Mother Mary

Mother Mary


David Lowery

Horror, Musical, Thriller Psicologico | Germania, Usa
(2026)

Nella filmografia schizoide del talentuoso David Lowery, che alterna bizzarri e personalissimi passion project a prodotti commerciali graditi alle Major, questo “Mother Mary” si offre come una sintesi dei due impulsi – purtroppo non particolarmente risolta. La trama racconta il duetto, talvolta il duello, tra la pop star in crisi d’identità Mother Mary (Anne Hathaway) e la fashion designer Sam (Michaela Coel), che dopo un periodo di intensa collaborazione e amicizia non si parlano da dieci anni. Il nuovo vestito dovrà non soltanto immortalare il ritorno sulle scene di Mother Mary, ma anche esorcizzare uno spettro che tormenta la nostra eroina, e che si manifesta come un drappo di tessuto rosso. 

Gli ingredienti del cinema di Lowery sono quelli familiari. Come al solito non è la sceneggiatura a sostenere il film, ma un’architettura suggestiva e sinestetica che lavora su luci, colori, simboli e suoni. Cominciamo allora dalla colonna sonora synth-pop composta per l’occasione da Daniel Hart, con canzoni di Antonoff, FKA twigs e Charlie XCX, cantate da Anne Hathaway. Le atmosfere combinano sonorità dark e orchestrali nel tentativo di evocare quel sentimento di fervore dionisiaco ed estasi pseudo-religiosa che caratterizza le performance di molte pop star contemporanee. Taylor Swift e Lady Gaga sono gli ovvi riferimenti, anche se il più calzante, data la commistione di iconografia cattolica e profani scosciamenti, è sicuramente Madonna, ma anche la pop star spagnola Rosalìa (ultimamente, un profilo simile ce l’ha anche la nostra Annalisa).

La cinematografia iperreale del duo Palermo-Yang accentua le superfici levigate, brillanti, in una regia che si articola soprattutto alternando primi piani e campi su sfondo scuro o in penombra, con il soggetto inquadrato e illuminato al centro. Gran parte della storia si svolge in un vecchio fienile ristrutturato dove vive e lavora Sam, un ambiente che sembra sfidare il concetto di tempo, ma anche quello di fama. La fotografia comunque è tutt’altro che rustica. L’estetica levigata da fashion magazine ricorda “The Neon Demon”, con un femminismo ancora più radicale dato che qui il cast è interamente al femminile. La celebrazione delle superfici richiama anche “Il filo nascosto“, altro film giocato sulla potenza allegorica di forme, tessuti, inserti, e ossessioni creative.

Quest’ultimo punto, che è il cuore tematico di “Mother Mary”, rimanda anche a livello cromatico al capolavoro di Powell-Pressburger “Scarpette rosse”, tratto da una fiaba di Andersen. Nella fiaba, le scarpette rosse trasformano una ragazza in una ballerina eccezionale, che però non riesce più a smettere di danzare, posseduta da una forza demoniaca, o per rimanere in tema, spettrale. Anche qui lo spettro è un elemento del vestiario, anche qui possiede e svuota l’identità della protagonista, e anche qui è di colore rosso. L’uso audace del colore è un terzo elemento che figura con prepotenza nel cinema sinestetico di Lowery, basta riguardare lo splendido “The Green Knight“.

Come “Scarpette rosse”, “Mother Mary” è un film sull’ossessione che tormenta ogni artista come uno spettro, determinando la sua identità nel momento in cui gliela sottrae, possedendola, vampirizzandola: “dove vanno i fantasmi quando non si ha più bisogno di loro?” È difficile non leggerlo retrospettivamente come una fantasia dello stesso Lowery sulla propria identità artistica, che come accade per ogni regista, si manifesta soltanto sulla superficie bidimensionale di uno schermo attraverso una particolare configurazione di lunghezze d’onda – vale a dire, come uno spettro (ottico). La creazione è dunque una forma di possessione, come suggerisce la sequenza di danza che Hathaway performa senza musica, senza dubbio ispirata alla celebratissima sequenza del “Suspiria” di Guadagnino. Il drappo rosso funge allora da Spirito Santo (o satanico) nella ideale trinità che lega Sam, sacerdotessa della materia, al divino incarnato da Mother Mary.

Alla lunga, proprio il flusso metaforico di questa retorica pseudo-religiosa, che celebra il culto della stardom e la santità dell’artista, diventa un pantano dal quale il film non riesce più a sollevarsi. Una metafora dovrebbe sollevare la storia, portarla altrove (metaforai, in greco, sono i mezzi di trasporto); qui invece i dialoghi prolissi e altisonanti la fanno affondare, tanto che lo stesso autore percepisce a tratti il bisogno di prenderne le distanze ironicamente – “Queste metafore sono estenuanti”, dice a un certo punto la protagonista. Hathaway, sorprendente come performer sia nella danza che nel canto, non convince però nella parte introspettiva di un’artista tormentata, e ricorda troppo spesso un coniglio bagnato. Coel sfodera al contrario un’interpretazione sibillina, inquietante, che turba e seduce assai più del lenzuolo rosso che dovrebbe costituire l’epicentro grafico e orrorifico di “Mother Mary”.

Alla fine, Lowery delude anche nella visualità fervida per cui si è fatto amare nei film precedenti. Il gioco fine a se stesso di colori e chiaroscuri abbaglia ma non coinvolge, è un lenzuolo gettato sopra un ectoplasma. Sotto i suoi ricami pretenziosi, il récit si riduce a una storiella di pentimento e redenzione che vìola la prima e unica regola del pop – mai prendersi troppo sul serio. 

19/05/2026

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