Moon

Moon


Duncan Jones

Fantascienza | Uk
(2009)

“Moon”, esordio nel lungometraggio di Duncan Jones (figlio di David Bowie) è la conferma (assieme al recente, ma meno riuscito, “District 9“) che il genere fantascientifico è ancora in grado di uscire dalle secche in cui effetti visivi invadenti e ferree regole commerciali parevano averlo relegato. Attenzione, trattasi di fantascienza intimista ed “esistenziale”, in cui le limitazioni di budget (circa cinque milioni di dollari) diventano “essenziali” alla riuscita dell’insieme. Come “District 9”, “Moon” parte da basi “riciclate” e assolutamente non originali. La solitudine di un astronauta, da tre anni “prigioniero” in una deserta stazione sulla luna (la celeberrima “dark side”, da cui non è possibile osservare la terra), la cui missione è supervisionare la raccolta di una risorsa fondamentale per dare energia alla terra. Unica compagnia, quella di un robot sin troppo pedante, Gerty (a cui nella versione originale presta la voce Kevin Spacey), e sempre presente il lancinante desiderio di riabbracciare la moglie e la piccola figlia, rimaste sul pianeta. Poi, improvvise visioni, misteri che qualcuno vuole mantenere celati, un violento incidente e, dopo il risveglio, la scoperta di un individuo senza nome all’interno di un abitacolo all’esterno della stazione.

 

Parte come “Solaris” (le visioni, causate dalla presunta schizofrenia del protagonista, o forse reali?), con reminescenze di “2001: Odissea nello spazio” (il robot consenziente), e continua tra echi di “Blade Runner” e “The Island” (l’avidità delle multinazionali, il rapporto con sé stessi e con l’altro).

Modelli alti insomma, tuttavia Jones non si incarta in sterili patetismi new age come Soderbergh alle prese con il remake di Tarkovsky, ma con grande onestà intellettuale ambisce a girare “solo” un solido film di “genere”, che travalichi però i confini del prodotto fine a sé stesso, per poter parlare anche d’altro (come hanno fatto negli ultimi anni anche “The Mist” o “The Prestige“). Tra i set asettici e la musica ipnotica di Clint Mansell, il film di Jones è sospeso in un’atmosfera onirica e straniante, in cui lo spettatore è continuamente portato a chiedersi se tutto non sia solo un delirio del protagonista.

 

Lo stretto legame tra elementi connaturati al genere fantascientifico e un umanesimo mai invadente, sicuramente debitore del lavoro del trio Abrams-Lindelof-Lieber per “Lost”, conferisce al genere sci-fi un’insolita concretezza e ambiguità, lasciando le porte aperte a tante possibili riflessioni: il rapporto tra uomo e immagine ingannatrice (i video “manipolati” della moglie mandati in loop), il doppio (tema affrontato nel già citato “The Prestige”, e qui rinvigorito dall’immensa performance di Sam Rockwell), i limiti etici della manipolazione genetica. Senza sacrificare però nulla allo spettacolo, teso, robusto e inquietante come capita di rado di vedere al cinema. Siamo pronti a scommettere che Duncan Jones farà molta strada.

04/12/2009

Cast e credits

Titolo Originale
Moon
Distribuzione
Sony Pictures
Durata
97'
Sceneggiatura
Duncan Jones, Nathan Parker
Fotografia
Gary Shaw
Scenografie
Tony Noble
Montaggio
Nicolas Gaster
Musiche
Clint Mansell
Costumi
Jane Petrie

Trama

L'odissea dell'astronauta Sam Bell, che dopo tre anni in una solitaria stazione sulla luna inizia a porsi più di un interrogativo sulla propria presenza in quel luogo
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