Duse

Duse


Pietro Marcello

Biografico, Drammatico | Francia, Italia
(2025)

C’è sempre un rischio quando si decide di raccontare la vita di una figura monumentale: quello di trasformarla in immagine sacra, da contemplare più che da interrogare. “Duse”, il nuovo film di Pietro Marcello, si colloca esattamente in questo spazio ambiguo. L’intenzione dichiarata è di ritrarre gli ultimi anni di Eleonora Duse, ma il risultato si avvicina più a un’agiografia che a un biopic, più a un esercizio di venerazione che a una ricerca di verità.

La scelta di concentrarsi sugli anni tra il 1917 e il 1923 offriva terreno fertile: la Duse che torna sulle scene dopo il lungo silenzio, segnata dalla malattia, dall’età, da un’Italia attraversata dalla guerra e dall’ombra crescente del fascismo. Una donna che avrebbe potuto essere raccontata nella sua fragilità, nelle sue contraddizioni, nel suo oscillare continuo tra gloria e fatica, amore e solitudine. Invece Marcello imbocca la strada della contemplazione reverente. La sua Duse è martire elegante, madre sofferente, artista eterea: un corpo che cammina lentamente, che sussurra con voce flebile, che piange con compostezza. Un’immagine di devozione, che diventa però monotona.

Valeria Bruni Tedeschi interpreta la protagonista con intensità, ma la sua prova appare sbilanciata. Ogni gesto è amplificato, ogni sguardo è carico di un pathos smodato, ogni lacrima è ripetuta fino a diventare prevedibile. La Duse del film non sorprende mai: è fissata in una posa di fragilità perpetua che, invece di commuovere, finisce per stancare. L’intenzione di restituire la grandezza e la vulnerabilità dell’attrice si traduce in una figura esasperata, più statua drammatica che donna viva.

Il mondo che la circonda soffre della stessa impostazione. La compagnia teatrale è resa attraverso personaggi eccessivi, macchinosi, quasi caricaturali. Invece di trasmettere la vitalità, il caos e le tensioni di un collettivo umano, i comprimari sembrano intrappolati in una farsa, privi di credibilità. Anche i luoghi del teatro – i corridoi, i camerini, il fruscio dei costumi, i passi sul legno delle assi – pur ricostruiti con minuzia, non vibrano mai di vita. Restano scenografie suggestive, belle da contemplare, ma senza il respiro autentico di un ambiente attraversato da passioni, rivalità, entusiasmi e paure.

La relazione con la figlia Enrichetta, interpretata da Noémie Merlant, avrebbe potuto dare profondità al racconto. Il legame tra madre e figlia, segnato dalla distanza e dalle difficoltà, conteneva già in sé conflitto e verità. La dimensione della Duse madre resta una parentesi solo accennata e proprio per questo ancora più frustrante. Questo legame avrebbe potuto aprire squarci di grande interesse: i battibecchi, le incomprensioni, la distanza emotiva raccontano una relazione fragile, segnata da tensioni e nodi irrisolti. Eppure il film dedica a tutto ciò pochissimo spazio, quasi temendo di scalfire l’immagine sacrale della protagonista. A fare da contraltare, c’è il legame con la sua Desiree – interpretata da Fanni Wrochna -, molto più lineare e rassicurante: un rapporto di sostegno e di fedeltà che però finisce per appiattire la complessità del quadro familiare. Il risultato è una contrapposizione accennata ma mai davvero approfondita, che priva la narrazione di una delle sue possibili profondità emotive. Ne deriva una rappresentazione convenzionale, in cui il ruolo di Enrichetta diventa più decorativo che realmente narrativo.

Marcello sembra voler costruire un ritratto che tende al simbolo: la Duse come una Vergine Maria laica, colei che tutto illumina e tutto redime. Un’immagine potente, ma che semplifica e impoverisce. È l’idea della santa più che quella della donna, un’icona costruita con cura estetica ma privata di ambiguità. La pietà domina il racconto, sostituendosi alle contraddizioni che avrebbero potuto renderlo vivo. Ciò che resta è una trita santificazione, dove l’eccesso di riverenza diventa un freno alla narrazione.

Eppure Marcello sa costruire immagini di grande bellezza. I palcoscenici vuoti, i lampioni che tremano nella notte, i costumi d’epoca catturati in inquadrature delicate restituiscono un tempo sospeso, fatto di polvere, di attesa, di memoria che sfugge. La regia è attenta, raffinata, elegante: ogni inquadratura è composta con una precisione pittorica che testimonia la sensibilità visiva del regista. Ma proprio questa perfezione formale rischia di diventare un ostacolo. L’occhio si compiace della bellezza delle immagini, ma il cuore resta distante. La cura estetica, invece di aprire alla vita, costruisce una barriera che separa lo spettatore dall’umanità della protagonista.

Alla fine, tutto quello che ci è dato è solo un’ombra nobile, elegante, sempre in posa: ciò che manca è la vita vera, l’imprevedibilità, l’errore. In questo scarto tra intenzione e risultato, tra estetica e sostanza, si consuma il limite del film. Il rimpianto resta: la Duse, donna di carne e contraddizioni, merita un racconto che restituisca la sua complessità, la sua imprevedibilità, non una versione levigata e mitizzata che conforta più di quanto interroghi. L’intensità esasperata, la pietà eccessiva, la santificazione banale della protagonista lasciano il film più vicino a un omaggio stilizzato che a un biopic memorabile. Rimane l’immagine di una santa del palcoscenico, ma si perde la vitalità della donna che osò consumarsi sul palco e nella vita. Ed è proprio questo il rimpianto più grande.

22/09/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Duse
Distribuzione
Palomar – a Mediawan Company; Avventurosa; Rai Cinema; PiperFilm; in co-produzione con Ad Vitam Film
Durata
122'
Produzione
PiperFilm (Italia)
Sceneggiatura
Pietro Marcello, Letizia Russo, Guido Silei
Fotografia
Marco Graziaplena
Scenografie
Gaspare De Pascali
Montaggio
Fabrizio Federico, Cristiano Travaglio
Musiche
Marco Messina, Sacha Ricci, Fabrizio Elvetico
Costumi
Ursula Patzak

Trama

Duse segue gli ultimi anni di vita di Eleonora Duse, attrice leggendaria del teatro italiano. Ambientato fra gli anni della Prima guerra mondiale e l’ascesa del fascismo, il film la ritrae mentre affronta difficoltà economiche, problemi di salute, relazioni personali complicate, ma anche un profondo desiderio di tornare a calcare il palcoscenico. Non è un ritorno nostalgico, ma un gesto necessario di verità e resistenza. Eleonora sente che, nonostante tutto, deve riaffermare la propria arte, la propria indipendenza, in un mondo che cambia e che spesso cerca di cancellare le voci come la sua.
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