perchè “L’estranea” preferisce costruire tensione e paura all’interno di un contesto quotidiano che si nutre di pulsioni meschine e ordinarie (l’invidia, la xenofobia, presente anche nella risoluzione finale del confronto tra madre e figlia, l’ambizione e il successo) invece di ricercare la materia dello scandalo nell’evocazione di una cattiveria metafisica. Esemplare in questo senso è la diversità di trattamento riservata alla visione del corpo, sottratto alla nudità con un pudore che però non impedisce a Strippoli di mostrarlo nelle sue trasformazioni più respingenti e che però ne “L’estranea” sono frutto di una logica tutta terrena – l’obesità del fratello di Alice dovuta all’eccessivo consumo alimentare – e non conseguenza della possessione diabolica che ne “La valle dei sorrisi” sfigura i lineamenti del giovane taumaturgo. Una filosofia, quest’ultima, confermata anche dalla caratterizzazione del mistero che attraversa la vicenda, per dipanare il quale non c’è bisogno di interpellare il cielo ma solo, si fa per dire, di decifrare i fantasmi della psiche umana.
Strippoli lo fa costruendo una struttura a vasi comunicanti – con un racconto nel racconto – in cui ciò che vediamo non è la realtà nel suo farsi ma una rilettura a posteriori influenzata dal punto di vista di chi la racconta – Anna – ma anche da quello di chi la riceve – Alice. Così facendo “L’estranea” si fa promotore di un dispositivo che è la quintessenza del cinema basandosi innanzitutto sulla capacità di affabulare/manipolare della Settima arte, che Anna incarna come una sorta di propaggine dello sguardo e della mente del regista, colei al quale Strippoli delega il non facile compito di risultare credibile evitando il rischio di tramutare la concatenazione di disgrazie in una versione nostrana della saga di “Final Destination”. In ciò il regista dimostra di saper maneggiare i fondamentali del linguaggio cinematografico: poiché “L’estranea” è tanto un film scritto mediante il montaggio, organizzato com’è su diversi livelli temporali e di percezione, quanto di suoni, con la pista sonora creata apposta per far restituire allo spettatore l’alterazione mentale dei personaggi e dunque per generare il conflitto tra ragione e follia da cui scaturiscono le inquietudini della pellicola. Con la differenza coloristica, i grigi e in neri del presente a fare da contraltare ai bianchi che caratterizzano la parte iniziale del racconto di Anna, chiamata in causa per disegnare il paesaggio morale ed emotivo della storia diviso in egual misura da innocenza e senso di colpa.
In concorso all’83° Mostra del Cinema di Venezia “L’estranea” risulta più convincente nel particolare che nel suo insieme e quindi maggiormente nella capacità di creare immagini suggestive che nel far quadrare i conti di ciò che mette in scena. Soprattutto quando si tratta di far sì che la cerebralità della confezione non tolga pathos alla temperatura del melodramma. Questo anche per merito di un cast di assoluto livello in cui si distinguono Jasmine Trinca, sempre più fautrice di una femminilità complessa e non pacificata, e Valeria Bruni Tedeschi, luciferina quanto basta per incarnare gli spettri del film.
10/10/2026