dramedy | Germania/Francia/Norvegia/Danimarca/Afganistan (2026)
Ragionare sul perché gli organizzatori di un dato festival optino per una certa pellicola per introdurre la propria kermesse è un esercizio che rischia facilmente di apparire sterile, ma che può nondimeno rivelarsi fruttuoso in alcune occasioni. Riflettere su cosa possa aver spinto a selezionare la coproduzione internazionale "No Good Men" come film d'apertura della settantaseiesima edizione della Berlinale è per chi scrive un esempio del secondo tipo: l'opera terza dell'apprezzata regista afghana di stanza in Germania Shahrbanoo Sadat non colpisce difatti per la qualità della messa in scena, né per lo smisurato productive value che talvolta spinge gli organizzatori di festival (di solito non a Berlino, va detto) a selezionare un blockbuster come pellicola d'apertura. L'unica cosa smisurata in "No Good Men", pellicola tanto semplice nella forma quanto compatta nel racconto, è difatti la lista dei paesi coinvolti nella produzione, che va dalla patria d'adozione di Sadat, ovvero la Germania, fino ad arrivare al suo paese d'origine, l'Afghanistan, passando per Francia, Danimarca e Norvegia.
Tale sforzo internazionale si rivela in parte ben motivato quando a un'occhiata più attenta ci si rende conto che, nonostante siano afghani tutti i personaggi principali, così come le lingue in cui parlano (principalmente dari e pashtu, con sporadici accenni di inglese), il film è stato girato principalmente in Germania, come a volte risulta forse anche troppo evidente nei momenti in cui scorci paesaggistici fanno capolino nei rari campi lunghi della pellicola (che a volte sono però caratterizzati da un notevole sforzo mimetico). "No Good Men" può essere considerato a questo punto come una pellicola intrinsecamente europea da un punto di vista produttivo, ma anche da quello tematico ed estetico, un'opera perciò confezionata in primo luogo per un pubblico occidentale, come si evince anche dalla presenza del solo titolo internazionale in lingua inglese. Il rischio, evidente proprio già da questo, che il film si dimostrasse solo un pamphlet contro la misoginia intrinseca della società afghana, e in secondo luogo contro lo spietato regime talebano che ha esasperato questa componente, era quindi dietro l'angolo, ma anche da questo punto di vista "No Good Men" si rivela interessante per come evita (parzialmente) di finire in questa trappola a rischio orientalismo.
Il film di Shahrbanoo Sadat, terza parte di una presunta serie di cinque pellicole basate sui ricordi dell'attore afghano Anwar Hashimi (qui co-protagonista maschile) e della regista, opta difatti per il registro della commedia per mostrare le difficoltà della protagonista Naru, unica camerawoman in un ambiente lavorativo, quello della televisione afghana, fortemente maschilista. Imprigionata fra un matrimonio che l'ha delusa e che porta avanti solo per assicurarsi di poter stare vicina al figlio Liam e la realizzazione di soli programmi tv per donne, Naru accumula offese e derisioni, cui risponde sempre con sagacia, dando il via alle numerose schermaglie verbali che alimentano soprattutto la prima metà della pellicola. Che la commedia fosse il genere d'elezione di "No Good Men", pellicola ambientata a ridosso del ritiro statunitense dall'Afghanistan, lo si poteva intuire d'altronde fin dall'incipit che accompagna immagini floreali a colori acidi e sonorità elettroniche arabeggianti (siamo quasi dalle parti di "The Substance"). Il secondo rischio in cui incappa quindi il film di Sadat è divenire un altro tipo di cartolina orientalista, non il dramma sui pericoli di vivere in una società aliena, sicuramente arretrata, ma la commedia pop che si barcamena fra siparietti comici e momenti emotivi per portare avanti una rappresentazione comunque affine del paese da cui la regista è fuggita.
Questo secondo rischio concettuale (se così si può definire) in cui "No Good Men" incappa non si può infatti ritenere evitato con eguale efficacia, ma le sue conseguenze sulla riuscita complessiva del film vengono paradossalmente ridimensionate proprio dalla scelta di Sadat di optare per un ritorno graduale nei territori del dramma. Passando per le parentesi sentimentali che caratterizzano lo sviluppo della relazione fra Naru, interpretata dalla regista, e il veterano della rete tv Qodrat, interpretato invece da Hashimi, il film comincia ad abbandonare il reame della commedia col passare del tempo, mentre il precario equilibrio nella vita di Naru inizia a spezzarsi e allo stesso modo fa il delicato equilibrio politico che permetteva la sopravvivenza del regime filostatunitense. In questo frangente aumentano le sequenze provenienti dall'Afghanistan, innesti di matrice televisiva che preparano l'immissione della storia con la esse maiuscola nel racconto, costringendo infine la commedia pop della prima metà di "No Good Men" a farsi da parte una volta per tutte.
A quel punto l'avventuroso 2021 della coraggiosa camerawoman Naru si trasforma nella tragedia di un paese di nuovo sotto controllo talebano e ne consegue che nell'ultima parte del film i momenti comici si fanno talmente rarefatti da risultati impercettibili, o viceversa stranianti da quanto paiono ora fuori luogo. Se nella prima metà del film anche temi molto sentiti come la violenza domestica in una società fortemente patriarcale e l'influenza di questa sull'evoluzione personale assumevano forme umoristiche, l'ultima sezione di "No Good Men" recupera di ciò che si è visto prima solo la sottotrama romantica per garantire almeno alla protagonista e al figlio una sorta di lieto fine. Un lieto fine che comunque è strettamente individuale, come ribadiscono i primi e primissimi piani che abbondano negli ultimi minuti della pellicola, confermando l'approccio individualista, così occidentale, della pellicola di Shahrbanoo Sadat. La quale non manca peraltro di dimostrare l'assunto del film presente fin dal titolo che "non ci sono uomini buoni in Afghanistan" eliminando l'unico plausibile candidato che ci è stato mostrato. Ma forse "c'è ancora domani" per invalidare quest'assunto, per citare un'altra dramedy "storica" femminista, pop e retorica.
cast:
Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah, Torkan Omari
regia:
Shahrbanoo Sadat
durata:
103'
produzione:
Adomeit Film, La Fabrica Nocturna Cinéma, Motlys AS / Novemberfilm, Amerikafilm, Wolf Pictures
sceneggiatura:
Shahrbanoo Sadat
fotografia:
Virginie Surdej
scenografie:
Pegah Ghalambor
montaggio:
Alexandra Strauss
costumi:
Pola Kardum
musiche:
Harpreet Bansal, Therese Aune, Kristian Eidnes