They

They


Anahita Ghazvinizadeh

Drammatico | Qatar, Usa
(2017)
At evening something behind me.

I start for a second, I blench,

or staggeringly halt and burn.

I do not know my age.

In the Morning it is different.

An open book confronts me,

too close to read in comfort.

Tell me how old I am.

And the the valley staff

impenetrable mists

like cotton in my ears.

I do not know my age.

E. Bishop

J ha un corpo di un ragazzino, ma non sa se è un maschio o una femmina, allora con una cura ferma lo sviluppo degli ormoni che lo porterebbero ad avere un corpo esclusivamente maschile per potersi capire e prendere una decisione. Il percorso che compie è seguito da un ospedale, e J ha l’appoggio della famiglia, i genitori che però sono momentaneamente da un’altra parte e la sorella, sempre in viaggio per progetti artistici sullo sradicamento, che invece torna a casa per starle vicina. J si fa chiamare They, Loro, come a dare sostanza alla molteplicità interna, a tutto quello che lo abita. Perché Loro non sanno se sono maschi o femmina, se sono omosessuali o etero. Un nuovo archetipo di genere per il cinema.

Ma “They” non è un film sul genere, non è un film sulla sessualità “They”, è un film sulla complessità. Una complessità di pensiero, che nello specifico è impersonato da J; tutto quello che ha intorno riverbera il suo stato d’animo, è simbolo, metafora in accumulo. E in parallelo c’è un mondo aggrovigliato e vivo, fatto di perenni passaggi, cambiamenti: gli iraniani Farsi (che però parlano di Kurdistan), il matrimonio (che è per ottenere i documenti americani), i genitori assenti (che però accudiscono una zia malata), la zia allontanata (che però ha dimenticato la strada per tornare a casa). E un buco nel muro, trapasso fra due luoghi. Come se ogni elemento del film fosse un tassello di un mosaico.

Anahita Ghazvinizadeh dimostra una padronanza del mezzo cinematografico da veterana, specie nel costruire infinite immagini che delineano lo stato d’animo di J. J spesse volte è ripreso fuori fuoco, oppure il suo corpo è di fronte a uno specchio, oppure oscurato, dietro ai vetri di una finestra, all’interno della serra ripreso con dei campi e controcampi. Dove il dentro e il fuori di nuovo danno l’idea di stratificazione continua. La Ghazvinizadeh, iraniana di Tehran (dedica il suo film ad Abbas Kiarostami del quale seguì un workshop), ha avuto la fortuna di incontrare sul suo percorso artistico Jane Campion che qui compare come produttrice. I due grandi registi citati fanno da faro in effetti a “They”, il primo per alcune scelte di messa in scena, come la stessa Ghazvinizadeh sostiene: “Mainstream cinema is about cutting to the character’s close up to feel the character emotionally. He [Kiarostami] never does that. It feels that, emotionally, the people in his films are impenetrable, and it was important for me to find that in his films. The way that I’m showing emotions in my films, my camera does not want to go inside”*. La seconda la si riconosce sicuramente nella delicatezza affrontata con sano realismo.

Tornando al film, “They” si presenta come film piccolo, come tanti ce ne sono in giro, specie nei circuiti festivalieri, ma è in realtà un errore intenderlo come tale. Non è al minimalismo che punta la regista, ma anzi paradossalmente raggiunge l’obiettivo di trattare i cosiddetti massimi sistemi, giocando fra la sintesi formale e argomenti così complessi. Cercando di dare ad ogni singolo aspetto un peso, in modo che l’equilibrio sia rispettato. E allora ci si avvicina con amore ai gesti quotidiani di J, e alla sua compostezza. Al mondo che lo circonda (per una volta non si parla di bullismo o di violenza, qui sono in gioco cose più “alte”) che lo tratta con rispetto e lo guarda incuriosito. Ci perdiamo nei lavori quotidiani nella serra (di nuovo, piante che vengono trapiantate, vasi che si rompono), del gatto che va e viene, delle poesie imparate a memoria. Tutto ciò che è rappresentato nel film va visto come fossero i cerchi concentrici che increspano l’acqua di un lago in cui s’è lanciato un sasso: c’è un centro e tutto quello che si allontana deriva da quel punto. J ha un corpo di ragazzino, ma un universo infinito nella testa.

 
 
* “Il cinema mainstream si preoccupa di usare i close up sul personaggio per farlo sentire emotivamente vicino. Kiarostami non lo fa mai. Si sente che, emotivamente, nei suoi film i personaggi sono impenetrabili, e quella è una cosa importante da vedere nei suoi film. Il modo in cui mostro le emozioni nei miei film è simile, la mia camera non vuol entrare dentro” [trad. dell’autore]

02/12/2017

Cast e credits

Distribuzione
Lab 80
Durata
80'
Produzione
Mass Ornament Films
Sceneggiatura
Anahita Ghazvinizadeh
Fotografia
Carolina Costa
Scenografie
Yong Ok Lee
Montaggio
Anahita Ghazvinizadeh, Dean Gonzalez
Musiche
Vincent Villioz
Costumi
Robin Lee

Trama

J ha un corpo di un ragazzino, ma non sa se è un maschio o una femmina, allora con una cura ferma lo sviluppo degli ormoni per poter prendere una decisione.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli