Esiste una differenza sostanziale tra il rappresentare, o mettere in scena, un immaginario problematico e l’aderirvi. Il cinema, come di fatto ogni altra forma d’arte, non è tenuto a essere rassicurante, né a muoversi entro coordinate moralmente legittime: può disturbare, provocare, deformare le convenzioni di rappresentazione, di narrazione o di ruolo, e addentrarsi in quegli spazi in cui impulsi umani apparentemente opposti diventano difficili da separare. Si tratta di casi in cui, più che stabilire se ciò che viene mostrato sia o meno problematico, diventa utile interrogarsi sulla funzione che quella rappresentazione assume all’interno dell’opera e, soprattutto, sulla capacità della sua forma di tradurne le intenzioni in linguaggio cinematografico.
“Her Private Hell”, ritorno al lungometraggio di Nicolas Winding Refn a dieci anni da “The Neon Demon“, si presta con naturalezza a questo esercizio. Al centro vi è Elle (Sophie Thatcher), giovane attrice chiamata a interpretare il ruolo di protagonista nel film del padre Johnny (Dougray Scott), regista affermato ma, nel privato, emotivamente distante. Intorno a lei gravitano la giovanissima matrigna nonchè ex amica Dominique (Havana Rose Liu) e l’aspirante attrice Hunter (Kristine Froseth). In parallelo si muovono altre due figure, quella di Leather Man, serial killer che prende di mira esclusivamente giovani donne, e di K (Charles Melton), un militare in eterna ricerca della figlia perduta.
Nella figura paterna Refn sembra voler individuare il centro teorico del film. Dichiaratamente, il progetto nasce anche in relazione a un’esperienza traumatica reale del regista, come una forma di ‘dadsploitation’: una scomposizione della paternità nelle sue possibili declinazioni, in cui i confini tra protezione, accudimento, controllo e possesso collassano progressivamente. Johnny — detto ‘Daddy’— è il padre reale ma inaccessibile, oggetto di una ricerca di approvazione che muove gran parte delle azioni di Elle; K ne costituisce l’idealizzazione mitologica, l’uomo che attraversa l’inferno pur di salvare la figlia; Leather Man la deformazione estrema, una figura in cui il legame genitoriale assume la forma dell’appropriazione, del possesso e della violenza.
È all’interno di questa contaminazione che andrebbe letta la tensione semi-incestuosa che attraversa la narrazione, in particolare la dinamica Elle – Johnny – Dominique: una sovrapposizione tra l’aspirazione all’amore paterno e il desiderio di occupare il posto della donna amata dal padre, lo spazio instabile in cui le categorie di figlia, amante e protetta si confondono continuamente. Per quanto sussista, in questo senso, una coerenza interna, è però nel passaggio dalla decostruzione della figura paterna alla rappresentazione di quella filiale che “Her Private Hell” presenta la sua contraddizione più discutibile.
Refn ha infatti descritto il film ricorrendo a una seconda immagine, la casa delle bambole. Ha parlato, quindi, del gesto di vestire, muovere e disporre le donne all’interno delle proprie composizioni. La metafora descrive con precisione la funzione assunta dai personaggi femminili: un universo di donne giovanissime che desiderano, aspirano a essere scelte e si muovono attorno alla figura del ‘Daddy’, superiore e inaccessibile. Ma, più che osservare criticamente una simile struttura patriarcale, il film ne riproduce fedelmente le coordinate. Le donne sono corpi da decorare e svestire, oggetti estetici e sessuali, passivi, da proteggere o, in alternativa, da aprire. Nella loro intimità comunicano abbaiando. Ciò che risulta assente è un distanziamento percepibile tra la rappresentazione di questo immaginario feticistico e lo sguardo che la produce: la consapevolezza del feticcio sembra, in altri termini, confondersi con la sua decostruzione. Paradossalmente, anche la linea narrativa di K, che più direttamente tradurrebbe l’impulso autobiografico dichiarato da Refn e dovrebbe offrire un contrappunto alla degenerazione della paternità, appare quasi accessoria rispetto all’universo erotico e simbolico costruito intorno a Johnny.
La costruzione narrativa, basata sulla sovrapposizione di diversi piani, appare anch’essa abbozzata e mai realmente complessa. La logica onirica procede per associazioni e corrispondenze simboliche, restituendo l’impressione di una serie di idee allo stato embrionale, qui semplicemente accostate. Gli stessi personaggi appaiono ridotti a funzioni, lasciando agli interpreti poco spazio per costruirne una credibile consistenza psicologica. In termini di posa e controllo dell’immagine emerge però la qualità più evidente del cinema di Refn. Nell’impianto visivo e scenografico, così come nella composizione dell’inquadratura e nella dimensione coreografica della messa in scena, “Her Private Hell” trova infatti i propri momenti migliori. La precisione compositiva, tuttavia, rende al contempo ancora più evidente il limite dell’operazione: l’inquadratura è così perfettamente costruita che i personaggi che vi vengono collocati si riducono, appunto, a elementi decorativi, al pari di un gioco di luce o di una geometria spaziale.
“Her Private Hell” rimane così un oggetto visivamente forte che, nel decomporre la figura del padre tra amore, protezione, controllo e possesso, finisce però per ignorare la soggettività di chi occupa l’altra estremità del rapporto. Il paradosso che ne consegue è difficile da eludere: il film vorrebbe decostruire la figura del padre, ma finisce per feticizzare quella della figlia. Nel farlo non espone soltanto l’ambiguità dello sguardo patriarcale che intende interrogare, ma ne assume la prospettiva, trasformando le giovani donne che popolano il suo inferno privato proprio in quelle bambole che il regista dichiara di aver voluto vestire, spogliare e disporre.
04/10/2026