Dopo aver vinto il premio Nobel per la letteratura Albert Camus con parole commosse e piene di riconoscenza scrisse al maestro di scuola elementare per ringraziarlo della benevolenza e della generosità mostrata nei suoi confronti quando era un bambino povero e senza futuro. Ricordare la gratitudine del grande scrittore francese – di cui peraltro Gianni Amelio traspose “Il primo uomo” – nei confronti del proprio mentore per iniziare a parlare del nuovo film del regista calabrese potrebbe sembrare un depistaggio semantico se non fosse che l’attitudine a considerare l’altro come pari, indipendentemente dalla sua provenienza e dal suo status sociale, è uno dei temi nobili presenti in “Nessun dolore”. Con questo lungometraggio Amelio torna a parlare del presente per raccontare la storia di un incontro mancato, quello di Davide, venditore di libri usati in una piazza del centro di Roma, con il bambino extracomunitario che il destino gli mette davanti scatenando in lui una crisi di coscienza che farà da viatico a una vera e propria palingenesi.
Se contesto, personaggi e dinamiche (quella tra Davide e il bambino ripropone sotto mentite spoglie il rapporto mai risolto tra padre e figlio da cui il regista è spesso partito per raccontare la contemporaneità) appartengono di diritto al cinema di Amelio, in particolare a un film come “Lamerica”, che anticipava le (nostre) contraddizioni nei confronti del fenomeno migratorio, è a “Il ladro di bambini” che l’autore si aggancia per replicare il ribaltamento di sguardo necessario a smascherare l’ipocrisia che si nasconde dietro le lusinghe delle “magnifiche sorti e progressive”.
“Nessun dolore” toglie fin da subito lo spettatore dalla sua zona di comfort coinvolgendolo in prima persona nel conflitto della storia con una sequenza paradigmatica. Dapprima rassicurandoci sulla giustezza delle nostre posizioni, allineate a quelle di Davide costretto a incassare i rimbrotti dell’anziano signore che rifiuta il consiglio di leggere il libro sulla Shoah ritenendolo troppo realista e dunque deprimente, poi, subito dopo, facendoci sentire a disagio quando il protagonista, assalito da un surplus di oggettività si rifiuta di accogliere il bambino, con le conseguenze drammatiche che questo gesto si porterà dietro.
Da li in poi, siamo appena all’inizio della storia, “Nessun dolore” sembra prendere vita da quella scissione, facendo del conflitto tra apparenza e autenticità, tra credenze vere e false il motore di una vicenda in cui la scoperta dell’altro procede con quella del sé. In termini narrativi e tematici ciò comporta una duplice direzione: la prima, più realistica e pubblica, in cui ad andare in scena è il confronto tra la Roma dei privilegiati, delle piazze del centro e della cosiddetta bella gente e la periferia più nascosta, quella dove i nuovi poveri scontano le conseguenze della propria invisibilità. La seconda, più intima e privata, è caratterizzata dal viaggio interiore di Davide in cui la cognizione del dolore diventa passaggio obbligato per una profonda rigenerazione.
Un doppio racconto, quello di “Nessun dolore”, a cui il protagonista si presta non solo in ottica narrativa ma anche in termini metatestuali, diventando allo stesso tempo il punto di equilibrio tra le due componenti narrative: tra il viaggio materiale scandito dalla conoscenza dell’altro e un cammino spirituale destinato a trasformare la vicenda terrena in una sorta di favola testamentaria (dello stesso Amelio) sul superamento dei limiti propri della condizione umana.
Parafrasando le parole della poesia di Mario Luzi – Il pensiero fluttuante della felicità – che il personaggio di Valeria Golino legge ai suoi studenti – “Nessun dolore” racconta un percorso esistenziale in cui la rinuncia ai beni materiali e al proprio ego diventa libertà e condivisione, e dove la cosiddetta unità degli opposti, quella nella quale secondo il poeta “nulla da nulla è più diviso, né morte da vita, né innocenza da colpa, e dove anche il dolore è gioia piena”, riecheggia nell’armonia della sequenza finale, conferendo pienezza di significato alla vicenda di Davide e perchè no, anche al titolo del film.
Come già accaduto a Enrico Lo Verso ne “Il ladro di bambini”, “Lamerica” e “Così ridevano” Amelio fa di Alessandro Borghi il proprio alter ego e dopo lo Stefano di “Campo di battaglia” gli cuce addosso un altro personaggio “eretico”, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli. Come nel film precedente Amelio attraverso Borghi trova la misura del personaggio tratteggiandolo con una purezza che non ha bisogno di essere sottolineata e che si impone grazie alla sensibilità di un attore in stato di grazia, capace di passare con la stessa credibilità dall’individualismo del poliziotto coatto di “Serpenti” alla gentilezza d’altri tempi del libraio di “Nessun dolore”.
Alle prese con un personaggio costretto dalle circostanze ad aprire gli occhi sulla realtà, imparando a conciliare l’ideale con il tangibile, Amelio realizza una sorta di favola morale che trova nella sintesi visiva – la libreria in mezzo alla piazza simile a un’isola in mezzo al mare, e ancora, il sentimento di comunanza riassunto dalla casa di Davide trasformata in una sorta di moderno falansterio -, e non nel meccanismo di causa-effetto, una slancio poetico destinato a colpire la coscienza e il cuore dello spettatore. Presentato fuori concorso all’83° Mostra del cinema di Venezia, “Nessun dolore” è uno dei film più belli di Gianni Amelio.
24/09/2026