Una responsabilità che “Lucky” sembra assumersi con una consapevolezza che è pari alle qualità messe in mostra nel corso della visione. I pregi di “Lucky” infatti non riguardano solamente il talento di Stanton, sulla cui maschera sembrano albergare i segreti di mille vite cosi come sul mestiere dei tanti caratteristi che hanno l’opportunità di lavorare con lui, dei quali vale la pena citare Tom Skerrit, compartecipe di un memorabile scambio di battute, e David Lynch, perfetto nelle vesti di un personaggio che sembra uscito da uno dei suoi film. Sorretto da una sceneggiatura che di fatto è una summa del pensiero e di eventi appartenenti alla biografia dell’attore, “Lucky” riesce nel miracolo di tradurre la filosofia di vita del suo mattatore in una struttura narrativa in grado di rispondere alle caratteristiche che sono proprie del cinema, e quindi, di costruire una progressione coerente di eventi tenuti insieme dal fatto di costituire le tappe del viaggio esistenziale del protagonista; ma non basta, perché John Carroll Lynch, attore dai mille volti, qui per la prima volta in cabina di regia, organizza un dispositivo che si muove su un doppio binario: quello propriamente narrativo, volto a raccontare il personaggio della sua storia e l’universo che gli ruota attorno, e un secondo, in cui la trama sembra quasi un pretesto per offrire a Stanton l’opportunità di un one man show in cui l’attore attraverso i paradossi e l’eccentricità di Lucky sembra ripercorrere i tanti personaggi interpretati nel corso della sua lunga militanza (oltre 250 film). La bravura di Carroll Lynch, dunque non si ferma a ciò che meglio conosce, e dunque a una direzione degli attori tenuta a debita distanza dai manierismi hollywoodiani, ma si dimostra all’altezza della situazione sia quando si tratta di lavorare d’astrazione su un paesaggio destinato a diventare un luogo dell’anima – quella del protagonista – sia quando, sul piano drammaturgico, c’è da mettere in relazione la figura del cowboy stanco ma indomito, con il richiamo a un mondo come quello del cinema western – ancora glorioso ma nei fatti, sorpassato – che Lucky, stivali e stetson sempre calzati e la sigaretta a pendergli dalla bocca, incarna nell’unico modo che oggi sembra possibile. In anticipo sugli Oscar della prossima stagione “Lucky” qui a Locarno si candida per il premio al migliore attore e alla migliore regia.
07/08/2017