Paranormal Activity 3

Paranormal Activity 3


Henry Joost, Ariel Schulman

Horror | Usa
(2011)

Se nel lontano, ma non troppo, 1999 la strega di Blair attraverso un’intelligente operazione cinematografica e filmica aveva saputo coniugare le necessità del low budget con quelle di una produzione di un horror di qualità riuscendo, così, a raggiungere il mainstream e divenendo inaspettatamente film campione d’incassi in giro per il mondo era, allora, inevitabile che sulla sua scorta sarebbe nata una lunga serie di figli spurii. Così è, infatti, stato fino al nuovo fenomeno di “Paranormal Activity” che a fronte d’un budget di 15.000 dollari era riuscito a portare in cassa quasi 200 milioni cercando di replicare nelle sue linee fondamentali l’alchimia di “The Blair Witch Project“: camera amatoriale, montaggio per intervalla insaniae, eventi sovrannaturali che fanno capolino di tanto in tanto, ma non poi così spesso, in un accumulo della tensione che si insinua nelle attese. Rispetto al predecessore sono due le differenze fondamentali: mentre nell’inseguimento della strega di Blair la macchina da presa sempre a mano generava un effetto ondivago nel film sulle attività paranormali delle camere fisse in HD congelavano gli ambienti domestici, mentre nel film del 1999 erano gli spazi aperti la scena in cui il terrore si impossessava dei protagonisti in quello del 2009 tra le mura casalinghe si insinuava l’inaspettato. Il confronto è impietoso e lascia “Paranormal Activity” al palo, legato dalla sua stessa mediocrità.

Ma il successo, avendo spesso ben poco a che vedere coi meriti dell’opera, spinse alla produzione di un seguito ed ecco che nel 2010 venne alla luce “Paranormal Activity 2”: stavolta con un budget più ricco, ma sempre modesto di 3 milioni servito a riportarne a casa 177 e confermando quello che è il miglior pregio di questa saga, ovvero il moltiplicare esponenzialmente gli investimenti (cosa non da poco affatto, soprattutto se paragonato a “Cowboys & Aliens” che scarica 163 milioni giù per il cesso). Se il primo dei due film con la direzione del allora esordiente Oren Peli, al di là dei molti difetti nella scrittura, nella caratterizzazione dei personaggi e nella stessa regia, riusciva a mantenere alta la tensione quasi per l’intera durata della pellicola in un’amplificazione ben strutturata fino alla conclusione spielberghiana, il secondo capitolo perdeva, invece, completamente di mordente principalmente per colpa di un’architettura del crescendo estremamente geometrica che non lasciava grande spazio all’inaspettato e andando ad illuminare gli angoli oscuri del primo non concedeva nulla all’indefinito, all’ambiguo, a quel condizionale di cui l’orrore si nutre voracemente. “Paranormal Activity 2” era un evitabilissimo prequel.

A passo di gambero procede la saga e con il terzo episodio della serie sulle attività paranormali si va ancora più addietro nel tempo. E si va ancora più in basso. E il brutto viene fissato in nuove forme e immagini nell’esibire un campionario quanto mai desueto di imbarazzanti stratagemmi per far sobbalzare lo spettatore dalla poltrona. “Paranormal Activity 3”, basato sulla raffinata concezione dell’orrore che consiste nell’uscire fuori con un improvviso “BU!” ed il ripetere ciò ogni cinque minuti fino alla fine della pellicola, con un salto temporale ci conduce nel 1988 all’origine di tutti gli avvenimenti dei due precedenti film: le due sorelle sono ora bambine, ma la loro infanzia non è certo rosea. Fondamentalmente questo terzo episodio riprende tutti gli espedienti delle precedenti pellicole e ancora ed ancora ripropone lampadari che si muovono, rumori che provengono dalle mura, scricchiolii e porte che si chiudono da sole. Ancora ed ancora una volta. Ancora riprese da telecamere quasi sempre fisse. Ancora alla ricerca del facile brivido da vendere ad un pubblico dozzinale quanto la pellicola stessa. A dozzine e dozzine, infatti, il pubblico si riversa in sala e nel solo weekend d’apertura il film incassa 80 milioni sonanti a dispetto di un budget di 5: non era certo questa la lezione di Piero Manzoni, ma similmente all’artista “Paranormal Activity 3” vende merda a peso d’oro.

Non che manchino momenti di tensione o trovate meritevoli d’apprezzamento – la cinepresa/ventilatore su tutte -, ma nel complesso questo film si fa gradire troppo poco continuando a replicare autoreferenzialmente se stesso, come altri brutti horror di questo 2011 (si vedano, o meglio si evitino di vedere, i pessimi esempi di “Scream 4” e “Final Destination 5“), buttando nel calderone risposte alle domande che pone senza la necessaria forza e convinzione.

26/10/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Paranormal Activity 3
Durata
85'
Produzione
Jason Blum, Oren Peli, Steven Schneider
Sceneggiatura
Oren Peli, Christopher B. Landon
Fotografia
Magdalena Gorka
Scenografie
Jennifer Spence
Montaggio
Gregory Plotkin
Costumi
Leah Butler

Trama

1988, le sorelle Katie e Kristi sono bambine, ma devono vedersela con le attività paranormali che ruotano attorno a loro.
Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi