Blade Runner 2049

Blade Runner 2049


Denis Villeneuve

Fantascienza, Thriller | Canada, Gran Bretagna, Usa
(2017)

Umanità morente e procreazione artificiale

Tra le tante sequenze significative, ce n’è una in “Blade Runner 2049” solo in apparenza di raccordo e dimessa. L’agente K (Ryan Gosling), il protagonista, sta controllando alla banca dati genetica una prova raccolta per cercare un replicante. Sono inquadrate una serie di sequenze di lettere G,A,T,C (Guanina, Adenina, Timina, Citosina, i quattro elementi del Dna umano) e lui osserva velocemente migliaia di combinazioni. Al suo fianco ha Joi (Ana de Armas), il programma intelligente che si materializza attraverso un ologramma femminile. Mentre scorrono le lettere, Joi dice a K che lui è composto da quattro elementi, mentre lei solo da codici binari di tanti zero e uno. Lui risponde che due o quattro elementi, non c’è grande differenza tra loro. Perché K è anche lui un replicante e quindi un oggetto costruito come Joi.

Nel sequel di “Blade Runner” di Ridley Scott, le vicende della nuova pellicola si svolgono esattamente trent’anni dopo. Oltre ai legami narrativi con il precedente, il regista canadese compie un’operazione che rielabora ed espande i temi del film del 1982. Proprio la sequenza sopra descritta è metonimica rispetto al tema dominante di “Blade Runner 2049” e cioè una rappresentazione di un mondo morente (se non morto), dove rispetto al precedente episodio, la differenza ormai tra repliche e umani è del tutto annullata, non riuscendo a distinguerli se non attraverso un codice impresso nell’occhio destro. Siamo in un mondo dove chi prova sentimenti, chi lotta per ricercare la verità, sono le repliche, i programmi intelligenti, mentre i pochi uomini e donne risultano spietati, come il magnate Neander Wallace (interpretato da Jared Leto) oppure guardiani della sopravvivenza dello status quo, come il comandante Joshi (Robin Wright) a capo della sezione Blade Runner. Un mondo da abbandonare, trasformato in un’enorme discarica, cloaca a cielo aperto, dove il pieno di una megalopoli sovraffollata come Los Angeles, notturna e fredda sotto la neve e la pioggia, si alterna a un paesaggio esterno della costa ovest del continente nordamericano contaminata da veleni e radioattività, dove si muovono uomini solitari e disperati. Un mondo in cui i replicanti sono visti come un pericolo costante, dopo il grande black out da loro provocato nel 2022, la sospensione della loro produzione e la caccia spietata a quelli rimanenti. Wallace rappresenta in questo caso il demiurgo che tiene in vita l’umanità, che riprende la produzione di replicanti totalmente assoggettati, burattini al comando degli umani, che però è alla ricerca del Sacro Graal della procreazione, unico atto che non riesce a replicare, limite all’umano che anela al divino.

Moltiplicazione del doppio e frammentazione parentale

In questo senso, il regista canadese mette in scena personaggi che si muovono su frontiere fisiche e morali, costanti nel suo cinema dai tempi di “Polytechnique”, passando per “Prisoners” e soprattutto presenti in “Sicario“, oltrepassandole continuamente, cercando vie di uscita narrative compiute e soluzioni visive di grande fascinazione, ma trasformando sempre i protagonisti in sconfitti al termine del viaggio diegetico. In questo senso, il finale di “Blade Runner 2049” (che potremmo definire evolutivo) ha assonanze con “La donna che canta” (storico) e con “Arrival” (temporale), dove il twist diventa l’emblema di una chiusura del cerchio, alla cui base c’è sempre, in tutte e tre le pellicole, l’amore parentale disfatto, frammentato, che si compie nell’assenza del contatto fisico tra genitori e figli(e). E se Scott racconta l’amore tra Rick Deckard (umano o replicante?), il blade runner, e Rachel, la replicante che credeva di essere umana, Villeneuve va oltre e, dopo l’esperienza di “Her” di Spike Jonze, porta all’estreme conseguenze la presa di coscienza del rapporto tra macchina-macchina, tra intelligenze artificiali. Le sequenze d’amore tra K e Joi sono basate su sentimenti molto più umani che non le interazioni tra K e Joshi o anche solo tra lui e Deckard (un ritrovato Harrison Ford). E contemporaneamente abbiamo la moltiplicazione della dualità all’interno delle dinamiche dei personaggi: tra K e Luv (Sylvia Hoeks), l’assistente replicante di Wallace in un confronto fisico-conflittuale; tra K e Joshi, rapporto padrona-burattino; tra K e Joi produzione-innamoramento; tra K e Deckard professionale-filiale. Dove K è il fulcro dinamico di un tessuto narrativo a incastri episodici, il centro stella all’interno di un sistema emotivo-visivo dove gli altri personaggi gli girano intorno, prendendo un pezzo della sua anima, del corpo, della memoria. Uno specchio e, alla fine, una controfigura, ricollegandosi alla sequenza alla banca dati genetica, quando scopre che ci sono due replicanti, un maschio e una femmina, con lo stesso codice genetico.

Epifania visiva e tradimento dello sguardo

“Blade Runner 2049” inizia con il dettaglio di un occhio a pieno schermo. Un invito allo spettatore a guardare lo spettacolo del futuro distopico. Ma se con la grandiosità delle immagini – grazie alla fotografia emozionale di Roger Deakins – ha una palette di colori complessa e stratificata, dove le luci fendono il buio della notte o la nebbia lattiginosa dello smog, le ombre prendono vita e si spostano all’interno delle inquadrature negli spazi interni, Denis Villeneuve dimostra la forza immanente del Cinema, la stessa si scontra con la crisi dello sguardo, sia dei personaggi sia dello spettatore. Wallace è cieco e ha bisogno di appendici volanti; una leader dei replicanti ha l’orbita oculare vuota per non farsi identificare; Luv ha bisogno di occhiali per effettuare un bombardamento da remoto; e lo stesso K è ingannato da quello che vede (sia nella sua mente sia nel visore della banca genetica). E del resto è il replicante Sapper Morton (Dave Bautista) che dice a K, prima che questo lo uccida nella prima sequenza del film, che lui non ha mai visto un miracolo. Quindi l’occhio diventa elemento identitario, im-segno di uno stato di esistenza, ma allo stesso tempo la vista è ingannevole sia per i personaggi sia per gli spettatori, costantemente depistati da Villeneuve, in un gioco di pura forma estetica e di percezione del senso dell’immagine. K si muove nella nebbia gialla in una zona radioattiva, mentre scopre il rifugio di Deckard, metafora del continuo susseguirsi di tradimenti narrativi, rivelazioni metacinematografiche ed epifanie visive che il regista canadese riesce a ottenere con un perfetto controllo della messa in scena.

“Blade Runner 2049” risulta così un’opera doppia nella sua formulazione. Da un lato, un interessante e corretto sequel del film di Ridley Scott; dall’altro, un’ulteriore opera che s’inserisce perfettamente all’interno del percorso cinematografico di Denis Villeneuve per temi e stile, in una dimostrazione di maturità registica al di sopra della media.

07/10/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Blade Runner 2049
Distribuzione
Warner Bros. Italia
Durata
163'
Produzione
Alcon Entertainment, Scott Free Productions, Thunderbird Entertainment
Sceneggiatura
Hampton Fancher, Michael Green
Fotografia
Roger Deakins
Scenografie
Dennis Gassner
Montaggio
Joe Walker
Musiche
Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
Costumi
Renée April

Trama

Los Angeles 2049. L'agente K un blade runner, cacciatore di replicanti, della polizia di Los Angeles scopre un segreto sepolto da tempo che potrebbe far precipitare nel caos quello che è rimasto della società umana. La scoperta di K lo spinge verso la ricerca di Rick Deckard, un ex blade runner, sparito nel nulla trent’anni prima.

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