Best

Best


Mary McGuckian

Biografico | Gran Bretagna
(2001)

“Best”, ovvero gloria, trionfo, caduta, baratro e poi dissoluzione e autodistruzione del piu’ geniale giocatore mai prodotto dalle Isole Britanniche. Un perfetto “bello e dannato” dell’era moderna calcistica. Cio’ che invece non e’ per nulla perfetto ma solamente dannato e’ il film sulla sua storia. Prima di tutto: la scelta del protagonista: l’attore che interpreta la parte di George Best, John Lynch, si e’ rivelata piuttosto infelice; in poche succinte parole, egli non ha il cosiddetto “physique du role”, meglio: “la face du role”. Volto piu’ triste, emaciato e sconsolato i produttori non potevano scegliere: in questo modo e’ stata sperperata, lungo tutto l’arco della pellicola, una malinconia eccessiva e ingombrante, difficile da digerire per lo spettatore di turno, soprattutto per i fan di George Best, quelli veri, quelli cioe’ venuti per ammirare sotto forma di celluloide il loro grande, immortale eroe.

C’e’ da chiedersi, a un certo punto della visione, se davvero il mirabile, buon vecchio Georgie The Genius fosse davvero quella riluttante, irritante e miserabile mezza calzetta che per una buona meta’ del film spara un’ infinita sequela di “vaffa” e di “vai al diavolo”, da farlo sembrare piu’ Al Pacino-Scarface piuttosto che un George Best. Si’, perche’, a rendere ben conto, il film e’ stato, prima di tutto, un vero e proprio, inspiegabile “suicidio visivo”, in quanto dei “meravigliosi “Sessanta” abbiamo visto sinceramente poco o nulla, quando invece avrebbero meritato un maggiore approfondimento, sia contestualmente che musicalmente.

E’ auspicabile che per George Best si possa fare di piu’, piuttosto che descriverlo come un drogato/ubriacone “sperpera-denaro”, ignara vittima di se stesso, prima che dell’alcool e delle belle donne.

Impostazione errata anche per cio’ che concerne la colonna sonora. Eccetto un paio di track eccitanti e che ben si sposano con la scena in atto, gli addetti ai lavori si sono dimostrati difettosi nel proporre una miscela musicale che fosse almeno minimamente in grado di commentare degnamente le imprese calcistiche (ed … extra) del mitico Geordie.

John Lynch, in tutta franchezza assomiglia di piu’ a Pete Townshend che a Best. Sarebbe stato piu’ opportuno ingaggiate un attore con una faccia “alla George Best”, una autentica “faccia da schiaffi”, e farlo recitare nelle parti felici e coinvolgenti della sua vita (l’esordio calcistico, il 5-1 al Benfica, la finale di Coppa Campioni vinta con lo stesso Benfica, tanto per citare alcuni capisaldi della sua esistenza), per poi riproporre l’inespressivo, insipido John Lynch per descrivere la parabola discendente del grande giocatore.

E poi dove sono i Beatles e i Rolling Stones? E gli Who? E la “swingin’ London”? Particolari minimamente accennati in una produzione sommariamente goffa e decisamente patetica, troppo patetica per sembrare vera.

In definitiva, l’immagine che si ha di George Best in questo film, e’ di una infinita tristezza, quasi da pianto nevrotico, oltre che di una pomposissima malinconia, qui intesa nella peggiore accezione possibile del termine; una fotografia sbiadita senza colore, che getta miseramente (anche se senza alcuna volonta’ di ledere) ancor piu’ fango nella gia’ difficile vita del vecchio asso nord-irlandese.

George Best, “il piu’ grande giocatore del mondo”, secondo Pele’, esce superficialmente raffigurato. Alla fine, i veri soldi non li ha sperperati lui, ma chi ha scelto di andare a vedere questo fiacco, inconcludente remake sulla sua vita.

06/06/2008

Cast e credits

Titolo Originale
Best
Distribuzione
Fandango
Durata
102'
Produzione
Iac Film Sky Pictures
Sceneggiatura
Mary McGuckian, John Lynch
Fotografia
Witold Stok

Trama

La leggendaria e dissennata parabola di George Best, uno dei più grandi campioni della storia del calcio inglese
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli