Ci sono film che si rincorrono l’uno con l’altro fino a diventare quasi dei cloni. Quando succede a marcare le differenze – oppure ad annullarle – non è tanto la superficie delle immagini votata a restituire la plasticità dell’esistente quanto piuttosto i fantasmi che le animano. Da questo punto di vista persone, paesaggi, animali e contesto culturale di “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” sono solo l’ultimo esempio di un racconto, quello della wilderness del paesaggio americano, che nella stagione in corso ha saputo ritagliarsi un proprio spazio con una serie di lungometraggi capaci di dialogare tra di loro proponendosi come altrettante varianti del medesimo canovaccio. Alla pari di “Apex” e “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” anche “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” di David Ayer parte da un lutto e dalla convinzione che la natura selvaggia con i suoi retaggi più ancestrali sia il luogo più adatto per metabolizzare il dolore della perdita.
In questo senso il film di David Ayer e quello di Ridley Scott si aprono allo stesso modo, presentandoci un uomo e il suo cane in volo di perlustrazione su un paesaggio in cui non si scorge anima viva. Cercata, come nel caso di James Belmont, ex ufficiale delle forze speciali, sopravvissuto a una missione militare in cui si sono salvati solo lui e Odin, il pastore tedesco chiamato a supportarne l’azione, oppure obbligata, dall’epidemia globale che ha decimato l’umanità lasciando al personaggio di Jacob Elordi la compagnia del suo fedele cane e di pochi altri, la solitudine dell’uomo moderno è certificata in “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” dall’assenza della controparte umana – eccezion fatta per il cercatore d’oro incontrato da Belmont all’inizio della storia – e dal ricorso a una violenza primordiale necessaria a sopravvivere alle ostilità dell’ambiente.
Sotto questo aspetto “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” nel distaccarsi dal genere apocalittico di “The Dog Stars” per abbracciare in pieno l’avventura estrema di “Apex” trasforma da subito il senso di colpa del protagonista in una sorta di via crucis in cui il nostro per ritrovare la strada di casa dopo un periglioso incidente finisce con l’affrontare insidie e pericoli capaci di metterne a rischio la vita.
Nel farlo Ayer sembra voler assecondare i ritmi dei ciclo naturale esplorando il paesaggio con una forma di rispetto per il creato (Belmont fa dell’ottica del fucile non uno strumento di morte ma il tramite per fare birdwatching) in una prospettiva in cui la ricerca di pace interiore da parte del protagonista diventa viatico – soprattutto nella prima parte -, per uno sguardo contemplativo quasi mistico (il congedo dal protagonista è messo in scena come una vera e propria estasi) nei confronti dell’ambiente.
Abituato a portare sullo schermo personaggi controversi, coinvolti in lavori sporchi e in bilico tra bene e male, Ayer ha dalla sua la capacità di coinvolgere le grandi celebrità hollywoodiane in ruoli politicamente scorretti (a tal proposito si ricordi la collaborazione con James Elroy in “Indagini Sporche” e in sede di sceneggiatore la caratterizzazione di un cattivo poliziotto qual è l’Alonzo Harris di “Training Day”) ed esenti dalla patina di glamour che di solito ne accompagna le interpretazioni.
Prova ne sia il look che accompagna la performance di Brad Pitt, coperto da cima a fondo da bandane, giacconi e pantaloni, con i capelli rasati e la barba monacale pronti a rimandare a un’austerità sconosciuta al suo status da star hollywoodiana. A lui “Heart of the Beast” affida la capacità di riempire i silenzi e le pause che il film si prende prima di iniziare, nella seconda parte, la sarabanda destinata a caratterizzare l’anabasi del protagonista e del suo fido compagno. Pitt lo ripaga con una interpretazione tutta fisica, capace di riflettere l’impervietà delle riprese nella fatica del corpo sottoposto a continue sollecitazioni cinetiche e climatiche.
Se nel corso della narrazione l’accumulo di esperienze negative può risultare eccessivo per sembrare vero, la scelta di ridurre al minimo gli effetti speciali e soprattutto quella di girare con la mdp all’altezza e vicino ai protagonisti – evitando per esempio la verticalità ubiqua di un film come “Apex”-, donano al film un senso dell’umano in grado di coinvolgere lo spettatore per la sorte dei nostri e ancora, di tenere a bada l’inevitabile retorica del buon soldato che soprattutto nel finale fa capolino attraverso le parole che Belmont rivolge al fedele compagno, quest’ultimo umanizzato quel tanto che basta per farne degno coprotagonista della vicenda.
Senza gridarlo ad alta voce dietro la storia di sopravvivenza del protagonista “Heart of the Beast” rispolvera il mito della frontiera americana e i valori fondativi della fase pionieristica incarnati dal protagonista, perfetto prototipo di quell’idea di uomo americano capace di farsi artefice del proprio destino grazie al coraggio, al sacrificio e allo spirito di resilienza. Prodotto dalla Paramount e uscito in questi giorni nelle sale americane (e italiane) “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” e la sua star con 20 milioni di dollari incassati sul mercato casalingo e 30 in quello estero non sembrano aver fatto breccia più di tanto nel cuore dei potenziali spettatori.
01/10/2026