Orion e il Buio

Orion e il Buio


Sean Charmatz

Animazione, Coming Of Age, Commedia, Fantastico | Usa
(2024)

Neanche il tempo di iniziare e “Orion e il Buio” assume subito la forma del tortuoso flusso di coscienza del suo eponimo protagonista, un undicenne estremamente ansioso e riflessivo, in maniera molto simile a quanto avveniva già nel primo film Dreamworks, l’iconico “Z la formica” con Woody Allen. D’altra parte il film un attimo dopo opta per uno stile figurativo stilizzato, da libro illustrato, per presentare le numerose ossessioni e paure del personaggio principale, riecheggiando l’incipit di un’altra pietra d’angolo della produzione Dreamworks, ovviamente “Shrek”, col libro delle fiabe destinato a divenire carta igienica per l’orco protagonista. A un primo sguardo queste allusioni potrebbero essere semplicemente solo mere citazioni di alcune delle opere più importanti della storia della propria casa di produzione, e un modo per un regista esordiente come Sean Charmatz di inserirsi con convinzione all’interno di certe tradizioni narrative e rappresentative, e andrebbe bene così (fig. 1). Tuttavia, “Orion e il Buio” è anche un film scritto da Charlie Kaufman e quindi questi dispositivi metalinguistici divengono presto il tramite per introdurre la sovrapposizione di codici visivi e di piani narrativi, così come il tema della narrazione come atto di (auto)cura, che sono il cuore dell’ultimo (sic, penultimo, visto che nel frattempo è già uscito “Kung Fu Panda 4”) film Dreamworks.

Terza collaborazione con Netflix, ma la prima per quanto riguarda una proprietà intellettuale nuova, “Orion e il Buio” si inserisce in maniera apparentemente perfetta all’interno del modus operandi recente della casa di produzione statunitense, ormai bipartito fra la produzione incessante di adattamenti su diversi media delle opere più celebri dell’azienda e l’uscita di sporadiche pellicole autonome, spesso basate su romanzi o fumetti. Non stupisce particolarmente che a questo punto siano state poche le pellicole Dreamworks a distinguersi negli ultimi anni per qualità artistica, con la principale eccezione de “Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio”, il cui stile visivo eclettico, in cui la computer grafica vuole echeggiare l’animazione tradizionale, è d’altronde stato ripreso in “Orion e il Buio” e ben inserito all’interno della sua stratificazione stilistica e tematica. Non si arriva ovviamente all’ibridismo estetico di film come “I Mitchell contro le macchine” o “Across the Spider-Verse” ma sarebbe anche pretestuoso aspettarselo dall’adattamento del libro per bambini “Orion and the Dark” di Emma Yarlett, in cui l’eterogeneità stilistica è secondaria rispetto alla stratificazione narrativa.


Fig. 1: la complesse matrici di “Orion e il Buio”, tra opere-fonte e citazioni

Una parziale eccezione a ciò è il modo in cui lo stile del libro di Yarlett viene ricodificato per rendere il mondo interiore di Orion con uno stile che riecheggia quello dei libri illustrati, finendo così per risignificare l’estetica dell’opera-fonte all’interno del suo adattamento narrativamente e stilisticamente diverso (fig. 1). Infatti, ciò che innova in primo luogo l’opera della scrittrice e illustratrice gallese è la scelta di trasformare il viaggio di uno specifico bambino per superare le proprie paure, viaggio che da metaforico si fa concreto ricorrendo alla personificazione del Buio temuto dal protagonista, nella narrazione di vari viaggi, più o meno simbolici, verso il superamento delle proprie paure, in cui sono le abilità di narrazione e concettualizzazione a permettere la prosecuzione (e forse la fine) del viaggio. “Orion and the Dark” inizia difatti come un prevedibile coming of age dal tono fantastico à la classica maniera Dreamworks, con gli usuali meccanismi narrativi da buddy movie e la solita torma di comprimari ognuno con precisa una funzione nella trama, ma presto la fisarmonica narrativa si apre e quel che ne deriva è una mise en abyme di storie che tre generazioni di bambini si raccontano per superare le proprie paure.

Racconti che si innestano l’uno nell’altro, con anche cambiamenti di genere e tono, mentre le storie dei raccontatori, i meta-racconti che sostengono la trama fantastica principale, si giustappongono senza mai compenetrarsi ma trasformandosi invece in un’inaspettata saga famigliare che funge da contesto al racconto della quête di Orion, e poi di Hypatia, e poi di Tycho, per salvare il Buio e restaurare il ciclo giorno-notte (e salvare il mondo, ça va sans dire) (fig. 2). La cornice narrativa, quella che in “Shrek” era solo accennata e poi ridotta velocemente a carta da bagno, si trasforma perciò, grazie all’autore di “Synecdoche, New York” e “Sto pensando di finirla qui” (fig. 1), in una dramedy famigliare, ovviamente ipercitazionista, che permette di riflettere sul valore formativo e ancor più terapeutico delle storie e, ancor più, del raccontare come atto e come capacità specificatamente umana. Non è un caso che la paura del buio diventi sempre più contestualizzata e meno irrazionale con l’avanzare delle generazioni, per (forse) risolversi quando il giovane Tycho riesce a venire a capo delle complicazioni narrative che le generazioni prima di lui non erano riuscite ad armonizzare.


Fig. 2: “Orion e il buio” come opera metalinguistica sulle narrazioni e la loro diversità

Con questo progresso, come accennato in precedenza, anche la storia principale muta, passando dal buddy movie favolistico e onirico raccontato da Orion, per certi versi non così dissimile da alcuni esponenti della produzione Pixar recente, alla missione di salvataggio fantasy e post-apocalittica che narra Hypatia fino ad arrivare al racconto di Tycho, fantascientifico ed pieno d’azione (fig. 2). Come accennato in precedenza, una piccola critica che si può fare a Sean Charmatz, che per il resto gestisce abilmente questa continua mise en abyme di generi, toni e piani narrativi, è di non aver caratterizzato maggiormente dal punto di vista visivo i diversi momenti della storia principale, similmente a come all’inizio la realtà interiore e quella esteriore di Orion erano rese con stili rappresentativi ben diversi. Ma si può sospettare che si tratti dell’ennesimo artificio stilistico concordato con Kaufman, per far sì che in questo coming of age generazionale mascherato da buddy movie fantastico, sia proprio la (non a caso strumentale) storia fantastica nella storia a distinguersi di meno. Dal momento che “Orion e il Buio” è un racconto sulle storie che diventano sempre più complesse, e la rilevanza di questa complessità, e sulla loro importanza per la guarigione e la crescita personale e di chi ci sta attorno non è forse così assurdo pensarlo.

20/03/2024

Cast e credits

Titolo Originale
Orion and the Dark
Distribuzione
Netflix
Durata
93'
Produzione
DreamWorks Animation
Sceneggiatura
Charlie Kaufman
Scenografie
Timothy Lamb
Montaggio
Kevin Sukho Lee
Musiche
Kevin Lax, Robert Lydecker
Costumi
Christine Bian

Trama

L'undicenne Orion è un ragazzo ansioso ed eccessivamente riflessivo, terrorizzato da una valanga di cose, in primis dal buio. Nella prima notte del weekend che precede una gita di classe che lui ha fatto di tutto per evitare salvo poi ripensarci Orion incontra però la personificazione del Buio, il quale, tormentato dalle continue lamentele del ragazzo, decide di convincerlo della bontà e importanza dell'oscurità. Questa diventa però la storia che Orion adulto sta raccontando alla figlia Hypatia per spingerla a superare la sua paura del buio. E come diceva Corrado, "e non finisce qui".
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