Un condannato a morte è fuggito

Un condannato a morte è fuggito


Robert Bresson

Drammatico | Francia
(1956)

Cette histoire est véritable.

Je la donne comme elle est, sans ornement.

Robert Bresson

Prima che le musiche di Mozart invadano l’orecchio dello spettatore, prima che inizino a scorrere i titoli di testa, Rober Bresson impone in calce le sue intenzioni sullo sfondo della costruzione carceraria di Montluc che chiuderà per gran parte della durata del film il protagonista. “Un condannato a morte è fuggito” (sottotitolo: “Le vent souffle où il veut”) si apre dunque con una dichiarazione di castità: ci accingiamo a vedere una storia realmente accaduta, che verrà narrata senza ornamenti. All’interno della pellicola, però, l’esperienza del tenente Fontaine ha un legame solo di circostanza con la Storia, tenuta fuori dalle mura del carcere. Esperienze, come quella della guerra e della prigionia, sono state per altro vissute direttamente da Bresson, il quale non può non averle riversate dentro il film, che si tramuta ben presto in una metafora sulla condizione esistenziale del prigioniero.

Il tenente Fontaine è un prigioniero ancora prima di entrate a Montluc: già nelle prime scene del film il suo campo visivo è ristretto a quello che può vedere dalla macchina della polizia. Nell’incipit l’autore immerge l’occhio dello spettatore nella realtà vissuta dal protagonista che, ammanettato, si trova dentro l’abitacolo di una volante della polizia che lo sta scortando in prigione. Improvvisamente intuiamo che il punto di vista della macchina da presa coincide con quello del protagonista, che vede lo spiraglio di una possibile fuga; la attua con felina audacia, ma il nostro occhio rimane fermo dentro la vettura, privati del movimento, della possibile catarsi che difatti non avviene. L’illuminante sequenza iniziale rappresenta  perfettamente la meta(fisica) del cinema bressoniano: un cinema della soggettività alla ricerca della libertà o della liberazione (morale, fisica, sociale). Nel caso della sequenza citata il punto di vista non poteva che rimanere ancorato dentro l’automobile, poiché la libertà era ancora lontana. Perché solo dalla cella Fontaine potrà riscattarsi, solo il peso della condanna a morte potrà innescare dentro il giovane tenente tutti i meccanismi che portano all’autoconservazione di sé. E Bresson segue l’ascesi dell’uomo in una sorta di processo di espiazione (centrale anche nel successivo “Pickpocket”) segnata dall’ossessione per l’esterno: Fontaine si muove negli spazi angusti della cella e nei corridoi del carcere, ma il suo sguardo tenta sempre di volare fuori. Matura un piano di fuga e vi si applica con meticolosa dedizione per la sua riuscita. Dalla cella Bresson fa partire un prison-movie dell’anima: seguendo il piano del detenuto che lentamente scardina la porta della cella, il regista va a frantumare il dècoupage: teoria e prassi filmica coincidono. Le inquadrature si susseguono scomposte con un montaggio fatto di primi, primissimi piani e dettagli, la crescente frenesia del protagonista diventa la nostra frenesia, che viviamo e scaviamo a fianco del protagonista. A completamento della sua sinfonia, Bresson  tesse un tappeto sonoro fatto di rumori duri, graffianti, metallici, che rende la realtà della cella ancor più cupa e claustrofobica.

Senza nessuna forzatura o sbavatura espressiva, l’autore francese costruisce così un nucleo esasperato di tensione emotiva, di suspense: solo la certezza che il condannato a morte ritorni libero, che la fuga riesca potrà estinguerla. Ciò avviene tramite la lunga sequenza finale, silenziosa come l’espletazione di una liturgia, dove la regia di Bresson libra fluida verso l’alto: Fontaine (insieme al suo compare di fuga) raggiunge l’agognato obiettivo e, svincolato dalle pareti del carcere, si fa risucchiare dall’esterno e i personaggi si dissolvono nella nebbia che addensa lo schermo, mentre nel sottofondo depurato dai rumori cresce potente la “Messa in Do Minore” di Mozart.

Il regista tanto amato dai “turchi” dei Cahiers du Cinema col suo quinto lungometraggio realizza il manifesto assoluto della propria poetica. Col suo stile scarno e rigoroso l’autore francese non si piega mai a una ripresa dei fatti documentarista, ma usa il “cinematografo” per ri-toccare la realtà. Non solo “Un condannato a morte è fuggito” ha costituito quasi un genere a sé stante – basti pensare al Jacques Becker de “Il buco” (Le trou, 1960), vicinissimo a  “Un Condamnè à Mort s’est Echappè” per l’uso del sonoro e per l’ostinazione nella ricerca della libertà, e all’americanissimo “Fuga da Alcatraz” (Escape from Alcatraz, 1979) in cui Don Siegel cita praticamente la sequenza finale del capolavoro bressoniano – ma è un’opera capitale per lo sviluppo di alcuni procedimenti di montaggio tanto cari alla Nouvelle Vague e al cinema successivo.

Di questo si accorse anche un critico ben più acuto di chi scrive: Per me “Un condamné à mort s’est échappé” è non soltanto il più bel film di Robert Bresson, ma anche il film francese più significativo degli ultimi anni. (Prima di scrivere questa frase, ho avuto cura di scrivere su un foglio i titoli di tutti il film che Renoir, Ophüls, Cocteau, Tati, Gance, Astruc, Becker, Clouzot, Clément e Clair hanno realizzato dopo il 1946). Mi rammarico di aver scritto proprio qui, qualche mese fa: “Le teorie di Bresson non cessano d’essere avvincenti, ma sono così personali che non si addicono che a lui solo. L’esistenza in futuro di una “scuola Bresson” farebbe tremare gli osservatori più ottimisti. Una concezione a tal punto teorica, matematica, musicale e soprattutto ascetica del cinema non potrebbe generare una tendenza”. Devo oggi rinnegare queste due frasi perché “Un condamné à mort s’est échappé” mi sembra polverizzare un certo numero di idee che presiedevano alla costruzione di un film, dallo stadio della stesura della sceneggiatura fino a quello della messa in scena e della direzione degli attori.

In molti film d’oggi si trova quello che si chiama un “pezzo di bravura”. Questo significa che il regista è stato bravo, ha cercato di superare se stesso durante le riprese di una scena o due del suo film. A questo proposito, “Un condamné à mort”, film dell’ostinazione, sull’ostinazione, realizzato da un oriundo dell’Auvergne, è il primo film di una bravura integrale. – François Truffaut da “I film della mia vita”.

Con “Un condannato a morte è fuggito” Robert Bresson  forgia una grande lezione di tensione etica senza ammorbare lo spettatore di retorica e psicologismi, ma appoggiandosi solo alla forza emotiva della sinfonia del cinema.

30/12/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Un Condamnè à Mort s'est Echappè
Distribuzione
Gaumont
Durata
98'
Produzione
Alain Poiré; Jean Thuillier
Sceneggiatura
Robert Bresson (dalle memorie di Andrè Devigny)
Fotografia
Léonce-Henri Burel
Montaggio
Raymond Lamy
Musiche
“Messa In Do Minore” di Wolfgang Amadues Mozart

Trama

Lione 1943. Il tenente Fontaine, uomo della Resistenza, è catturato dai Nazisti. Mentre lo portano nel carcere di Montluc, tenta la fuga, ma viene preso, torturato e messo in isolamento. I ritmi della vita del carcere si succedono meccanicamente, ma la sua idea fissa resta la fuga che preparerà minuziosamente, con lentezza e meticolosità...

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli