Il giustiziere della notte

Il giustiziere della notte


Eli Roth

Azione, Thriller | Usa
(2018)
Palesemente Eli Roth è affascinato da situazioni e figure paradossali, difatti presenti in tutte le sue opere e riflettentisi in una propensione per l’ossimoro e l’assurdo che spesso gli è correlato (ma nei suoi film quasi mai esplicitato). Si pensi ai giovani al centro di “The Green Inferno”, ai loro comportamenti e motivazioni, o all’utilizzo fatto dal regista della di lui consorte nei panni della final girl, la cui pretestuosa innocenza (non solo morale) veniva poi rovesciata dal ruolo di seducente manipolatrice svolto dalla medesima attrice in “Knock Knock“, così come agli scarti narrativi che abbondano nelle pellicole del regista americano e spesso transitano il film dai quotidiani e prevedibili binari iniziali ai (non proprio) inattesi e in ogni caso più truculenti sviluppi. Se tuttavia vi è uno strumento privilegiato per evidenziare e concretizzare quest’apparente contraddittorietà che anima personaggi e svolgimenti esso è il montaggio alternato, creante connessioni chiare fra soggetti superficialmente molto distanti e al contempo sottolineante l’entità di queste divergenze.

Non sorprende più di tanto che quindi al cuore (più o meno anche cronologico) di “Death Wish” si trovi una montage sequence che esplicita, grazie anche ad una tamarrissima comparsata di “Back in Black“, la natura ormai spaccata a metà del non più mite protagonista del film e la sua trasformazione in giustiziere tramite una compresenza di montaggio alternato delle sue varie attività e split screen, rendendo, se si vuole, in modo incontrovertibilmente netto la sua frammentazione identitaria. Frammentazione che invece non è utilizzabile per connotare il film, così come la marmorea interpretazione di Bruce Willis, in virtù della sua indiscutibile coesione, al netto delle svolte narrative e del modo grossolano con cui la sceneggiatura di Joe Carnahan le accompagna. Si può difficilmente negare a Roth di aver difatti sviluppato nel corso di quasi due decenni dietro la macchina da presa un certo talento, o perlomeno mestiere, nel dirigere puri film di genere, non di rado offrenti guizzi registici non disprezzabili e di chiara efficacia intrattenitiva.

Laddove sono quindi l’interpretazione del non più re degli action hollywoodiani e la regia dell’ex, presupposto, enfant terrible della Mecca del Cinema a sollevare “Il giustiziere della notte” dalla sua mediocrità, sono sempre queste due componenti ad allontanare la pellicola dall’originale del 1974 e quindi a enfatizzarne le differenze. Non che in questo ci sia nulla di male, appunto. La cupa e quasi parodicamente criminosa New York si muta in una Chicago che, nonostante gli inseguimenti, le panoramiche aeree e le sequenze ambientate nei quartieri più malfamati, non riesce a connotarsi come città autenticamente decadente, sottolineando ulteriormente l’origine in primo luogo privata dell’intevento del giustiziere, mentre il non più così iconico (e difatti a tratti volutamente buffonesco) attore americano agisce il vendicativo ma mai veramente schiavo della sua “missione” medico Kersey, nettamente distante dal quasi inumano (soprattutto nel finale) punisher di Charles Bronson, più supereroistico di quanto sia il suo affine dell’era dei cinecomic.

Tolto ciò, “Death Wish” si pone come un corrispettivo pienamente contemporaneo (e infatti riprese, device e opinioni abbondano) del film di Michael Winner, meno netto e radicale nel motivare la furia del suo eroe, così come più omogeneo e pulito sotto il punto di vista visivo e narrativo: una pellicola pacificata, in sintesi. Ciò che difatti esplicita la pretestuosità delle critiche che hanno travolto all’uscita il film negli Stati Uniti, accusato di avere una prospettiva perlomeno discutibile sul sempreverde dibattito riguardo alla reperibilità delle armi e di sostenere una visione ancora troppo “patriarcale” (sic) del nucleo famigliare, è la sua esibita (post)modernità, contenutistica e intellettuale prima ancora che stilistica a questo giro. Il film del ’74, al netto della rappresentazione preterumana del protagonista, non dimenticava di sottolineare la criticabilità della presa di posizione di questi, anche nel celebre e criticato finale ambiguo, mentre “Il giustiziere della notte” targato Eli Roth legittima l’agire del dottor Kersey grazie al prevedibile pathos dei momenti drammatici e soprattutto al controllo che il vendicatore mantiene sulla sua caccia, un’attività che in fondo non gli appartiene, come fanno intuire il finale e il fatto che qui non vi sia alcuna motivazione preesistente per la sua tendenza alla violenza.

Ciononostante non si cada nella trappola mediatica (la stessa che muove una prevedibile quanto vasta apologia alle azioni dell’eroe nella pellicola) di vedere una morale “fascista” (ri-sic) in “Death Wish”, in quanto l’astoricità della pellicola di Roth, così legata al proprio presente e così disinteressata a parlarne, la medesima astoricità che ha permesso ad alcuni di usare quel termine per definirla, è frutto solamente di una scelta estetica. Fin da “Cabin Fever” il cinema del regista americano si è mosso all’interno di un preciso orizzonte, lo stesso da cui è partito, seguito da molti altri, il mentore Tarantino, quello di un cinema autoreferenziale e fondato sul continuo riprendere e, eventualmente, aggiornare quanto apprezzato nella propria crescita cinefila, mantenendo, come in ogni amore immaturo che si rispetti, ciò a cui si tiene nello stato in cui lo si è amato. Si può parlare di “registi bambini” ma Eli Roth ha dimostrato un crescente controllo tutt’altro che puerile sulle sue storie, arrivando fino alla parodia stessa del cinema di genere engagé con “The Green Inferno“, apice del suo percorso attraverso i sottogeneri del b-movie anni 70, dallo slasher e l’exotico fino al cannibal movie e all’home invasion. Non vi è altra motivazione se non il gusto, puramente estetico, per il paradosso dietro la scelta di fare dell’architetto di Bronson un medico giustiziere, un ossimoro tanto efficace quanto superficiale, similmente allo sconveniente (in apparenza) e iperviolento eppure innocuo divertissement di cui è protagonista. Chiedere di più a Roth significherebbe fargli violenza.

09/03/2018

Cast e credits

Titolo Originale
Death Wish
Distribuzione
Eagle Pictures
Durata
107'
Produzione
Annapurna Pictures, Metro-Goldwyn-Mayer
Sceneggiatura
Joe Carnahan
Fotografia
Rogier Stoffers
Scenografie
Paul Kirby
Montaggio
Mark Goldblatt, Yvonne Valdez
Musiche
Ludwig Göransson

Trama

Mite e benestante il chirurgo Paul Kersey si gode gli agi della sua posizione in una Chicago in preda alla violenza assieme alla moglie Lucy e alla figlia Jordan sul punto di partire per il college. Mentre si trova a lavoro per un'emergenza una banda di rapinatori penetra in casa sua nel corso della notte e aggredisce le due donne: la moglie muore e la figlia rimane in coma. Sconvolto dal dolore, impossibilitato a dormire e colpito dalla lentezza della polizia il vendicativo medico decide infine di armarsi contro la criminalità che infesta la città.
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