Tre ciotole

Tre ciotole


Isabel Coixet

Drammatico | Italia, Spagna
(2024)

Tra la malattia, per esempio, di Alzheimer e una neoplasia incurabile (un tumore) c’è forse una differenza un po’ meno conosciuta, che non riguarda strettamente il piano medico. La prima, a differenza della seconda, è (generalmente) considerata una malattia anosognosica – il paziente, cioè, non sa di essere malato. In termini psicologici, non è una questione di poco conto: è come se nel primo caso vivessimo una vita “normale”, perché la malattia non ci dà il tempo di prepararci alla fine, alla morte, che resta “improvvisa”; nel secondo caso, invece, la diagnosi della malattia costringe, in un modo o nell’altro, a tradurre il tempo del quotidiano in “tempo che resta”.  

Ecco, in questa intercapedine c’è forse anche il tema centrale di “Tre ciotole” di Michela Murgia, ora (liberamente) adattato per il cinema dalla regista spagnola Isabel Coixet, che amplia la sua personalissima filmografia-geografia emotiva iniziata soprattutto con il successo di “La mia vita senza di te”. “Questo nuovo lavoro, tanto quanto il romanzo da cui è tratto, più che la fenomenologia della malattia o della morte, si ferma leggermente prima, e intesse uno studio della fine, del “senso (consapevole) di una fine” – che per citare l’omonimo romanzo di Julian Barnes, è forse l’unico modo che abbiamo “per avvicinarsi al senso delle cose”. La storia inizia proprio da uno di questi doppi confronti che Marta (Alba Rohrwacher) ha con la fine: con la rottura da Antonio (Elio Germano), con la diagnosi di un tumore al quarto stadio.

La vita matrimoniale dei pesci rossi

Lo sceneggiato di Coixet segue la lettura contradditoria che Murgia ha più volte dato di “Tre ciotole”, ossia che tutto nel romanzo “è autobiografico e niente è autobiografico”. La scelta di ridurre questa discrasia, ambiguità (che forse depotenziava il romanzo in termini narratologici) ha permesso alla regista spagnola di tradurre il ritmo urgente in una diegesi unica, tanto implacabile quanto contemplativa. Per parafrase il citatissimo passaggio di quello che forse resta il romanzo più bello di Murgia – “Accabadora” (Einaudi, 2009) – il film prova a interpretare l’anatomia di una fine non come distacco, ma come restituzione, intesa cioè come un riavvicinamento paradossale, fisicamente impossibile.

La dimensione di quest’idea è forse nella sequenza più visivamente riuscita del film, in cui Antonio – tornato da Marta per sapere come sta – dopo averle confessato che la ama, l’abbraccia con veemenza, tanto da piegarle le ginocchia, in un quadro dalle geometrie distorte, oblique (foto in basso), prima che la macchina da presa fotografi a mezz’aria il campo lungo dell’isola tiberina, e sia Marta sia Antonio diventino un punto indistinguibile nell’inquadratura. In termini formali, diremmo che il movimento della camera non è subordinato a quello dei personaggi, del profilmico: Marta e Antonio, in scena, li vediamo per caso, epifenomeno della rappresentazione.

 

 

La lotta, la battaglia, in particolare, fa da controcampo a quella che, fin dall’inizio, è stata riconosciuta come una delle intuizioni più belle del romanzo, ovvero la decostruzione lessicale riguardo il tema della malattia (che echeggia tanto da Simon De Beauvoir quanto da Susan Sontag). “Il tumore non è qualcosa contro cui combattere, non c’è nessuna guerra. Perché il tumore non è qualcosa che ho, ma qualcosa che sono” dichiarava spesso Murgia. Ebbene nel film, la guerra è fisica, ma sempre altera, sentimentale se pensiamo all’amor cortese, cioè verso l’altro, come nella sequenza dell’abbraccio, o quelle delle molte analessi, in cui grazie ad Antonio ripercorriamo la genesi della storia dei due protagonisti. La struttura sembra quasi opposta a quella di “Past Lives“: in “Tre ciotole” è come se la malattia rompesse la fantasticheria e il fascino del controfattuale, e lentamente offuscasse persino il ritmo del flashback che in “Ricordi?” avrebbe risposto alla domanda che Marta si pone dopo la rottura, ovvero “dov’è finito tutto quell’amore”.

Insomma, nel film, la transizione lessicale diventa fisica: non è più il tumore a dover essere combattuto, ma è il rapporto con l’altro che implica, sempre e comunque, uno spostamento del con-fine, tra i due poli del racconto come scriveva Cechov, “io e te”. Il riferimento sembra a quello dei personaggi animali del fortunatissimo racconto di Guadalupe Nettel “La vita matrimoniale dei pesci rossi” (In “Bestiario sentimentale” (La nuova frontiera, 2018)), in cui la scrittrice messicana imposta un parallelismo tra le relazioni umane e quelle, appunto, dei pesci rossi, in cui addirittura pare si arrivi spesso alla morte del partner tanto sono violente. In “Tre ciotole”, questa fisicità è nella scelta di Marta di muovere lo spazio, cioè di spostare i confini: interni (con cartonato della popstar dei BTS) ed esterni (il vomito). Torniamo allora alla scena dell’abbraccio: il confine si inclina lungo la direzione di chi, per un secondo, ha trovato il perché di una fine, e la linea infatti diventa un punto.

Dieci capodanni

È, probabilmente, una mera coincidenza, eppure sembra fatta apposta la scelta di Francesco Carril come interprete del professore di filosofia con cui Marta scambia, forse, il suo ultimo bacio – “mi puoi baciare” gli chiede Marta a là Otello. L’attore spagnolo porta alla mente l’apprezzatissima serie tv diretta da Rodrigo Sorogoyen “Dieci Capodanni” di cui è protagonista, a cui, forse, “Tre ciotole” farebbe pensare ugualmente. Sì, perché anche i dieci episodi di “Los años nuevos” (il titolo originale spagnolo) mostrano inequivocabilmente quanto inizio e fine si assomigliano (anche se ripetuti per dieci volte consecutive per dieci anni diversi). In “Tre ciotole” questo duetto, che è quello classicissimo tra eros e thanatos, porta con sé anche l’altra grande meta di Sorogoyen, ovvero il suggerimento proustiano (soprattutto nel primo libro della “Recherche”, “Dalla parte di Swan”) secondo cui l’amore muore quando perde la sua componente adolescenziale.

Il film di Coixet gioca molto con questo atteggiamento adolescenziale: Marta che parla con il cartonato; Marta che lascia i commenti negativi al ristorante di Antonio dopo che si sono lasciati; Marta che non sopporta il suono del cibo sui piatti tondi e allora compra le tre ciotole del titolo. Non solo, l’adolescenza, intensa come momento in cui tutto è da conoscere, da sperimentare, si lega a un’idea sentimentale del tutto anticapitalista carissima a Murgia. Il fatto, cioè, che non rimuovere la morte dal discorso politico è un modo di parare, respingere l’emotività del consumo, in cui anche le emozioni che proviamo sono soggette a quella che Byung-chul Han chiama iperproduzione (in “La società della stanchezza”, Nottetempo 2020). Imparare a convivere con l’assenza diventa allora un esercizio fondamentale: le cose ci sopravvivino, lo mostra benissimo l’ultimo film di Rosi “Sotto le nuvole“, ma anche “Tre ciotole”, ricchissimo di “close up oggettuali” quasi documentaristici.

Proprio uno di questi oggetti è il protagonista di una sequenza carichissima sul piano allegorico: Antonio sorprende Marta fuori dal portone di casa, contemporaneamente dietro di loro due uomini di una ditta di traslochi sorreggono uno specchio su cui vediamo riflessi i corpi dei due attori (figura sopra). Siamo di fronte a un campo lungo apparente, a una profondità illusoria, evanescente. Dal lato narratologico questo resta forse il limite più evidente della pellicola, soprattutto se pensiamo alla caratterizzazione del personaggio di Antonio, che fa fatica a stare al passo con quella di Marta, e rompe un po’ il leitmotiv del “per lasciarsi bisogna essere in due” (avrebbe aiutato, da questo punto di vista, mantenere bilanciata l’alternanza di voci tra i due). Dal lato cinematografico, invece, questa illusione – che è forse un’allusione – ha più coraggio, e cerca addirittura di reinventare il linguaggio della fine, della morte, un po’ come accade in “Amour” di Michael Haneke.

Alla fine, è come se lo specchio si inserisse proprio nell’intercapedine da cui siamo partiti – tra consapevolezza e inconsapevolezza -, per riflettere una prospettiva che già conosciamo ma che per un attimo ci sembra diversa. “Tre ciotole” è insomma un film sulla porosità del confine, che – a tratti efficace, a tratti incerto – ne mostra la permeabilità mutevole e incostante.

12/10/2025

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