Weapons

Weapons


Zach Cregger

Horror | Usa
(2025)

Weapons

Per quanto sia nota soprattutto per le mostruosità tentacolari che la popolano e per il lessico allusivo con cui l’orrore viene in genere descritto in essa, la produzione dello scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft è in realtà molto più eterogenea, ricca di temi che, rielaborati nel corso dei decenni, compaiono nella produzione culturale contemporanea, in termini a volte espliciti altre no. Le pellicole horror del lanciatissimo Zach Cregger possono essere facilmente ricondotte a questo filone di labile ispirazione lovecraftiana, proponendo una visione indefinita, nonché weird, degli orrori che mettono al centro della narrazione. Così come l’esordio in solitaria del 2022 “Barbarian” adattava all’epoca del degrado delle metropoli statunitensi e di Airbnb l’orrore dell’incesto e dell’involuzione genetica de “La maschera di Innsmouth” e del meno noto “La paura in agguato”, così “Weapons” porta, con la scomparsa di tutti gli studenti della stessa classe, tranne uno, nelle stessa ora della notte, un orrore imponderabile e carico di weirdness (ma pure di eerieness) nello spazio delle aree suburbane sempre più paranoiche e nella contemporaneità statunitense di polarizzazione e irrazionalismo.

La forza dell’incipit del film di Cregger, che segue la fuga e la sparizione degli studenti per le vie della suburbia addormentata, si mantiene con efficacia nei primi capitoli della storia, i quali mostrano prima la maestra Justine e poi Archer, padre di uno degli scomparsi, ingegnarsi per cercare di comprendere cosa sia avvenuto. L’inquietudine di una minaccia indefinita come quella che perseguita Justine e la sgangherata detection di Archer sono difatti le parti più riuscite di una pellicola che complica la semplicità (per non dire banalità) della fabula (e di conseguenza della causa della sparizione dei ragazzini) con una struttura narrativa multipartita, all’inizio intrigante ma che nella seconda metà del film mostra il suo essere strumentale. Il fatto che i capitoli in cui è diviso “Weapons” comincino da un certo momento in poi a sopravanzare il punto di vista di quelli che dovrebbero essere i loro protagonisti (i quali possono anche perire mentre la sezione narrativa a loro attribuita prosegue) si accompagna alla progressiva chiarezza con cui si dipana la verità sulla scomparsa degli studenti della classe di Justine. Se si considera inoltre che la motivazione corretta era stata suggerita già in una delle prime sequenze, quella della persecuzione della maestra, il film di Cregger si conferma meno complesso e ambiguo di quanto il suggestivo inizio facesse intuire, ormai dimentico del “disimpegno dai nostri legami ordinari” che caratterizza weird e eerie[1].

Già più vicino alla produzione Blumhouse (soprattutto a quella di James Wan) a livello stilistico, come si può arguire dal ricorso alla giustapposizione di scene inquietanti e musica pop retrò o dalla regia classica (abbondano campi/controcampi, a volta addirittura scolastici), che alle ambizioni artistiche da prestige horror di altri colleghi, Zach Cregger finisce per avvicinarsi all’horror pop del decennio passato anche dal punto di vista narrativo e tematico. Il male è difatti anche in questo caso una presenza invadente che arriva dall’esterno, una figura weird (se non addirittura queer) che non può che spiccare nell’oasi di normalità (violata dalla scomparsa dei ragazzini) della suburbia. Non stupisce a questo punto che l’iniziale caratterizzazione non conformista e moralmente ambigua di Justine, in principio la prima “indiziata” della sparizione di massa, si dissolva rapidamente nella seconda metà della pellicola, facendo dell’intrigante personaggio interpretato con efficacia da Julia Garner una mera funzione narrativa nella scoperta della verità, come tante altre protagoniste, e protagonisti, di film horror. Difficile che sia un caso che lei, una volta salva, non perda tempo a riflettere su quanto è accaduto al suo amante Paul ma si precipiti a inquadrare Alex, l’unico ragazzino non scomparso, per dare chiusura alla sua storia e introdurre così l’explicit del film.

Ambizioso più a livello formale e produttivo che tematico e stilistico, “Weapons” è un efficace meccanismo narrativo che procede senza incepparsi mai in senso proprio, rivelandosi semplicemente come un marchingegno meno complicato del previsto, in cui linearità del racconto viene frantumata in vari punti di vista non per introdurre una qualche riflessione sulla molteplicità delle prospettive (coerente con quanto mostrato nella sezione dedicata a Justine) ma per rendere più intrigante lo srotolarsi della matassa narrativa. Ed è difatti in questi intrecci che vanno rintracciati sviluppi interessanti, come l’ultimo elemento propriamente weird del racconto, l’imprevedibile aggressione del superiore di Justine, che avviene proprio nel momento in cui le linee narrative di Archer e della donna s’intrecciano, oppure trovate stilisticamente non banali, come il campo/controcampo serratissimo del primo incontro fra Justine e Paul, rimarcante la distanza fra i due, che difatti non condividono quasi mai la medesima inquadratura. Ciò mostra che qualcosa si muove sotto la patina conformista di “Weapons”.

Nascosta dall’”annichilente omogeneità” che d’altronde è anche “una delle caratteristiche più opprimenti” della vita suburbana[2], così come di questo film che in quel contesto è ambientato, vi è la possibilità di una pellicola diversa, capace di andare al di là di quell’armamentario gotico di vampirismo, streghe e maledizioni di cui la pellicola di Cregger si nutre (e tipico degli stereotipi gotici vituperati proprio da Lovecraft[3]). Una possibilità che però resta per la maggior parte del tempo nascosta nel basement, immagine dell’angoscia che la matrice dell’orrore suburbano non sia esterna (la strega, il senzatetto) ma interna, nascosta nel ventre generatore di mostri della suburbia. Alla fine questo ventre oscuro invece produce la risoluzione dell’impasse narrativa e tematica cui il film era giunto, affidata non a caso alle piccole mani del futuro (rubato) della periferia. Quanto meno a questo punto ci è concesse l’ultima delle (poche) immagini stranianti della seconda metà di “Weapons”, con un bagno di sangue purificatore che elimina l’elemento esterno (facendolo letteralmente a pezzi) e rinsalda l’unità della comunità e, soprattutto, della famiglia, spezzata dopo la fuga della prima sequenza.

[1] M. Fisher, The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Roma, mininum fax, 2018 (2016), p. 13

[2] B. M. Murphy, “’Identical Boxes Spreading like Gangrene’: Defining the Suburban Gothic”, in Charles L. Crow (a cura di), A Companion to American Gothic, Hoboken, John Wiley & Sons, 2014, p. 316 (traduzione mia)

[3] Cfr. H. P. Lovecraft, “Supernatural Horror in Literature”, The Recluse, 1927

16/08/2025

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