Once We Were Us

Once We Were Us


Kim Do-young

Drammatico, Romantico | Corea del Sud
(2025)

Ti prendo un cappuccino oppure vuoi la spremuta?

Tre chili di frutta in un sacco di iuta

Insieme siamo stati felici a nostra insaputa

Piazzale degli Eroi – Tutti Fenomeni

 

Se la ventisettesima edizione del Far East Film Festival di Udine aveva avuto come suo “rappresentante” coreano romantico il leggero ma piacevole “Love in the Big City”, diretto dalla regista E.oni, la ventottesima trova la sua controparte in “Once We Were Us”, diretto dalla connazionale Kim Do-young. È interessante notare come, però, la differenza sostanziale tra le due pellicole sia che, laddove “Love in the Big City” è solamente tratto da un romanzo omonimo, “Once We Were Us” rappresenta un vero e proprio remake, in salsa coreana, del lungometraggio cinese “Us and Them”, diretto nel 2018 da Rene Liu.

Nonostante Kim Do-young si prenda delle libertà di trama che deviano dalle coordinate seguite dalla sua collega di Taiwan, quindi, i binari entro cui si muove “Once We Were Us” sono in parte già stati tracciati sette anni prima della sua produzione, il che contribuisce a dotare quest’ultimo di un impianto solido sul quale sorreggere la sua storia.

“Love in the Big City”, poi, per quanto lodevole nel suo intento di voler sensibilizzare su temi come l’emancipazione femminile e l’omosessualità in uno stato storicamente molto conservatore a riguardo, ovvero la Corea del Sud, soffriva di una narrazione a tratti troppo patinata e “pop” per risultare veramente incisivo nei suoi messaggi – aspetto che a sua volta eredita dal suo macro-genere di appartenenza e cioè la commedia romantica. In altre parole, pagava la sua maggiore libertà di registro narrativo con lo scotto di risultare in certi frangenti poco verosimile e molto stucchevole nel raccontare la storia dei suoi due protagonisti.

“Once We Were Us”, da questo punto di vista, appiana gli eccessi uniformando lo spettro drammatico, e in ciò consiste il più grande valore del film. La parabola della sua coppia di personaggi principali, solo amici inizialmente, ma che nel corso della vicenda diventano qualcosa in più, ha il pregio di risultare estremamente verosimile. Complice la delicatezza con la quale Kim Do-young dirige i due attori Koo Kyo-hwan e Mun Ka-young, le vicende che riguardano i personaggi da loro interpretati sono prive di eccessivi risvolti tragici, trappola nella quale le commedie romantiche si ritrovano ogni tanto a cadere.

Non avendo “Once We Were Us” alcuna necessità ulteriore rispetto a quella di voler riflettere sulla fine della relazione romantica dei suoi protagonisti e, per estensione, far riflettere il proprio pubblico sulla fine delle loro relazioni passate, la pellicola non fa soffrire (troppo) i personaggi e si concentra (quasi) solo sull’indagarne appieno il rapporto. Ciò si traduce nella capacità di sviluppare nel modo corretto la storia di Eun-ho e Jeong-won, non accelerando le tempistiche e le fasi che una relazione profonda richiede per poter fiorire completamente, ma senza per questo risultare in alcun modo noiosa e/o banale.

Si prenda ad esempio il motivo per il quale l’idillio tra i due innamorati comincia a incrinarsi, ovvero la difficoltà a gestire le necessità di coppia con quelle del conseguimento della propria, singola, realizzazione personale. Il tema dell’autoaffermazione in “Once We Were Us” viene affiancato a quello del sentimento reciproco che i due giovani provano l’uno per l’altro, ed è l’occasione, per la regista Kim Do-young, di affrontare la problematica dell’opprimente cultura competitiva che caratterizza la situazione lavorativa e d’istruzione del suo paese. L’equilibrio nella relazione amorosa tra Eun e Jeong si spezza, infatti, proprio quando ai due sono richiesti enormi sforzi per poter conciliare le inclinazioni e le attitudini personali con le pressioni sociali e di coppia che lo stare insieme, inevitabilmente, richiede.

In un dialogo emblematico Eun chiede a Jeong, se possibile, di non uscire insieme a lui indossando la divisa di commessa del negozio per il quale lavora, dal momento che farlo significherebbe ammettere davanti agli occhi degli altri che ella è costretta a lavorare per mantenersi e che lo stipendio del suo compagno non è sufficiente ad arrivare a fine mese per entrambi. In un contesto come quello coreano, per Eun questo è percepito come un vero e proprio fallimento.

L’affitto comincia a costare troppo, quindi, e se trasferirsi non basta bisogna accettare lavori che non piacciono pur di sbarcare il lunario, tarpando le ali alle proprie ambizioni di carriera e/o artistiche e accumulando frustrazione e senso di inadeguatezza nei confronti dell’altra metà della coppia. Si comincia, così, a stare insieme per inerzia e abitudine, dando per scontato che l’altro ci sarà sempre e comunque qualsiasi comportamento si attui nei suoi confronti. Ma le relazioni sane devono essere coltivate quotidianamente se non si vuole che appassiscano, ed è questa la lezione che Eun e Jeong si ritrovano a imparare loro malgrado.

Una volta lasciatisi, con alle spalle meno aspettative, i due possono finalmente essere liberi di seguire la propria strada senza necessariamente sacrificarsi e lasciare che sia l’altro a fiorire al posto loro. Perché anche in questo sta il valore della sceneggiatura di “Once We Were Us”, ovvero nella capacità di tratteggiare la fine di una relazione pur non rappresentando quest’ultima come eccessivamente problematica. Sia Eun che Jeong vogliono il meglio per la controparte, più di una volta nel corso della pellicola si esortano vicendevolmente a credere nei propri sogni perché, forse, da soli non sembrano in grado di farlo. Serve la rottura della coppia per dare loro quella wake-up call necessaria a credere finalmente in sé stessi e trovare il coraggio per compiere scelte radicali nella loro vita.

Passando velocemente invece al lato tecnico di “Once We Were Us”, e non a quello prettamente relativo alla trama, da un punto di vista fotografico è apprezzabile la volontà di girare le parti ambientate nel presente in bianco e nero e quelle ambientate nel passato a colori. Al netto del telefonato finale nel quale, sciolti i nodi del non-detto rimasti irrisolti dopo la brusca separazione dei protagonisti, ritornano i colori anche nel presente, l’alternanza tra i due risulta efficace (anche se didascalica) per rimarcare la sensazione struggente di memorie perdute che il titolo stesso del film vuole sottolineare.

In conclusione, Kim Do-young dirige un lungometraggio solido, capace di raccontare la fine di un amore con spiccata sensibilità femminile (anche le due sceneggiatrici della pellicola, Yeum Moon-kyoung e Kim Ha-na, sono infatti due donne) senza risultare melenso o stereotipato. Forse non aggiunge nulla di particolarmente nuovo al suo genere di appartenenza, ma presentato in un festival come il FEFF, dedicato esplicitamente al cinema popolare asiatico, è perfettamente in grado di regalare ai suoi spettatori emozioni autentiche. Cosa di per sé già abbastanza rilevante.

06/05/2026

Ultime recensioni